Uno spettro si aggira sul centrodestra: Roberto Vannacci

Siamo preoccupati. Sembra che il centrodestra, dopo essere andato al tappeto a causa della sconfitta rimediata al referendum sulla giustizia, non riesca a rialzarsi. I suoi leader sembrano pugili suonati che hanno perso l’orientamento: con gli occhi pesti, non sanno più da che parte stia l’avversario. Un po’ meno Giorgia Meloni, per il semplice fatto che non si mostra al pubblico con la medesima frequenza dei suoi alleati, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Loro due sembrano impazziti. Fuggono in tutte le direzioni. E straparlano. Tajani, che torna a strologare di Ius Italiae per favorire la concessione della cittadinanza alla fascia di immigrati sedicenni, nonostante una significativa porzione di essi non stia dando buona prova di integrazione nella società italiana. E Salvini? Lui ormai le spara a ruota libera, salvo a essere smentito un minuto dopo dai “colonnelli” del suo partito, al punto da far sorgere il sospetto che il “Capitano” non conti più granché nella Lega e che la sua segreteria sia stata di fatto commissariata dai sostenitori del Carroccio della prima ora: la polpetta avvelenata lasciatagli in eredità dal defunto leader Umberto Bossi.

Appena ieri l’altro quell’indecoroso pasticcio parlamentare, dove c’è stato lo zampino di una Lega che ha perso la bussola, sulla mozione, prima messa nero su bianco e poi frettolosamente cancellata, che chiedeva la revoca dell’impegno assunto dall’Italia in sede Nato di portare le spese militari al 5 per cento del Pil. Una roba da dilettanti allo sbaraglio rinnegare gli impegni presi con Donald Trump proprio nel momento in cui i rapporti tra il nostro Governo e l’amministrazione di Washington sono alquanto burrascosi. È dovuta intervenire d’urgenza la Meloni spiegando ai suoi distratti parlamentari che, approvando un tale giravolta, l’Italia si sarebbe data, in ambito occidentale, una micidiale zappa sui piedi. Intanto, la frittata era stata fatta: tutto fieno in cascina per la propaganda della sinistra. Di questo passo il centrodestra rischia di andare a sbattere. E chi spera in un esito del genere non sta solo a sinistra, com’è logico che sia, ma anche a destra c’è chi si è messo comodo in poltrona a godersi il film del centrodestra alla Tafazzi, che si martella sugli attributi. Quel qualcuno è Roberto Vannacci. Spiace ammetterlo, ma la politica nel suo complesso lo ha sottovalutato. Lo hanno deriso e gli hanno fatto la caricatura come se fosse l’ultimo (in ordine cronologico) buffone di cui prendersi gioco. Consentiteci di dirvelo, stimati politici di centrodestra: ancora una volta non avete capito un fico secco dell’ex generale che ha la Decima Mas nel cuore.

Proprio grazie al suo glorioso passato nelle forze speciali del nostro esercito Vannacci è un personaggio che è professionalmente preparato a costruire strategie, le quali tengano in debito conto i punti di forza e i punti di debolezza suoi e degli avversari che si propone di affrontare. Sa come pianificare, ma da ex comandante degli incursori del Col Moschin sa come improvvisare soluzioni adeguate in caso di imprevisti. Vannacci è addestrato al “fighting behind enemy lines”, cioè a combattere dietro le linee nemiche. Al momento, per la sua nascente forza partitica, Futuro nazionale, il nemico non è solo a sinistra. C’è anche una destra ipocrita, che dissimula la sua inclinazioneliberal”, da sconfiggere. Intanto, sottrae energie agli occupanti il campo del centrodestra che, in teoria, potrebbero essergli alleati. L’emorragia di parlamentari leghisti in uscita verso l’approdo “vannacciano” è in atto. L’ultima in ordine di tempo a girare le spalle a Salvini è stata la deputata Laura Ravetto, dal passato limpidamente berlusconiano. Tuttavia, l’esodo temuto verso le posizioni radicali del generale non è e non sarà limitato al palazzo del potere. Se oggi Futuro nazionale cresce nella rappresentanza a danno del gruppo parlamentare della Lega, domani, nelle urne, chi pagherà il conto più salato sarà il partito di Giorgia Meloni.

C’è un mondo di elettori di destra che nei decenni è transitato dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale e, con la fine di quell’esperienza, a Fratelli dItalia. Quella gente lì è stata convintamente finiana non perché condividesse le aperture centriste e dialoganti (con il centrosinistra) del Gianfranco Fini dei giorni migliori, ma perché riconosceva obbedienza e fedeltà assoluta al leader che aveva ricevuto il testimone della guida della destra direttamente dalle mani di Giorgio Almirante. Venuto meno Fini per le vicende note, anche di carattere personale – la questione della casa di Montecarlo fu un colpo terribile al cuore della destra orgogliosamente identitaria – quel popolo si è ritrovato a stringersi intorno a Giorgia Meloni, l’underdog costruitasi un futuro politico con le proprie mani. Una Meloni dura e pura, che non si piega ai compromessi ma tiene alta la bandiera dei valori costitutivi della destra. Quel popolo accetta di tollerare anche la classe dirigente che il successo personale di Giorgia ha trascinato con sé. Non sono tutti all’altezza del compito di guidare lo Stato, ma è un peccato veniale che può essere perdonato se, alla base, resta saldo il primo requisito di appartenenza a quel mondo: la fedeltà al capo. Accade però che è proprio lei, il capo, che, per eccesso di pragmatismo, si spinge in territori politici incogniti per la storia della destra. Prima l’abbraccio con un conservatorismo che si evita accuratamente di declinare, se in senso liberista-anglosassone o continentale. Successivamente, aperture sempre più spinte in direzione del popolarismo europeo.

