Taccuino Liberale #75
C’è una parola che sembra essere sparita dal panorama politico, culturale ed economico di questo Paese: privatizzazioni. Si potrebbe disquisire se è un tema solo passato di moda, ma pronto a riemergere come ciclicamente accade a certi colori nella moda, o se sia stato definitivamente abbandonato perché privatizzare significa ridurre l’influenza della politica sulla vita reale dei cittadini e nessuna forza politica vuole fare la fine del tacchino sorridente per la festa del Ringraziamento.
Partiamo da un presupposto: in un paese come il nostro in cui la politica pervade ad ogni livello anche le piccole cose quotidiane della vita dei cittadini, il tema delle privatizzazioni che dovrebbe essere essenzialmente di natura economica, è invece di natura quasi esclusivamente politica, perché tramite l’erogazione di servizi che potrebbero essere messi in tutto o in parte sul mercato, in un’ottica di concorrenza e quindi di efficienza, privatizzare significherebbe innanzitutto perdere sfera di influenza, potere, esercizio del controllo sociale, insomma rinunciare a buona parte della linfa che anima e sorregge la vita politica.
Non sono forse di nomina politica i manager delle aziende pubbliche? Non sono forse di concetto politico e sindacale le assunzioni nelle municipalizzate o la scelta dell’affidamento dei servizi in appalto negli enti locali?
Privatizzare la scuola, ad esempio, significherebbe non poter più incidere pesantemente sui contenuti insegnati, e poter gestire milioni di impiegati nel settore che fanno gola a sindacati e partiti (soprattutto a sinistra); significherebbe perdere la possibilità di gestire appalti di gestione, manutenzione, pulizia, mensa (altri voti, altri iscritti sindacali). Un sistema di buono scuola, di concorrenza tra istituti diversi genererebbe un confronto, potrebbe arrivare a far espellere dal sistema professori poco capaci e svogliati, e rendere il servizio educativo più vicino alle aspettative attuali, che rendano o ragazzi persone consapevoli e non cittadini sudditi della presunta costituzione più bella del mondo.
Privatizzare potrebbe portare a migliorare i servizi locali, ma anche in quel caso quale forza politica e sindacale rinuncerebbe a tutti quei voti, a tutte quelle tessere? Prendiamo la raccolta rifiuti: se si privatizzasse almeno la raccolta dei materiali che caratterizzano la cosiddetta “raccolta differenziata”, che potrebbe vedere una organizzazione diversa del sevizio di raccolta finalizzato al recupero e riciclo, magari consentendo la vendita dei propri “scarti” a chi questi nostri scarti li considera materia prima per la propria industria, il potere pubblico locale avrebbe meno importanza nei riguardi delle aziende municipalizzate che provvedono alla raccolta o alla gestione degli appalti in caso di affidamento a terzi del servizio di raccolta. I cittadini pagherebbero meno tasse ed anzi forse guadagnerebbero dalla produzione della loro spazzatura, mentre oggi sono costretti a pagare sulla base di una “presunzione” di produzione di rifiuti che genera uno scontento che non è mai stato misurato per evitare, con ogni probabilità, di scoperchiare un vaso di Pandora senza eguali in ogni angolo del Paese.
Alzi la mano chi ritiene di pagare il giusto per la raccolta dei rifiuti. La raccolta non è tariffata sulla base dei rifiuti effettivamente prodotti e conferiti, ma sui metri quadri dell’abitazione, a prescindere dal numero di persone che abitano quei metri quadrati, come se la produzione a parità di metratura di casa, ufficio o negozio, fosse la stessa in presenza di 1,2 o 4 persone, tanto per fare un esempio. E cosa dire delle seconde case, magari sfitte ed inutilizzate, per le quali si paga in base ad una presunta presenza, anche quando sono vuote 365 giorni l’anno?
Ma il servizio di raccolta è fatto da persone che devono rispondere alla politica e la politica guadagna dai maggiori volumi, anche se solo presunti, e non ha di certo a cuore la riduzione dei rifiuti o la riduzione delle tasse. Ha solo interesse alla conservazione, o all’aumento del proprio potere.
Perché tutte quelle persone coinvolte nel sistema, tenute sotto scacco dalla politica di turno, che fine farebbero? Chi voterebbero? Perché perdere così tanto potere?
Gli esempi potrebbero essere infiniti ma la storia è sempre la stessa, privatizzare significherebbe togliere dalla sfera d’influenza politica fette di economia tramite le quali la politica esercita il potere vero, gestisce il consenso e senza il quale verrebbe meno gran parte del suo scopo. Il sistema politico non può ridurre, rinunciare, perdere il monopolio dell’organizzazione economica del welfare (e non solo) pena la sua condanna al suo dissolvimento, o quanto meno al suo forte ridimensionamento.
Ma quanto è bello invece fare parte di un sistema in cui c’è sempre la possibilità di avere una poltrona con relativo lauto stipendio, un posto con permesso sindacale annesso, un posticino che anche se a tempo determinato (il tempo tra una elezione ed un’altra, comunque, reddito porta) un appalto che porta fatturato anche se la qualità è pessima ed il prezzo alto?
Per questo non si parla più di privatizzazioni in questo Paese: perché non fanno comodo all’intero arco costituzionale; perché consentono un controllo politico del territorio che i partiti oggi non saprebbero come altro fare, soprattutto quando gli elettori superano la metà degli aventi diritto al voto e il 35 per cento circa dei cittadini (pardon sudditi) paga il 60 per cento circa dell’Irpef. Il welfare è un sistema troppo goloso per rinunciarci in questi tempi di magra partecipazione politica popolare, bisogna tenere ampia la superficie di intervento pubblico nell’economia perché è l’unico modo per gestire la realtà sociale.
Quei quattro gatti liberali, liberisti e libertari, seppure hanno ampiamente ragione, possono mettersi l’anima in pace, queste privatizzazioni non s’hanno da fare!
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Aggiornato il 13 febbraio 2026 alle ore 12:40
