Al liceo avevo un professore comunista, che faceva propaganda. Noi eravamo troppo giovani ed inesperti per capire, allora, il problema. Mi ha privato della conoscenza di filosofi della portata di Karl Popper e della Scuola austriaca. Mai citati, tanto meno studiati. Un altro professore, ed eravamo in pieni anni ‘80, mentre la Thatcher faceva “miracoli” per il suo paese, anche come ministro dell’Istruzione, profondamente convinta che fosse l’ascensore sociale più importante, e che quindi dovesse funzionare bene, ci rappresentava la favoletta dell’Inghilterra, dominata dalla concezione dello Stato nanny, che aveva il motto dalla culla alla tomba.
Docenti ideologizzati il cui sviluppo del pensiero critico era visto come la peste. All’università è andata un po’ meglio, perché accanto ad altri professori sempre molto schierati politicamente e dunque sempre al limite tra l’insegnamento e la propaganda, ho avuto la fortuna di poter recuperare quanto meno una parte di quel gap culturale che mi portavo dietro dal liceo della città di provincia, e conoscere finalmente tutta una schiera di pensatori a me sostanzialmente ignoti per scelta dei docenti di non farceli conoscere, o anche di approcciare una versione della storia che non era la favoletta che ci aveva voluto imporre il professore di liceo. Penso oggi, ai miei tanti compagni di scuola che non hanno continuato gli studi e non hanno conosciuto altro che quello che propagandavano in classe la mattina e in sezione di partito il pomeriggio, o a quei miei compagni che forgiati dalla docenza ideologizzata hanno continuato a coltivare solo tale tipo di conoscenza, come se fosse il Verbo, la Verità, privandosi dell’opportunità di conoscere altro, perché l’università, non è scevra di docenti ideologizzati, che si “dimenticano” di avvisare gli studenti di tale circostanza, e di dare quindi, doverosamente, le istruzioni sull'uso del loro sapere.
Se fai propaganda, di destra, di centro o di sinistra, ma fai propaganda anziché insegnare, sarebbe bello saperlo. La libertà di insegnamento intesa come libertà di imporre una visione in effetti dovrebbe essere considerata il male assoluto, perché vista dalla parte degli alunni la loro libertà di discenti dovrebbe essere quella dalle imposizioni ideologiche degli insegnanti. Ma questo in Italia sembra impossibile.
E così, mentre i ragazzi dell’ultimo anno hanno da poco “festeggiato” i 100 giorni dall’esame e al contempo si affannano a preparare l’esame di maturità, che cambia di sovente formula ma produce sostanzialmente gli stessi risultati da decenni, ci si dovrebbe interrogare sugli usi e gli abusi della libertà d’insegnamento che ha prodotto almeno un paio di generazioni di ragazzi e poi giovani adulti, o indottrinati sino al midollo, o totalmente privi di quei fondamentali culturali e critici che permetta loro di affrontare la vita reale ed adulta, con piena consapevolezza, con una identità chiara, e con un set di valori profondi che fungano da punti fermi nei momenti di tempesta, e non solo.
Se dunque un’altra schiera di maturandi sta per “maturare” e affacciarsi alle sfide successive che la vita porrà loro, fuori dalla bambagia della scuola pubblica dell’obbligo, che li ha coccolati, tenuti al calduccio e “programmati” come tanti sudditi che ricordano l’esercito imperiale (ma questi ragazzi Star Wars non lo hanno visto e non lo vedrebbero mai, primo perché è troppo lungo e non sono abituati, e secondo perché l’ideologia che hanno inculcato loro non prevede e consente di vedere una saga che ha la parola “war”) ci sarebbe da chiedersi, tra noi che occupiamo il mondo degli adulti, cosa andrebbe fatto per cambiare questa situazione e riportare, anche in ambito scolastico quella libertà dalla dittatura della propaganda, e per trasformare la libertà di insegnamento in quella da, dato che i fruitori del servizio scolastico sono come i consumatori, vanno tutelati dai monopoli e gli abusi di posizioni dominanti, che nel servizio scolastico offerto dallo stato si esercita in molti modi e a tutti i livelli.
Di certo gli attacchi a certi docenti da parte di genitori squinternati che sanno reagire solo con la violenza nei riguardi di chi offre il servizio culturale non sono mai stati, né saranno mai la risposta, ma forse si arriva a tanto nel momento in cui la scuola smette di fare il suo ruolo precipuo, e fa altro, fallendo e quindi lasciando dietro di sé solo frustrazione e rammarico, impotente, ed incapace di cercare gli anticorpi contro questo scontro genitori/alunni/professori, in cui perdono sostanzialmente tutti, ma il conto il corpo docente non “paga” mai, perché la sindacalizzazione è talmente tanta che ormai siamo di fronte ad uno dei nodi gordiani più grandi della Pubblica Amministrazione.
Nel 2023, la spesa pubblica italiana per l’istruzione ha raggiunto circa 83,7 miliardi di euro, e la spesa per il personale docente e non docente (Ata) rappresenta la quota maggioritaria del bilancio dell’istruzione. Quando in un’azienda un fattore produttivo assorbe la stragrande maggioranza delle risorse, non c’è spazio per alcuna innovazione, per alcun miglioramento, per fare quasi nient’altro.
Possiamo pensare di avere risultati democratici diversi, se il sistema di crescita e costruzione di una parte fondamentale delle identità personali è sostanzialmente immutato da decenni, e si basa essenzialmente su un solo fattore produttivo?
Perché non ci stupisce che le élite nostrane sempre più spesso scelgono sistemi di istruzione non pubblici e non italiani per preparare i figli alla vita adulta? È un fiorire di scuole internazionali, bilingue riconosciute anche all’estero con doppio diploma, che costringono a volte le famiglie a grandi sacrifici ma che pur di evitare il sistema ideologizzato della scuola pubblica, si sobbarcano costi ingentissimi, dopo aver pagato le tasse, che teoricamente dovrebbe garantire quell’offerta di istruzione, che venendo negata nella qualità viene di fatto negata tout court. Se la scuola è un ascensore sociale, quello italiano è rotto e da tempo ha il cartello “fuori uso”, e nessuno sembra essere in grado di rimetterlo in moto.
E così mentre gli studenti, come ogni anno, faticano a resistere alla dolcezza delle giornate primaverili, che tutto invogliano a fare tranne che studiare, ci si dovrebbe l’obiettivo di rimuoverlo quel cartello “fuori uso”, perché fin quando gli scalini da salire sono pochi, si può anche sopperire andando a piedi, ma quando c’è da arrivare in cima ai grattacieli, nemmeno uno su mille ce la fa.
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Aggiornato il 17 aprile 2026 alle ore 12:26
