Scemi, scemi, scemi! Non sarà bello, non sarà elegante e neppure politicamente corretto, ma concedetecelo un coretto di sfottò all’indirizzo dei “compagni” del campo largo. Per la sinistra, non avrebbe dovuto essere questo turno elettorale l’ultimo giro di boa da percorrere come una marcia trionfale in vista del traguardo delle politiche del 2027? È così che l’hanno raccontata Elly Schlein e soci.
L’avviso di sfratto al Governo sarebbe dovuto partire – nelle intenzioni dei leader del centrosinistra – dalle acque della laguna che fanno da specchio agli splendidi palazzi sospesi nel tempo della Venezia eterna. Per l’occasione la sinistra paracaduta sul capoluogo veneto un onest’uomo – Andrea Martella – venuto fuori dalla burocrazia di partito del Pci, lato migliorista (la corrente politica di Giorgio Napolitano e di Emanuele Macaluso), e tirato a lucido per l’occasione con un corollario di bengalesi a fargli da sottofondo etnico multiculturale. Un assaggio di applicazione del Vangelo dell’accoglienza illimitata, promesso agli italiani dai sinistri del campo largo. Una vittoria annunciata, costruita sul postulato che la gente avrebbe con entusiasmo e con fiducia incrollabile abbracciato il credo progressista contro quella cosa brutta e cattiva che si chiama centrodestra.
E invece? Altro che sol dell’avvenire, dipinto con i colori del fondamentalismo ecologico, dei tanti comitati del “No” a tutto, a qualsiasi novità, riprodotto nel pittoresco quadretto multietnico distribuito lungo le calli e i canali della città che fu di Giacomo Casanova, l’avventuriero. Sì, ma non “avventurista”, come i vecchi dirigenti togliattiani del Pci avrebbero definito l’allegra brigata dei fricchettoni che ha raccolto la loro eredità elettorale (non politica).
Una sberla in pieno volto, ecco cosa è stato il voto alle comunali di Venezia. Ha stravinto Simone Venturini, un politico del territorio che si è fotta le ossa nella Giunta dell’uscente Luigi Brugnaro. Uno che la gente conosce benissimo, perché lo incontra a mattina al bar, lo intravede per strada mentre discute con i commercianti di cose concrete. Uno che si preoccupa, per responsabilità d’ufficio assessoriale, di coesione e politiche sociali. Un “civico” sì, ma un civico di centrodestra.
Una vittoria secca, al primo turno. Un 51,03 per cento contro il 39,21 per cento dello sfidante: una distanza galattica di questi tempi. Eppure, a sinistra si erano illusi che la vittoria al referendum sulla giustizia avrebbe capovolto definitivamente i rapporti di forza tra il centrodestra e il centrosinistra. Non ci avevano capito nulla. E Venezia ne è stata la prova.
Speriamo che questo risultato nitido metta un po’ tranquilli Giorgia Meloni e i suoi alleati e faccia cessare la fase dell’isteria collettiva che sembrava aver colpito il centrodestra dopo l’esito referendario. Con questo non vogliamo dire che tutto va bene madama la marchesa e che l’anno prossimo le politiche per la Meloni saranno una pura formalità. I nodi ci sono e non sono pochi. A cominciare dall’effetto mina vagante “Roberto Vannacci”. C’è stato il caso Vigevano che non deve essere sottovalutato. Lì in Lomellino cuore della Lombardia padana, il generale sostenuto un candidato sindaco che ha raggiunto il 14,21 per cento, con la lista Vigevano Futura la quale ha raccolto l’11,59 per cento dei consensi, stracciando letteralmente la Lega a casa sua, ferma al 9,55 per cento e superando Fratelli d’Italia (11,40 per cento) di una mezza incollatura. Cari leader del centrodestra, ve lo abbiamo detto e ripetuto in tempi non sospetti che il generale sarebbe stato un problema non da poco. Adesso spetta a voi mettere da parte l’orgoglio ferito e cominciare a ragionare per trovare il modo di trasformare l’effetto Vannacci da problema in opportunità.
E il resto dell’Italia al voto? Tutto secondo copione: vittorie e sconfitte equamente distribuite, a dimostrazione che le dinamiche locali seguono logiche del tutto differenti da quelle nazionali. Perché se così non fosse, se dovessimo proiettare i risultati ottenuti dalle singole forze politiche in loco allo scenario nazionale, dovremmo trarre la conclusione che il Cinque Stelle si conferma nelle urne il bluff che abbiamo conosciuto nel recente passato e che l’aspirazione leaderistica di Giuseppe Conte non sia altro che un souffle’ destinato a sgonfiarsi.
