È possibile parlare di immigrazione senza dividersi immediatamente tra chi vorrebbe chiudere le frontiere e chi sembra considerare qualsiasi controllo una violazione dei diritti umani? È possibile riconoscere contemporaneamente che uno Stato deve governare i propri confini e che la libertà delle persone di cercare altrove una vita migliore ha rappresentato una delle più potenti forze di progresso della storia? Per un liberale, dovrebbe esserlo.
Poche questioni come l’immigrazione mostrano quanto il dibattito politico contemporaneo abbia smarrito la capacità di ragionare per principi. Da una parte l’immigrato viene rappresentato prevalentemente come un problema: qualcuno che sottrae lavoro, pesa sul welfare, minaccia la sicurezza o modifica l’identità nazionale. Dall’altra si tende talvolta a ignorare che flussi migratori disordinati possono produrre problemi reali e che nessuna società può rinunciare a stabilire regole per l’ingresso e la permanenza sul proprio territorio.
Tra questi due estremi esiste però una posizione autenticamente liberale. La prima domanda dovrebbe essere molto semplice: perché consideriamo naturale che le merci, i capitali e le idee attraversino le frontiere, mentre guardiamo con sospetto quando a farlo sono le persone? Chi nasce in un Paese povero non ha scelto di nascervi. Chi nasce in una società prospera non può attribuire interamente al proprio merito le opportunità che quella società gli offre. Impedire a una persona di trasferirsi dove qualcuno è disposto ad assumerla, affittarle una casa o fare affari con lei significa limitare non soltanto la libertà dell’immigrato, ma anche quella dei cittadini del Paese che lo accoglie.
Un imprenditore dovrebbe poter scegliere chi assumere. Un proprietario dovrebbe poter scegliere a chi affittare il proprio appartamento. Un consumatore dovrebbe poter acquistare beni e servizi da chi preferisce. La libertà economica perde una parte del proprio significato se è lo Stato a decidere, sulla base del luogo di nascita, quali individui possano partecipare agli scambi. La storia degli Stati Uniti offre forse la dimostrazione più impressionante di questo principio. Quale testimonianza migliore dei benefici che una politica di libera immigrazione ha arrecato agli Stati Uniti?
Per generazioni milioni di persone sono arrivate senza ricchezza, spesso senza conoscere la lingua e senza possedere altro che la propria capacità di lavorare. Hanno costruito imprese, creato occupazione, prodotto innovazione, contribuito alla scienza e alla cultura. L’America non è diventata prospera nonostante gli immigrati. È diventata ciò che conosciamo anche grazie a loro.
Questo non significa trasformare l’immigrazione in una favola. Esistono criminalità, difficoltà di integrazione, tensioni culturali e costi sociali. Negarlo sarebbe tanto ideologico quanto sostenere che l’immigrazione sia di per sé una minaccia. Ma proprio qui emerge una distinzione liberale fondamentale: la responsabilità deve essere individuale. Un immigrato che commette un reato deve risponderne come chiunque altro, eventualmente con conseguenze sulla possibilità di rimanere nel Paese. Ma attribuire a milioni di individui la responsabilità dei comportamenti di alcuni significa sostituire alla responsabilità personale una responsabilità collettiva fondata sull’origine. È l’esatto contrario del principio liberale secondo cui ogni individuo deve essere giudicato per ciò che fa, non per il gruppo al quale appartiene.
C’è poi la questione del welfare, forse la più seria. Un sistema nel quale l’ingresso in un Paese comporta automaticamente l’accesso a un vasto insieme di prestazioni pubbliche può produrre incentivi e costi che una politica migratoria non può ignorare. Ma anche qui occorre individuare correttamente il problema. La contraddizione non è necessariamente tra libertà e immigrazione; può essere tra libera immigrazione e Stato assistenziale illimitato. Una politica più aperta alla mobilità delle persone può quindi accompagnarsi a regole molto rigorose sull’accesso alle prestazioni pubbliche. Chi arriva per lavorare dovrebbe innanzitutto avere la possibilità di mantenersi attraverso il proprio lavoro, non essere trasformato immediatamente in cliente dello Stato sociale. È una differenza decisiva.
C’è infine una ragione ancora più profonda per cui i liberali dovrebbero guardare con favore alla possibilità degli individui di spostarsi. L’emigrazione è anche una forma di concorrenza tra governi. Quando una persona può lasciare un Paese che offre poche opportunità, tassa eccessivamente, limita le libertà o garantisce istituzioni inefficienti, esercita una delle forme più radicali di libertà: il diritto di andarsene. Albert O. Hirschman la chiamava exit. È un potere enorme dell’individuo nei confronti dello Stato. Un governo dal quale nessuno può fuggire possiede sui propri cittadini un potere incomparabilmente maggiore di un governo che sa di dover competere con altri Paesi per trattenere persone, capitali e talenti.
Naturalmente una politica migratoria liberale richiede regole. Controllare chi entra, identificare le persone, espellere chi non ha diritto a rimanere o chi rappresenta concretamente una minaccia non significa rinunciare alla libertà. Significa rendere possibile un sistema aperto senza trasformarlo in assenza dello Stato. Ma le regole dovrebbero partire da una presunzione diversa da quella che sembra dominare sempre più il dibattito europeo: chi vuole lavorare, produrre, studiare, investire e costruirsi autonomamente una vita non dovrebbe essere considerato un problema fino a prova contraria. Dovrebbe essere considerato una persona libera. Per secoli gli uomini hanno attraversato mari e continenti alla ricerca di luoghi nei quali poter vivere meglio. Da quei movimenti sono nate alcune delle società più prospere della storia.
Possiamo certamente discutere di quanti immigrati accogliere, attraverso quali procedure e a quali condizioni. Possiamo pretendere legalità, responsabilità e rispetto delle regole. Ma prima ancora dovremmo ricordare una cosa. Una società libera non dovrebbe avere paura di chi vuole entrarvi per diventare libero. Dovrebbe avere paura di smettere di essere una società nella quale vale la pena entrare.
(*) Presidente di Lodi Liberale
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 11:07
