Non è possibile continuare così. La nazione rischia di finire in fiamme per mano di una minoranza di organizzazioni terroristiche ˗ la galassia dell’antagonismo sociale ˗ che sta portando la democrazia alla paralisi. Lo Stato, che dovrebbe difendersi da chi lo attacca, non lo fa a dovere. Perché? A
voi sembra normale che, dalla Val di Susa alle piazze di Bologna, Torino, Milano e di tutte le principali città del Paese, le forze dell’ordine debbano starsene ferme a subire le violenze di queste bande organizzate senza reagire, senza rispondere con mano ferma? Che si chiamino black bloc, Askatasuna, maranza, antagonisti, anarchici-insurrezionalisti, No-Tav, pro-pal, No-Muos, non fa differenza alcuna: la violenza organizzata è, nella prassi delinquenziale, lo spartito dell’unica musica che gli italiani dovrebbero ascoltare.
Vi sembra giusto? È questo il mondo in cui abbiamo scelto di vivere? No, che non lo è. Allora come fare a risalire la china mortale su cui stiamo inesorabilmente scivolando? Come uscire dalla spirale di contraddizioni nella quale è precipitata la nostra idea di democrazia?
La domanda non è rivolta alla sinistra, alla quale non dispiace affatto la piega che ha assunto la protesta violenta in Italia. Piuttosto, ci rivolgiamo a quella schiera di onesti assertori dello Stato di diritto e dello spirito garantista.
Il nostro è un appello accorato: aiutateci a uscire dalla nostra patetica ignoranza. Già, perché è un nostro limite culturale ˗ di cui dobbiamo, con disdoro, farci carico ˗ non aver capito granché di cosa significhino i pur nobili principi del garantismo e dello Stato di diritto. Spiegatecelo. Ma con un’avvertenza: niente generici riferimenti a non precisati ideali ai quali ispirarsi. Dovete dirci quali illustri pensatori (Cesare Beccaria, Voltaire, Montesquieu, Henri-Benjamin Constant, Guido De Ruggiero, Giovanni Sartori) abbiano definito le categorie concettuali del garantismo, della difesa dei diritti inalienabili dell’individuo, della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero e l’abbiamo posti a fondamento dello Stato democratico.
Ma non basta conoscere chi. Dovete con precisione indicarci in quali opere letterarie, filosofiche, morali, in quali capitoli, in quali paragrafi e anche in quali pagine sia scritto a chiare lettere che garantismo significhi subire passivamente la violenza degli aggressori.
In quale manuale di diritto è riportato che ai violenti si debba sempre e comunque porgere l’altra guancia; che l’uso della forza assegnato in via esclusiva allo Stato sia solo nominale ma che nella realtà debba tradursi in immobilismo sul terreno. Che il cittadino debba mostrarsi collaborativo con il malvivente che lo rapina, che gli entra in casa per derubarlo degli averi conquistati grazie a una vita di onesto lavoro. E, soprattutto, che non debba reagire. E che se per disgrazia lo facesse, se reagisse, sarebbe giusto pagarne le conseguenze, con il trasferimento, per sentenza, di tutti i suoi beni, a titolo risarcitorio, al delinquente-vittima.
Dove è scritto che per spirito democratico l’accoglienza sia sempre e comunque obbligatoria; che si debbano spalancare le braccia a chi per radicato convincimento culturale e religioso ritiene che gli omosessuali vadano malmenati e ammazzati, che le donne siano una specie inferiore da mettere al servizio del maschio.
Dove è detto che la proprietà privata è qualcosa di cui ci si debba vergognare e che, al contrario, la prodigalità verso chi ci odia e ci vorrebbe annientare sia la cosa più figa e cool del mondo?
E quale suprema giurisdizione ha stabilito che il ricorso al diritto vivente sia il giusto escamotage praticato dai giudici per graduare, fino a sterilizzarla, l’efficacia delle norme introdotte dal legislatore nell’ordinamento giuridico?
Tutta colpa della nostra ignoranza, non aver attinto ai testi sacri che ci avrebbero illuminato sulla vera essenza del garantismo e dello Stato di diritto, di cui iniziamo ad avvertire, singolarmente e collettivamente, in corpore vili i segnali nei comportamenti “virtuosi” di chi, armato di molotov e di spranghe, fa valere le proprie ragioni su quelle della maggioranza dei cittadini.
Dovremmo vergognarci e chiedere scusa per la nostra ostinata incapacità a non sapere decodificare lo statuto dei segni con il quale comprendere lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Come essere così ciechi e stupidi da non capire che una massa di persone che sfila esibendo cartelli sui quali campeggia la scritta “Poliziotti assassini” e “Fakir, omicidio di Stato” in realtà sia una manifestazione pacifica non violenta, volta alla ricerca del Bene?
E che l’uomo politico – nella fattispecie il sindaco – che ha indetto quella manifestazione “pacifica”, finita con oltre 60 poliziotti feriti, non sia un provocatore ma la proiezione rediviva del mahatma Gandhi?
Perché intestardirsi a ritenere che anche le parole possano essere violenza; che le parole siano pietre? Come non avvertire l’incontenibile bisogno di inginocchiarsi al cospetto della morte di un pregiudicato nel mentre la polizia prova a contenerne l’esagitazione e, invece, a non fare spallucce quando a rimetterci le penne sia uno delle forze dell’ordine?
Sarà come dice l’illustre signora Francesca Albanese da Ariano Irpino: l’Italia che non si dispera per la morte di Fakir è quella che si sta “israelizzando”. Non islamizzando, con tutto quello di orrendo, barbarico, oscurantista, a cui ci capita di assistere – e subire – ogni giorno a causa della eccessiva presenza di un’immigrazione di religione musulmana in Italia, ma “israelizzando”.
Avete capito bene. E noi, poveri illusi, che credevamo in una democrazia decidente, nella quale i rappresentanti politici della maggioranza del corpo elettorale avessero il diritto-dovere di governare il Paese compiendo le scelte più opportune. E che le opposizioni avessero il diritto di criticare quelle scelte ma non il potere di impedirle attraverso l’uso della violenza organizzata. Che polizia e carabinieri potessero legittimamente fare ricorso all’uso della forza senza finire puntualmente sul banco degli accusati per averlo fatto.
Tutto questo vorremmo che ci venisse spiegato e insegnato dai più dotti che hanno le chiavi della conoscenza, perché noi da soli non siamo stati in grado di arrivarci. Peggio, con il fai-da-te nell’acculturarci siamo finiti a costruire un’idea di democrazia, di Stato di diritto, di principio garantista del tutto sbagliata.
Indicateci voi la giusta strada. Ma visto che ci siete, se la “giusta strada” dovesse confermarsi quella sulla quale stiamo camminando, allora siate misericordiosi, forniteci anche il modulo di dimissioni. Perché, se dovesse essere questo il futuro che ci attende, il mondo alla rovescia da sempre temuto, no, grazie. Ci chiamiamo fuori, non ci stiamo a porgere guance perché non è abbiamo più di disponibili.
Lasciamo ad altri l’incommensurabile piacere di fare la parte degli utili idioti al servizio di chi concepisca la democrazia come l’inferno in terra del socialismo reale, non più solo predicato ma praticato.
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 09:45
