Arturo Mariani, quando il limite diventa possibilità

Arturo Mariani non ama essere definito attraverso ciò che gli manca. Nato con una sola gamba, ha costruito la propria vita attorno a un’idea semplice quanto rivoluzionaria: spostare l’attenzione dai limiti alle possibilità. Ex atleta della Nazionale italiana di calcio amputati, fondatore della Roma Calcio Amputati e dell’Academy Proabile, da anni porta nelle scuole, nelle aziende e nelle istituzioni un messaggio che sfida stereotipi e luoghi comuni sulla disabilità.

Con lui abbiamo parlato di “Proabilità”, inclusione, sport, paternità, giovani e del cambiamento culturale necessario per costruire una società capace di valorizzare ogni persona oltre le etichette.

Arturo, Hai trasformato una condizione che molti avrebbero definito un limite in una fonte di forza e di ispirazione. Qual è stato il momento decisivo in cui hai smesso di chiederti “perché proprio a me” e hai iniziato a chiederti “cosa posso fare con ciò che ho”?

Non è stato un momento preciso, ma un percorso che ha richiesto una vita intera. Sicuramente l’adolescenza è stata la fase più difficile, anche a causa del busto e della protesi che indossavo. Per molto tempo quella protesi mi ha aiutato a nascondermi, perché per me rappresentava anche una fonte di vergogna. A un certo punto, però, non sono più riuscito a portarla e sono stato costretto a toglierla. Mostrarmi agli altri per quello che ero davvero è stato un trauma. Allo stesso tempo ho capito che dovevo trasformare quel trauma in qualcosa di diverso, altrimenti avrebbe finito per divorare tutto ciò che ero. Da lì ho iniziato a interrogarmi sul potere delle parole e su quanto possano influenzare la percezione della realtà. Mi definivo sempre attraverso ciò che mi mancava: “senza una gamba”, “disabile”. Così mi sono chiesto: come posso raccontarmi senza partire da ciò che non ho? È stato allora che è avvenuto il cambiamento: ho iniziato a vedermi come una persona “con una gamba” e non come una persona “disabile”. Quel cambio di prospettiva ha rappresentato uno scatto fondamentale nel mio percorso.

Nel tuo percorso sportivo e professionale parli spesso di “Proabilità”, un concetto che hai ideato per superare la visione tradizionale della disabilità. Come cambierebbe la società se scuole, aziende e istituzioni adottassero davvero questa prospettiva?

Cambierebbe profondamente il modo in cui guardiamo alle persone e alle loro potenzialità. Una società che si concentra esclusivamente su ciò che manca rischia di diventare una società che etichetta prima ancora di conoscere. Per questo credo che una scuola, un’azienda o un’università debbano partire da una mentalità diversa: non chiedersi cosa una persona non può fare, ma quali possibilità può sviluppare e quali talenti può esprimere. In questo processo il linguaggio ha un ruolo fondamentale. Le parole influenzano il nostro modo di pensare e, di conseguenza, la realtà che percepiamo. Ricordo che, terminata la scuola, mi dissero subito che mi avrebbero trovato un lavoro sedentario, senza sforzi fisici. Era un approccio che guardava ai miei limiti presunti, non alle mie capacità. La Proabilità vuole superare proprio questo schema: significa guardare a ciò che una persona può fare, costruire e sviluppare. È una mentalità che valorizza talenti, differenze e unicità.

Viviamo in una società che spesso giudica rapidamente e amplifica i pregiudizi, anche attraverso i social. Ti è capitato di ricevere insulti o commenti offensivi? Come li affronti?

Sì, mi è capitato spesso, ma in realtà questa esperienza è iniziata ancora prima che nascessi. Quando i miei genitori decisero di portare avanti la gravidanza, pur sapendo della mia condizione, furono giudicati e definiti egoisti. La mia vita veniva vista come un problema ancora prima di iniziare. Negli anni ho ricevuto commenti offensivi anche sui social, alcuni rivolti perfino a mia figlia. Sono parole che fanno male, ma che mostrano quanto siano ancora diffusi certi pregiudizi. Per questo credo sia importante andare oltre le etichette. Non esistono persone “diverse”: siamo tutti unici, con talenti e fragilità. I social rendono semplicemente più visibili pregiudizi che nella società sono ancora presenti.

Tua figlia è spesso al centro dei tuoi racconti. In che modo la sua presenza ha cambiato il tuo approccio alla vita e alla tua condizione?

Mia figlia mi ha fatto comprendere in modo profondo che l’altro è una parte di noi. Con lei l’ho percepito quasi fisicamente: è nata da me e questo mi ha portato a riflettere sul fatto che siamo tutti profondamente connessi. Mi ha aiutato a scoprire ancora di più la bellezza dell’essere umano, andando oltre la superficie e imparando a guardare le persone nella loro profondità. Poi c’è anche l’aspetto più concreto: mi ha regalato un’infinità di momenti di gioco, stupore e felicità. Certo, fare il genitore comporta difficoltà e fatiche, ma mi ha insegnato ancora una volta a concentrarmi non su ciò che manca, ma su tutto il bello che può nascere anche dalle sfide.

