La partita sulle preferenze ha ormai smesso di essere una questione principalmente tecnica. Dietro il dibattito sulla legge elettorale si sta consumando una partita ben più delicata: quella degli equilibri interni al centrodestra e, soprattutto, del futuro assetto di Forza Italia.
La scelta di Giorgia Meloni di rilanciare il tema delle preferenze non è casuale. Per la presidente del Consiglio significa riaffermare una visione della rappresentanza che restituisce agli elettori il potere di scegliere i parlamentari, sebbene solo in piccola parte, ma anche verificare fino a che punto gli alleati siano disposti a seguirla su un terreno altamente identitario. La legge elettorale, insomma, è diventata il vero termometro dei rapporti di forza all’interno della coalizione.
È però dentro Forza Italia che questa sfida assume contorni ben più complessi. Il voto alla Camera, con la maggioranza battuta per un solo voto, ha alimentato la percezione di un partito attraversato da sensibilità diverse e da un dibattito tutt’altro che sopito. Il ritorno delle preferenze, infatti, non modifica soltanto il modo in cui si eleggono i parlamentari: ridisegna gli equilibri interni, redistribuisce il peso delle classi dirigenti territoriali e riduce il controllo delle segreterie nella formazione delle liste.
È in questo scenario che Antonio Tajani si trova probabilmente nella posizione più scomoda da quando ha assunto la guida del partito. Da una parte c’è la necessità politica di mantenere un rapporto solido con Giorgia Meloni, evitando di trasformare la riforma elettorale in un terreno di scontro con il principale alleato di governo. Dall’altra pesa l’orientamento che, secondo diverse ricostruzioni politiche, emerge dall’area vicina alla famiglia Berlusconi, tradizionalmente più scettica rispetto all’introduzione delle preferenze e favorevole a un modello nel quale la selezione della classe dirigente resti saldamente nelle mani del partito.
È una tensione che va ben oltre il merito della riforma. Per Tajani significa tenere insieme due diverse idee di Forza Italia: quella che punta a preservare gli equilibri interni e il rapporto con la famiglia Berlusconi e quella che ritiene inevitabile accompagnare l’evoluzione del centrodestra seguendo la linea indicata da Meloni. Un equilibrio reso ancora più fragile dal fatto che il leader azzurro non può permettersi né una rottura con Palazzo Chigi né di incrinare il rapporto con chi continua a rappresentare un punto di riferimento imprescindibile nella storia e negli assetti del partito.
Per questo il tema delle preferenze pesa molto più del suo valore elettorale. Ha fatto emergere tensioni che fino a oggi erano rimaste sottotraccia e ha dimostrato come, quando si mettono mano alle regole del gioco, le differenze tra gli alleati riaffiorino inevitabilmente. Ma soprattutto ha acceso i riflettori sulla questione che più interessa gli osservatori: quale sarà il ruolo di Forza Italia nel centrodestra dei prossimi anni.
È su questa risposta che si misurerà la leadership di Antonio Tajani. Se sceglierà di seguire fino in fondo la linea di Meloni, dovrà convincere anche quella parte del partito che guarda con maggiore prudenza al ritorno delle preferenze. Se, invece, dovesse prevalere la linea attribuita all’area più vicina alla famiglia Berlusconi, il rischio sarebbe quello di aprire un fronte di tensione con Fratelli d’Italia proprio nel momento in cui la presidente del Consiglio punta a consolidare la propria leadership nella coalizione.
Le preferenze, dunque, sembrano essere prima di tutto un pretesto. La vera partita riguarda il ruolo che Forza Italia intende giocare nel centrodestra e la capacità di Antonio Tajani di restare il punto di equilibrio tra due poli d'influenza sempre più difficili da conciliare: la leadership politica di Giorgia Meloni e il peso, ancora rilevante, della famiglia Berlusconi nella vita del partito.
Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 09:41