Una sola notazione meritevole di essere evidenziata: la saga di Vincenzo De Luca “o’ sceriffo” continua. Il vecchio ras prestato al campo progressista si è ripreso la sua Salerno. Lo ha fatto in un modo alquanto bizzarro che ci rafforza nella convinzione che sia lui l’esempio più limpido del radicamento territoriale di un neo-feudalismo di matrice repubblicana. Ha vinto al primo turno con il 57,88 per cento dei consensi. Ma non è questo il punto. È come ha costruito la sua vittoria che affascina e insieme preoccupa. De Luca ha chiuso la porta agli alleati nazionali del campo largo, al punto che Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e Cinque Stelle si sono uniti per presentare un candidato alternativo ‒ Francesco Lanocita ‒ che ha ottenuto uno striminzito 14,11 per cento; il Partito Democratico non ha presentato il proprio simbolo né una propria lista ma affidando al De Luca medesimo la facoltà di accogliere nelle liste civiche costruite in appoggio alla sua candidatura gli eventuali rappresentanti “dem” da portare in Consiglio comunale. E chi ha siglato l’accordo di desistenza a nome del Pd? Il suo segretario regionale. E chi è il segretario regionale campano del partito di Elly Schlein? Il deputato “dem” Piero De Luca, figlio di Vincenzo.
Quest’ultimo, per rimarcare il fatto che Salerno sia ormai repubblica indipendente rispetto al resto della nazione ‒ la nuova Montecarlo del basso Tirreno? ‒ ha pensato bene di non festeggiare il successo con il babbo ma di recarsi ad Avellino per abbracciare il neo sindaco piddino del capoluogo irpino, tale Nello Pizza. Cose da Sant’Uffizio! Morale della favola: questa volta il “cuculo” Schlein non ha avuto il fegato di appropriarsi del risultato salernitano. Vincenzo De Luca stravince non perché sia stato un eccellente amministratore pubblico ma perché ha costruito un apparato di potere granitico, inscalfibile, che governa da decenni con pugno di ferro. Dove giganteggia la sua figura di “decisore ruvido” non cresce l’erba dell’opposizione. Il candidato di tutto il centrodestra a Salerno ha messo insieme un umiliante 15,02 per cento. Possibile che in una città del Sud, dove l’imprenditoria è fiorente il centrodestra, non tocchi palla? È solo questione di mancanza di una valida classe dirigente locale per il centrodestra? A nostro avviso, la spiegazione risiede esclusivamente nell’articolatissima struttura di potere che De Luca ha costruito negli anni nella sua città e di cui lui resta, a dispetto dell’età avanzata, il dominus assoluto. Da magnanimo feudatario, quando sarà giunto il giorno delle elezioni politiche, lui recherà in generoso dono i suoi voti alla coalizione del centrosinistra. Sarebbe bello, oltre che giusto, se su quelle schede tuffate nelle urne a beneficio del Partito Democratico venisse apposta la stampigliatura “per gentile concessione di don Vincenzo De Luca” (ai “baroni” si dà il don). D’altro canto, solo a lui è stato concesso d’insultare sistematicamente i dirigenti del Partito Democratico senza che nessuno reagisse o provasse a rispondergli per le rime.
Per il resto: more solito. Ad eccezione di Arezzo, che ci proponiamo di tenere d’occhio. Lì si va al ballottaggio tra il candidato del centrodestra, Marcello Comanducci, che ha preso il 43,81 per cento e il rappresentante del centrosinistra Vincenzo Ciccarelli, fermo al 32.36 per cento. Comanducci ha mancato l’elezione al primo turno a causa della presenza di un terzo candidato espressione del partito di Carlo Calenda. Marco Donati, questo il suo nome, ha chiuso al 20,49 per cento. Si tratta di tanti voti. La domanda è: da quale parte verranno indirizzati i suoi elettori per il ballottaggio? A sinistra o a destra? La risposta potrebbe dirci molto sui futuri scenari nazionali. Un Calenda che si schiera a destra in una città chiave della Toscana potrebbe accendere la fantasia di molti moderati presenti nel centrodestra. Anche la nostra fantasia potrebbe essere vellicata dallo sviluppo, in un senso o nell’altro, della vicenda aretina.
Da devoti shakespeariani già ci figuriamo Giorgia Meloni in calzamaglia e acconciatura da paggetto, novella Amleto, che recita il celebre monologo nella riscrittura adattata ai tempi. Un teschio tra le mani e, gravi, solenni, le parole: Calenda o Vannacci, questo è il dilemma. Appunto, il dilemma. E vallo a sapere quale sia la soluzione giusta. Intanto, c’è da scoprirlo. E possibilmente in fretta.
Aggiornato il 27 maggio 2026 alle ore 10:24