Secondo te la politica italiana affronta davvero la disabilità come un tema strutturale oppure continua a trattarla soprattutto in occasioni simboliche o emotive?

Credo che sia un cambiamento ancora in corso. Rispetto a venti o trent’anni fa c’è sicuramente più attenzione e oggi si parla di disabilità in molti più contesti. Il problema è che spesso la narrazione oscilla tra due estremi: il pietismo e l’eroismo. Per anni sono stato visto prima come il “poverino” e poi come il “supereroe”, ma nessuna delle due immagini racconta la normalità della vita di una persona con disabilità. Le difficoltà esistono e non vanno negate. La differenza è che spesso non è la persona a essere disabile, ma il contesto che la circonda. Una città accessibile, una scuola inclusiva o un luogo di lavoro aperto alle differenze permettono a tutti di partecipare. Per questo credo che la vera sfida sia smettere di parlare di eccezioni e iniziare a costruire una società pensata per tutti.

La società italiana è davvero inclusiva anche dal punto di vista delle infrastrutture?

I dati mostrano che la strada da fare è ancora lunga. Molte scuole italiane non sono pienamente accessibili e questo significa che, in diversi casi, uno studente in carrozzina non può muoversi in autonomia. L’inclusione non può fermarsi ai principi: deve tradursi in spazi realmente accessibili. L’ho vissuto anch’io. Quando una struttura non è pensata per tutti, sono le persone a doversi adattare. Per questo l’accessibilità è una questione di cittadinanza, autonomia e pari opportunità.

Sei il fondatore della Roma Calcio Amputati. Quale motivazione ti ha spinto a creare questo progetto e quale impatto hai visto, negli anni, sulla vita degli atleti e delle loro famiglie?

La motivazione è stata semplice: condividere un sogno che io stesso sono riuscito a realizzare. Giocare a calcio e arrivare fino alla Nazionale era qualcosa che da ragazzo consideravo impensabile. Per questo è nata la Roma Calcio Amputati: uno spazio in cui ragazzi amputati possano fare sport ed esprimere il proprio potenziale senza sentirsi definiti dalla loro condizione. La difficoltà più grande è stata trovare le risorse necessarie per sostenere il progetto senza ridurlo a semplice beneficenza. Dietro ogni atleta c’è una storia, una famiglia e spesso un percorso complesso. L’impatto più bello è vedere ragazzi che arrivano con insicurezze e paure e che, attraverso lo sport, scoprono nuove capacità, costruiscono relazioni e ritrovano fiducia nel proprio futuro.

Il 13 giugno si è svolta la quarta edizione della Partita del Cuore Pro, in cui atleti, campioni, giornalisti e attori scendono in campo con le stampelle insieme ai ragazzi della Roma Calcio Amputati. Che significato ha vedere tutti giocare insieme?

È qualcosa di straordinario, perché rappresenta il modello di società che immagino: una società in cui le persone non vengono separate o etichettate, ma condividono gli stessi spazi e le stesse esperienze. Quando una persona prende le stampelle e prova a giocare, passa dall’osservare al vivere direttamente un’esperienza diversa dalla propria. È lì che nasce una comprensione autentica. Per me questa partita è il simbolo di una partecipazione reale, dove tutti possono mettersi nei panni degli altri. Ci ricorda una cosa fondamentale: la Proabilità è di tutti.

Nei tuoi incontri con giovani e studenti, quale cambiamento culturale ritieni più urgente per aiutare le nuove generazioni a sviluppare resilienza, responsabilità e fiducia nelle proprie capacità?

Credo che il cambiamento più urgente riguardi il modo in cui affrontiamo le difficoltà e la sofferenza. Oggi siamo sempre più abituati a cercare la strada più semplice e, quando arriva un problema, tendiamo a viverlo come qualcosa da evitare. Invece la vita è fatta anche di ostacoli, ed è proprio lì che avviene la crescita. Ai giovani cerco di trasmettere questo messaggio: quando arriva una difficoltà, non scappate. Affrontatela, attraversatela, perché può diventare un’occasione per fare un passo avanti. Se impariamo a guardare la difficoltà in faccia, quella stessa difficoltà può trasformarsi in una risorsa. La resilienza non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla capacità di dare un significato alle sfide che la vita ci mette davanti.

Massimo Giannini, criticando il governo Meloni, ha utilizzato una frase che ha fatto discutere: “Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle, a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto”. Pensi che quelle parole rivelino un pregiudizio ancora radicato nel mondo mediatico e culturale verso la disabilità?

Penso che quelle parole rivelino un pregiudizio ancora molto presente nella nostra cultura. Per troppo tempo abbiamo guardato prima all’etichetta che alla persona, prima al limite che al potenziale. Lo vedo nei commenti che ricevo e nelle esperienze che ho vissuto: spesso ci si ferma alla condizione, immaginando solo le difficoltà. Anch’io, da ragazzo, temevo che la mia disabilità potesse impedirmi di costruire una famiglia. Per questo credo che il vero cambiamento culturale consista nel riconoscere che il valore di una persona non dipende dalla sua efficienza fisica, ma dalla sua dignità, dalle sue relazioni e da ciò che può dare agli altri.

Aggiornato il 17 giugno 2026 alle ore 12:42