L’8 marzo ricordatevi delle donne afghane

Taccuino Liberale #78

Dopodomani, domenica 8 marzo, si celebrerà come ogni anno la Festa della Donna. Sarà che i venti di guerra stanno gelando molti cieli, ma a differenza degli anni precedenti, la macchina del marketing sembra inceppata o comunque ancora non ha dato alcun frutto sull’argomento. Gli altri anni, già si scorgevano segnali di festa, mimose ovunque, menù speciali per l’occasione e si iniziavano a leggere i primi contributi delle femministe, delle radical chic, delle donne per la parità a tutti i costi, con le tematiche più o meno classiche o qualcuna aggiornata all’ondata del momento, ma tutte pronte ad offrire il proprio contributo alla riflessione sulla condizione della donna (e contro il mercato ed il rincaro del prezzo delle mimose per l’occasione).

E così qualche appunto liberale, sul Taccuino lo proviamo a scrivere, perché l’argomento non è mai passato di moda, e non deve passare di moda, ma come cambiano gli stili nella moda forse dovrebbe cambiare anche la narrazione del fenomeno e trovare obiettivi e temi rispondenti alla realtà e alla situazione attuale. Che forse è un po’ diversa da quella che sentiamo raccontare, ma soprattutto che si sentono raccontare le donne, oggi, in questo Paese.

Alcune riflessioni le vogliamo quindi dedicare alle donne in Italia, in particolare alle giovani donne, e alle giovanissime, infarcite culturalmente dal falso ideale della necessità di abbattere il patriarcato, che le terrebbe sotto scacco ancora oggi. Basterebbe chiedere ai propri familiari il numero di figli presenti nelle ultime 4 generazioni a ritroso rispetto alla propria per scoprire che loro, probabili figlie uniche, hanno madri e padri, componenti di famiglie con almeno 3 figli, e che le loro nonne erano componenti di famiglie con almeno 7-8 figli, a loro volta componenti di famiglie con 11-13 figli. Questa era la normalità della condizione femminile in Italia negli ultimi 200 anni: le donne facevano figli sin dalla tenera età (non c'è bisogno di ricordare che Giulietta, di shakespeariana memoria, aveva 14 anni, e la madre le rammentava che alla sua età vi erano quattordicenni già mogli e madri) e per quasi tutto il tempo che erano fertili continuavano a fare figli, e basta. Niente scuola, nessun lavoro, nessuna indipendenza economica, niente diritto al voto.

Oggi una quattordicenne ha un destino, e quindi una vita ben diversa da quella di Giulietta, della propria trisavola, della bisnonna, della nonna e probabilmente anche della propria madre. Quello che ha permesso questa evoluzione è senz’altro il sistema capitalistico, assieme al sistema istituzionale liberale, che ha consentito di far diventare normalità la parità di genere ammettendo le donne al voto, all'istruzione, al lavoro. Smettendo di essere madri e basta, e di destinare la propria vita a fare figli e basta. Ma senza mercato del lavoro, libertà d’impresa, libertà politica ed istituzionale la donna non avrebbe alcun modo per affrancarsi dalla condizione di partoriente in servizio permanente effettivo.

Di questa accelerazione, negli ultimi 80-100 anni della condizione femminile nel Paese, ne è l’emblema e la rappresentazione una stanza, presente a Palazzo Montecitorio, antistante quella chiamata la sala della Regina, oggi denominata la Sala delle Donne, dedicata alle prime donne entrate a far parte delle Istituzioni della Repubblica italiana, per ricordare, con le loro immagini, il contributo che hanno apportato all’avanzamento politico e sociale del paese.

Come si può leggere dalla descrizione dal sito della Camera dei deputati, fu inaugurata nel 2016, quando alla presidenza di tale istituzione vi era una donna, ed ospita i ritratti delle 21 deputate elette all’Assemblea costituente, delle prime sindache elette tra la primavera e l’autunno del 1946, della prima donna che ha assunto la carica di Ministro, Tina Anselmi, della prima Presidente della Camera, Nilde Iotti, della prima Presidente di Giunta regionale, Anna Nenna D’Antonio. Allora, nel 2016, erano stati apposti degli specchi, per rappresentare le alte cariche “mancanti” per le donne, e da dopo l’inaugurazione sono stati aggiunti, il ritratto della prima Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati e della prima Presidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia ed anche il ritratto di Giorgia Meloni prima donna Presidente del Consiglio dei ministri. Resta solo uno specchio, in luogo di una foto ritratto, per ricordare che la carica di Presidente della Repubblica non è stata ancora ricoperta da una donna.

