Ieri l’altro, in cartellone a Palazzo Madama – aula del Senato – era in programma il Meloni show (interrogazioni a risposta immediata). Non c’è stato il tutto esaurito della grandi occasioni, ma è andata benissimo ugualmente. Tutti gli attori hanno recitato egregiamente le parti assegnate loro in commedia. Ad eccezione di Matteo Renzi che, volendosi appropriare a tutti i costi del ruolo del simpatico, ha rimediato puntualmente l’effetto macchiettistico di un comico spompato che non fa più ridere nessuno con le sue battute fuori stagione. Giorgia Meloni, in veste di attrice protagonista, ha declamato alla perfezione il suo monologo sullo stato della nazione; sulle cose (buone) fatte dal suo Governo e su quelle che ancora dovranno essere realizzate da qui alla fine della legislatura. Implementazione del piano-casa, Legge delega e decreti attuativi entro l’estate per la ripresa della produzione nucleare; rafforzamento dei salari e difesa del potere d’acquisto dei lavoratori per fronteggiare la stagflazione che rischia di abbattersi sull’economia nazionale; sostegno alla ripresa della produzione industriale; incentivi alla natalità. E un po’ di altre cose iscritte a suo tempo nel programma elettorale del centrodestra.
Alle opposizioni la parte riservata al coro nella struttura della tragedia greca. Italia nel precipizio e italiani ridotti con le pezze al sedere. Fame, miseria, paura, ci mancano solo l’acqua mutata in sangue e le locuste e il repertorio delle dieci piaghe d’Egitto è bello che risuscitato. Chi l’avrebbe mai detto: per la sinistra nostrana quei capitoli del Libro dell’Esodo parlavano del Faraone ma già pensavano al Governo Meloni. Ovviamente, scherziamo. Ma cos’altro potremmo fare se non metterla sul ridere dopo aver assistito a quella gigantesca presa per i fondelli che è stato il “Meloni time” al Senato? Certo, ognuno ha recitato il suo copione, ma per chi? E, soprattutto, per cosa? L’unica preoccupazione della politica, di questa politica, è che è cominciata la campagna elettorale che si protrarrà per un anno e più. Ciò significa che da ora al giorno fatidico dell’apertura delle urne sarà tutta e solo propaganda. E allora che vinca il migliore – che non sarà necessariamente il più bravo ma di sicuro il migliore venditore di fumo – nel frattempo gli italiani si occuperanno d’altro, di sé stessi, della vita che continua e che è dura tirare avanti.
Con questo non vogliamo affermare che da parte di Giorgia Meloni non via una sincera volontà di realizzare le cose di cui ha parlato in Senato. Certo che l’intenzione c’è, ma è pur vero che deve misurarsi con il dato di realtà il quale è soggetto a un insieme di variabili che sfuggono al controllo non solo di Giorgia Meloni ma dell’intera classe politica italiana. Parafrasando l’Amleto shakespeariano, ci sono cose a questo mondo più complesse di quanto possano immaginare bambini che si credono grandi, come Matteo Renzi, piccoli uomini (ominicchi) come Giuseppe Conte, o figlie di papà e di nonno come Elly Schlein. Non è cosa loro capire. Preveniamo l’obiezione: siete schifiltosi. Sì, lo siamo. Non che non si faccia la dovuta differenza tra destra e sinistra. Per quanto manchevole su determinati punti dell’azione di governo, il centrodestra ha avuto il merito di tenere la barra dritta nella tempesta. Neanche ci va di pensare cosa sarebbe capitato al nostro Paese se a governare vi fosse stata quella barca di folli che è la sinistra. Avrebbero portato la nazione a sbattere con i loro assurdi fanatismi ideologici. Angelo Bonelli, Giuseppe Provenzano, Francesco Boccia, Alessandro Zan, Laura Boldrini, Alessandra Maiorino nella stanza dei bottoni con la Elly e con “Giuseppi”? Un incubo a occhi aperti.
Rispetto a loro, Meloni tutta la vita. Gli italiani ne sono coscienti e al momento debito lo dimostreranno. D’altro canto, un indizio viene dai sondaggi: il centrodestra non cala, dopo quasi quattro anni di governo. Ciononostante, abbiamo la presunzione di credere che un’altra Italia, un’altra politica, un’altra classe dirigente più responsabile e consapevole del proprio ruolo di guida della nazione in questo drammatico tempo storico, possa esserci. Cosa avremmo voluto ascoltare ieri l’altro dalla presidente del Consiglio? Un discorso crudo, sincero, realistico. Gli italiani avrebbero meritato di sentirsi dire la verità e cioè che fin quando permarranno le attuali condizioni di crisi internazionale; fin quando Hormuz rimarrà chiuso alla libera navigazione, fin quando in Medioriente e in Ucraina non vi sarà la pace, dovremo tutti soffrire e stringere la cinghia e si starà male perché i sacrifici nobiliteranno pure l’uomo che li compie ma gli rendono la vita impossibile. E il Governo? Davvero qualcuno può pensare in coscienza che l’Italia sia diventata a un tratto l’ombelico del mondo? Che Roma sia fondamentale sullo scacchiere internazionale? Attenzione, non è che oggi Parigi, Londra e Berlino abbiano più peso di Roma nella reiscrizione dell’ordine mondiale. Non lo ha neppure Bruxelles. Tuttavia, il fatto che l’Europa nel suo complesso valga sulla scena globale quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni, non ci conforta né ci tranquillizza.
Piaccia o no, siamo legati a doppio filo a ciò che combina il vituperato Donald Trump. Dipendiamo in tutto e per tutto dalla sua effettiva volontà di riportare in equilibrio la bilancia dei rapporti di forza tra l’Occidente a guida statunitense e gli altri player globali. La Cina in primis. In una rappresentazione veritiera della politica la Meloni avrebbe dovuto chiudere il suo intervento al Senato rinviando ogni discussione per la ricalibrazione dell’azione di governo agli esiti dell’incontro a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping. Avrebbe dovuto ammettere: vediamo cosa combinano quei due e poi ne riparliamo. Vale anche per i prossimi mesi che si annunciano sotto il segno della competizione elettorale combattuta senza esclusione di colpi. Uno statista dovrebbe dire agli elettori: finora il Governo ha fatto ciò che poteva nelle condizioni date e continuerà a fare ciò che la congiuntura internazionale gli consentirà di fare; per il futuro nessuna promessa è credibile perché senza un orizzonte stabile a livello globale, qualsiasi iniziativa rischia di essere scritta sulla sabbia. Non accadrà. Non vi sarà alcuna operazione verità perché, in fondo, l’Italia resta la patria del melodramma; dei sogni che prendono il posto della realtà; del mediceo “chi vuol essere lieto, sia: di doman non v’è certezza”. E allora avanti con la sequela di messinscena della politica, il cartellone si annuncia ricco da qui alla prossima primavera. Prendete posto signori, mettetevi comodi che lo spettacolo comincia. Anzi no, è già cominciato.
Aggiornato il 18 maggio 2026 alle ore 09:58