Ora nessuna seria resistenza alle fughe in avanti di Forza Italia verso le tematiche proprie del laicismo progressista, in particolare sul capitolo dei diritti civili. C’è un ma. La gente di destra non ha il medesimo spirito di obbedienza alla disciplina di partito che negli anni ha contraddistinto il modello di militante comunista. Lo ricordate il fortunato tormentone “Non capisco ma mi adeguo” coniato da Maurizio Ferrini, comico nell’arboriana epopea televisiva di Quelli della notte, nei panni del “compagno” del Pci? Ebbene, quella cosa lì a destra non ha mai funzionato. Al più, è stato vero l’opposto: “se non capisco me ne vado”. Ed è ciò che potrebbe accadere tra qualche mese, quando l’offerta politica di Roberto Vannacci si preciserà maggiormente nei contenuti dichiaratamente di destra. Fidatevi, su certe parole d’ordine i voti li prenderà. E tanti. Con quale risultato per il centrodestra? Qui gli scenari potrebbero divergere. Tutto dipende dall’ampiezza del raggio temprale del progetto di Vannacci. Chiariamo: se Vannacci voglia o meno portare all’incasso nella gestione del potere la sua iniziativa che, sul fronte ideologico, resta incontrovertibilmente scismatica. Quindi, due scenari. Primo scenario: Vannacci non vuole farsi carico di determinare, con la sua azione di disturbo, la sconfitta del centrodestra. Allora apre un negoziato con gli altri partiti della coalizione ponendo sul tavolo poche istanze irrinunciabili per l’identità del suo movimento e la richiesta di una poltrona in un ministero chiave che possa garantire visibilità alla sua presenza nel centrodestra. Secondo scenario: Vannacci punta alla destrutturazione della coalizione in vista della nascita di un nuovo attore politico che funga da polo attrattore di tutte le anime originarie della destra. A quel punto, il suo partito si presenta da solo alle politiche.

L’obiettivo prioritario, oltre ad assicurarsi una significativa rappresentanza parlamentare, è di sottrarre voti al centrodestra di modo che non possa tornare a governare il Paese. Una vittoria del centrosinistra avrebbe l’effetto di gettare l’Italia nel caos costringendo la maggioranza degli elettori a ripensare le proprie scelte nella prospettiva di un cambiamento radicale del quadro politico. Come negli anni tra il 2013 e il 2018 tentò di fare il Movimento 5 stelle rischiando di riuscirvi se nel frattempo nelle sue fila non si fosse insinuato Giuseppe Conte, il curiale. Il centrosinistra, riguardo alla coesione interna, ha uno standard di tenuta che non supera i tre anni. Perciò, in caso di vittoria nel 2027, avrebbe un arco temporale limitato per fare disastri al governo della Nazione. Il tempo che serve a Vannacci per preparare l’alternativa della quale lui rappresenterebbe il nuovo volto e la nuova leadership. Degli attuali protagonisti, in particolare Matteo Salvini e Antonio Tajani, non resterebbe che un pallido ricordo.

Sarebbe anche un bel piano se non fosse per un bug che rischia di farlo saltare: nel 2029, l’elezione del nuovo capo dello Stato. Se fosse ancora una volta la sinistra, grazie a una seppur risicata maggioranza parlamentare, a esprimere il candidato vincente, un personaggio ideologicamente simile all’attuale inquilino del Quirinale, per l’audace generale significherebbe dire addio ai sogni di gloria e per l’Italia di finire nuovamente sotto il giogo di un qualche Governo tecnico o del presidente, benedetto da Bruxelles, da Parigi e da Berlino. Ragione per la quale il consiglio che sentitamente rivolgiamo a Roberto Vannacci è di pensarci bene prima di anteporre la sua ambizione personale all’interesse supremo dell’Italia. E, soprattutto, caro Vannacci, per una volta, una volta sola, ci prometta di dimenticare il motto del suo IX Col Moschin “me ne frego”, che la situazione del Paese è seria e non è il caso di tirare fuori quel grido darme proprio adesso che, invece, fregarsene dell’Italia è tutto ciò che resta di un futuro prossimo degno di essere orgogliosamente vissuto. Un futuro di destra.

Aggiornato il 22 maggio 2026 alle ore 09:39