Una bella accelerazione, che dimostra, a differenza di quanto una parte politica, culturale ed intellettuale ci voglia far credere, che forse, tutto questo patriarcato, tutta questa condizione di schiavitù femminile non c’è e che se le donne vogliono, oggi possono prendere in mano il proprio destino e plasmarlo a loro piacimento, perché non vi è un ostacolo materiale all’autorealizzazione.

Sicuramente le cose non sono semplici, certi traguardi sono stati conquistati a fatica, anche decisamente maggiore di quella fatta dagli uomini per raggiungere le stesse vette, gli stessi obiettivi, perché non è facile scardinare completamente canoni culturali persistenti da molto tempo, ma la velocità di cambiamento, nel paese, è più da corsa veloce, che da marcia lenta. Non dimentichiamo che solo nel 1906, ad opera di Salvatore Morelli, deputato nelle legislature X e XIII del Regno d’Italia, fu presentata la prima proposta di legge per l’abolizione della schiavitù domestica. Solo 120 anni fa.

Se si allarga l’orizzonte va riconosciuto che l’Europa ha un sostrato politico, culturale ed economico che favorisce la realizzazione femminile, mentre già a pochi “passi” da noi, per poi arrivare in zone più lontane del pianeta, le donne se la passano molto peggio di come stanno invece in Europa. 

Se si analizzano i dati relativi ad una materia molto spinosa e controversa, come la violenza di genere, in Italia, nel 2025 ci sono stati circa 70 femminicidi, con una tendenza, seppur lieve ma presente, alla diminuzione rispetto agli anni precedenti. In Europa, sebbene i dati consolidati definitivi sui femminicidi per l’anno scorso non siano ancora disponibili, i report pubblicati sulla base delle stime dell’Unodc e di Un Women, rilasciate a fine 2025, indicano che nel continente europeo il tasso di femminicidi commessi da partner intimi o familiari è tra i più bassi a livello globale, attestandosi intorno a 0.5 per 100.000 donne. 

Il tasso di femminicidi in Asia è stato stimato intorno a 0.7 vittime per 100.000 donne, e occorre sottolineare che le statistiche spesso sottostimano il fenomeno a causa della mancanza di dati completi in molti paesi asiatici.

Passando all’istruzione in Europa, elemento essenziale ed imprescindibile per il miglioramento della condizione delle donne, il tasso di scolarizzazione femminile è elevato e spesso superiore a quello maschile, in particolare nell’istruzione terziaria. Nell’Ue, circa il 34 per cento delle donne tra 25-64 anni possiede un titolo di studio superiore, contro il 29 per cento degli uomini. L’Italia presenta un vantaggio femminile simile, con il 64,5 per cento di donne diplomate contro il 59,8 per cento degli uomini, e la crescita dei livelli di istruzione femminile è più rapida di quella maschile, il che favorisce significativamente il divario di genere in favore delle donne. In Italia, le donne laureate sono il 22,4 per cento, gli uomini il 16,8 per cento, e nel 2024 il 38,5 per cento dei laureati tra i 25-34enni sono state donne. Nel 1924, le donne laureate in Italia erano circa il 10-15 per cento. In 100 anni il tasso di donne laureate è più che raddoppiato, quasi triplicato.

In Asia centrale e meridionale, il numero di ragazze non scolarizzate è invece diminuito del 39 per cento negli ultimi 20 anni ed un numero maggiore di bambine rispetto ai bambini è escluso dalla scuola. Nell’Asia meridionale, le ragazze adolescenti (15-19 anni) hanno tre volte più probabilità rispetto ai coetanei di non frequentare la scuola o formazione. Quasi 50 milioni di ragazze e giovani donne in Asia non sanno leggere o scrivere, ed in Asia meridionale, occidentale e in altre aree, metà delle donne adulte è analfabeta. L’Afghanistan rappresenta l’eccezione più grave, con il divieto di istruzione per le ragazze sopra i 12 anni. Questi i numeri, questa la situazione, queste le sfide che riguardano le donne, in Italia, in Europa, nel mondo.

Buona Festa delle Donne, senza troppa retorica, e consapevoli del fatto che se si è europee ultra-dodicenni la vita è decisamente migliore di quella di una donna in Afghanistan. Buon 8 marzo alle ultra-dodicenni afghane che non hanno proprio nulla da festeggiare. Ricordiamoci di loro quando ci regaleranno una mimosa.  

(*) Leggi il Taccuino liberale #1#2#3#4#5#6#7#8#9#10#11#12#13, #14#15#16#17#18#19#20#21#22#23#24#25#26#27#28#29#30#31#32#33#34#35, #36#37#38#39#40#41#42#43#44#45#46#47#48#49#50, #51, #52#53#54#55#56#57#58#59, #60#61, #62, #63#64#65#66, #67, #68#69#70#71#72#73#74#75#76, #77

Aggiornato il 06 marzo 2026 alle ore 14:18