I sondaggi e la panna montata dei grillini

Quando non esistevano i sondaggi sulle intenzioni di voto la politica campava felice. I partiti dovevano spaccarsi la schiena alla ricerca del voto porta a porta. Bisognava conquistare la fiducia delle persone convincendole della bontà della propria offerta programmatica. E l’urna alla fine era come il salvadanaio: bisognava aspettare di aprirla per scoprire quanto c’era dentro. Oggi si lavora sulla virtualità di orientamenti rilevati mediante lo sviluppo di complicati algoritmi. La realtà non alberga nei sondaggi. Intanto, un esercito di analisti, opinionisti, ospiti fissi e girevoli dei talk-show si guadagnano da vivere grazie a quel prezioso strumento che aziona il caleidoscopio degli scenari elettorali. Consiglieremmo prudenza nel maneggiarli perché non sono il Verbo.

Si prenda il caso del Movimento Cinque Stelle. Non vi è sondaggio che non lo collochi in testa a tutte le rilevazioni. Secondo le proiezioni di “Quorum/You Trend”, l’istituto di ricerca quantitativa e qualitativa che si occupa di sviluppare la media di tutte le rilevazioni in circolazione sulle intenzioni di voto, i grillini sarebbero saldamente al comando con un consenso stimato al 27,5 per cento. Un dato stratosferico, non c’è dubbio. Ma anche molto opinabile per quelli che, come noi, prediligono la cruda realtà alle costruzioni fantastiche del virtuale. Proviamo a fare quattro conti a modo nostro. Su una previsione di affluenza al voto intorno al 66 per cento degli aventi diritto, il 27,5 per cento corrisponde all’incirca a 8milioni 500mila elettori alla Camera e 7milioni 800mila al Senato. Un numero impressionante soprattutto se lo si rapporta ai voti reali ottenuti dai Cinque Stelle non più tardi della scorsa primavera quando si è votato per le amministrative in parte del Paese. Benché non sia ortodosso comparare eventi elettorali differenti tra loro, purtuttavia un orientamento di massima degli italiani lo si può cogliere e non va nella direzione indicata dai maghi sondaggisti.

Nel giugno scorso sono andati a votare mediamente il 60,07 per cento degli aventi diritto (fonte: ministero dell’Interno). Considerato che erano chiamati alle urne ben 9 milioni 172mila e 26 elettori, è corretto dire che all’incirca hanno votato 5 milioni 509mila persone. Se il Movimento Cinque Stelle avesse confermato il trend che all’epoca i sondaggi fissavano intorno al 28 per cento, calcolatrice alla mano, i campioni grillini avrebbero dovuto ottenere 1 milione 543mila voti di lista. Invece, sommando, a titolo indicativo, le preferenze conseguite nelle 25 città capoluogo nelle quali si è votato i grillini hanno rimediato un ben magro bottino: 139mila voti validi. Il dato è netto, visto che nelle amministrative non si sono apparentati con nessun’altra lista e, soprattutto, non hanno corso sotto insegne diverse del tipo delle liste civiche. Ci hanno messo la faccia dappertutto e almeno nelle città capoluogo è quello che hanno raccolto, con percentuali di consenso che non hanno mai sfondato la soglia psicologica del 20 per cento. La forbice si è mantenuta tra la punta massima di Genova al 18,37 (39.971 voti) per cento e la minima di Parma al 3,47 per cento (2.406 voti) con un andamento medio sempre al di sotto del 10 per cento. Si dirà: è successo alle comunali. E alle regionali? Il dato più recente è quello siciliano del 5 novembre scorso. In quella regione si attendeva il boom dei pentastellati visto che, fin dalla nascita del Movimento, la Sicilia è stata considerata il loro granaio elettorale. È andata che i voti alla lista sono stati 513mila359 pari al 26,7 per cento dei voti validi.

Ora, per quelli come noi che sono poco adusi ai virtuosismi mentali dei matematici, sorge un dubbio che si fa domanda per gli stregoni dei sondaggi: se alle ultime comunali le medie di consenso per i Cinque Stelle sono state al Nord intorno al 8,27 per cento, al Centro al 5,74 per cento e al Sud al 5,55 per cento e se nella fortezza Sicilia non sono andati oltre il 26,7 per cento, com’è possibile pronosticare il botto per il prossimo 4 marzo? La scorsa primavera non hanno votato tutti i grandi e piccoli centri del Nord dove i grillini praticamente non toccano palla. E se i cittadini hanno ritenuto di non fidarsi di loro per l’amministrazione degli enti locali perché mai dovrebbero consegnargli il Paese? Saremo pure dei somari in matematica ma a noi questa storia dei Cinque Stelle primo partito non convince. Il circo mediatico li sta pompando per prosaiche ragioni di fatturato degli editori che pagano gli stipendi agli opinion-makers ma non c’è niente di concreto in queste mirabolanti previsioni.

Soltanto un evento eccezionale potrebbe determinare, nei prossimi sessanta giorni, una mutazione dell’orientamento degli elettori tanto radicale da spostare il baricentro della politica in direzione della forza idroponica, autoproclamatasi di antisistema. La responsabilità di evitare catastrofi ricade sulla coalizione che, in base al trend registrato in occasione dei più recenti appuntamenti elettorali, è data vincente. Cioè il centrodestra. Rebus sic stantibus, l’unico modo per esorcizzare lo spettro grillino è che Silvio Berlusconi e soci parlino chiaro sul da farsi agli italiani, inducendoli a fidarsi di loro. Ancora una volta, nella speranza che sia quella buona.

Aggiornato il 05 gennaio 2018 alle ore 08:14