Quando la solidarietà diventa concreta

Francesco Tambasco, presidente di Cuore Unito: “Ho iniziato donando un’ambulanza al mio paese. Oggi insegniamo a fare il pane in carcere. Il senso è sempre lo stesso: ridare strumenti e dignità”.

C’è un filo che unisce un’ambulanza donata a un piccolo comune del Cilento, un computer consegnato a uno studente in difficoltà, un convoglio di aiuti umanitari diretto in Ucraina e un laboratorio di panificazione all’interno del carcere di Monza. Quel filo si chiama solidarietà concreta.

È la storia di Francesco Tambasco, presidente della Cooperativa Sociale Cuore Unito, che negli anni ha trasformato l’idea dell’aiuto in un percorso fatto di gesti semplici ma capaci di incidere sulla vita delle persone. Dalla sua Pisciotta, dove tutto è iniziato con la donazione di un’ambulanza alla Misericordia, fino ai progetti di inclusione sociale promossi oggi a Monza, il suo obiettivo è rimasto lo stesso: non limitarsi ad assistere chi è in difficoltà, ma offrire strumenti per restituire autonomia, dignità e speranza.

Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista, ripercorrendo le tappe di un impegno che guarda ai bisogni del territorio senza dimenticare le grandi emergenze internazionali.

Presidente Tambasco, da dove nasce il suo impegno nel sociale?

Nasce da Pisciotta, il mio paese d’origine. Lì ho donato un’ambulanza e diverse apparecchiature medicali alla Misericordia. Ho sempre pensato che, quando una persona sta male, debba poter contare su un soccorso immediato. È stato il primo passo del mio percorso: capire che davanti a un bisogno concreto bisogna rispondere con un aiuto concreto.

Da lì il vostro impegno si è allargato ad altri ambiti.

Sì. Ho iniziato a guardare anche ciò che accadeva vicino a casa. Ho incontrato famiglie che non riuscivano a mettere un pasto in tavola per i propri figli e abbiamo distribuito generi alimentari. Ho visto studenti costretti a seguire le lezioni dal cellulare perché non avevano un computer e, insieme a Vincenzo Vetere, presidente dell’Associazione Safer Bullismo, abbiamo donato dispositivi informatici. Non si può parlare di futuro se a un bambino manca il cibo o gli strumenti per studiare.

Poi è arrivata la guerra in Ucraina.

Quando è scoppiata la guerra non potevamo restare a guardare. Abbiamo inviato aiuti umanitari al popolo ucraino: un’ambulanza, medicinali, alimenti, vestiti e altri beni di prima necessità. La fragilità è uguale ovunque. Che sia a Pisciotta, a Monza o a Kiev, quando mancano la salute, il cibo e la pace, manca tutto.

Da circa un anno è presidente della Cooperativa Sociale Cuore Unito. Qual è la nuova sfida?

Abbiamo iniziato a chiederci cosa succede dopo l’emergenza. Dopo aver aiutato chi ha fame, chi non può studiare o chi fugge dalla guerra, cosa possiamo fare per chi vuole ricominciare una nuova vita? Da questa domanda è nato il progetto del panificio all’interno del carcere di Monza. Stiamo formando alcuni detenuti nell’arte della panificazione perché crediamo che il lavoro dignitoso sia la vera occasione di riscatto. Non regaliamo assistenza: trasmettiamo competenze e opportunità.

Sembra esserci un filo conduttore che unisce tutte queste iniziative.

Assolutamente sì. È quello di dare strumenti. L’ambulanza serve a salvare vite, il cibo a sfamare, il computer a studiare, i farmaci a curare, il pane a costruire un futuro attraverso il lavoro. Sopra ogni cosa, però, c’è un valore fondamentale: la pace. Senza pace non reggono la famiglia, la scuola, il lavoro e la società.

Molti potrebbero pensare che un’ambulanza, qualche pacco alimentare o un laboratorio di panificazione siano soltanto piccole azioni.

Sono gocce, è vero. Ma tante gocce insieme formano il mare. Se un ragazzo di Pisciotta viene soccorso in tempo, se un bambino può studiare grazie a un computer, se una famiglia ucraina riceve cure e assistenza, se un detenuto esce dal carcere con un mestiere, allora quella goccia ha avuto un valore enorme.

Qual è il momento che le dà più soddisfazione?

Quando vedo il risultato concreto di quello che facciamo. Quando alla Misericordia mi raccontano che quell’ambulanza è servita a salvare una vita. Quando una madre mi dice che suo figlio ha potuto studiare grazie al computer ricevuto. Oppure quando un detenuto mi guarda negli occhi e mi dice: “Presidente, quando uscirò voglio aprire un forno”. In quei momenti capisco che ogni sforzo ha un senso.

Qual è l’augurio che rivolge al futuro?

Mi auguro che un giorno non ci sia più bisogno di donare ambulanze, distribuire pacchi alimentari o fornire computer perché tutti possano avere ciò che serve per vivere con dignità. E soprattutto mi auguro che nel mondo ci sia la pace. Nel frattempo, continueremo a fare la nostra parte. Da Pisciotta a Monza, dall’Italia all’Ucraina. Un’ambulanza, una spesa, un computer, un filone di pane alla volta.

Che messaggio vuole lasciare ai lettori?

La solidarietà non conosce confini. Parte dal proprio paese e arriva ovunque ci sia qualcuno che ha bisogno di una mano. Nessuno, da solo, può cambiare il mondo. Ma se ognuno fa la propria parte, quella che sembra una semplice goccia nell’oceano può diventare un mare capace di cambiare molte vite.

Aggiornato il 28 luglio 2026 alle ore 14:23