E pensare che doveva essere la “grande spallata”. La città simbolo. Il laboratorio del campo largo. Il trampolino per il famoso “segnale nazionale”. Per settimane il centrosinistra ha raccontato Venezia come l’inizio della riscossa progressista: comizi, selfie, slogan, appelli solenni. Addirittura, un iconico: “Da qui mandiamo a casa Meloni”, firmato Elly Schlein. Peccato che, alla fine, da Venezia abbiano mandato in soffitta soprattutto le illusioni del Pd.
La segretaria dem aveva puntato forte sulla laguna. Non una comparsata veloce, ma una presenza costante: investitura politica totale su Andrea Martella e narrazione epica del “risveglio di Venezia”. Sembrava mancasse solo la colonna sonora di Rocky mentre il campo largo attraversava Mestre in bicicletta.
Poi, però, sono arrivati gli elettori. E lì il problema si è fatto serio.
Perché, mentre il Pd si autocelebrava nei comizi come se avesse già stappato il prosecco della vittoria, il centrodestra si prendeva Venezia con Simone Venturini, e pure in modo netto.
Una batosta politica difficile da mascherare. Anche perché Venezia era stata caricata di un valore simbolico enorme proprio dalla sinistra. Non era una città qualsiasi: era “il modello”, “la svolta”, “l’inizio della fine del melonismo”. E invece il risultato finale ha prodotto l’effetto opposto: la premier Giorgia Meloni ha potuto ironizzare serenamente sul “crollo del centrodestra rimandato a domani”. Una frase che affonda le speranze dem, soprattutto perché arriva dopo settimane in cui il Pd aveva trasformato una tornata amministrativa in un appuntamento nazionale.
Il punto politico è tutto qui: Schlein continua a scambiare l’entusiasmo della propria bolla per consenso reale. Piazza piena? Trend su X? Standing ovation dei militanti? Tutto bellissimo. Ma poi ci sono le urne, che hanno la pessima abitudine di parlare una lingua diversa dai social.
E Venezia racconta esattamente questo cortocircuito. Da una parte il campo larghissimo − dentro tutti, da Rifondazione ai centristi, passando per i Cinque Stelle − costruito con la convinzione che bastasse sommare sigle diverse per vincere. Dall’altra un centrodestra che, dato per spacciato dai retroscenisti da salotto, si è preso la città simbolo senza troppi drammi.
Forse il vero problema è che la sinistra italiana vive di continue “prove generali della caduta di Meloni” che però non arrivano mai. Ogni elezione dovrebbe essere quella decisiva. Ogni piazza “storica”. Ogni slogan “il vento che cambia”. Poi però il vento gira sempre dalla stessa parte.
E allora viene da chiedersi se qualcuno, nel Pd, abbia il coraggio di dire la verità alla segretaria: cara Elly, il problema non è che gli italiani non vi capiscono. È che spesso non vi vedono neppure arrivare. E, quando vi vedono, scelgono comunque altro.
Aggiornato il 27 maggio 2026 alle ore 09:57
