Chat Control: quando la lotta ai criminali mette a rischio la libertà di tutti

Esistono battaglie sulle quali nessuna persona civile può avere dubbi. Il contrasto alla pedopornografia è una di queste. Proteggere i minori dagli abusi rappresenta uno dei compiti più nobili e imprescindibili dello Stato. Proprio per questo, però, è necessario evitare che un obiettivo così condivisibile diventi il grimaldello per introdurre limitazioni permanenti alle libertà fondamentali dei cittadini.

L’approvazione da parte del Parlamento europeo della proroga delle norme che consentono alle piattaforme digitali di effettuare la scansione volontaria delle comunicazioni private ripropone un interrogativo che dovrebbe stare a cuore a chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto: fino a che punto siamo disposti a sacrificare la nostra libertà in nome della sicurezza?

Il liberalismo offre una risposta chiara. La privacy non è un lusso né un privilegio, ma un diritto fondamentale. La segretezza della corrispondenza, ieri cartacea e oggi digitale, costituisce uno dei pilastri di una società libera. Non perché i cittadini abbiano qualcosa da nascondere, ma perché lo Stato non ha il diritto di considerare ogni individuo un potenziale sospetto.

È questo il principio che rischia di essere incrinato. In uno Stato liberale si indagano i sospettati sulla base di indizi, con il controllo di un giudice e nel rispetto delle garanzie costituzionali. Con il Chat Control, invece, il paradigma tende a rovesciarsi: la sorveglianza si estende preventivamente a milioni di comunicazioni nella speranza di intercettare una minoranza di criminali.

Il problema non è soltanto giuridico, ma anche culturale. Ogni volta che accettiamo una limitazione della libertà per una causa unanimemente condivisa, costruiamo un precedente destinato a sopravvivere all’emergenza che l’ha giustificato. Oggi la motivazione è la lotta alla pedopornografia. Domani potrebbe essere il terrorismo. Dopodomani i discorsi d’odio, la disinformazione, l’estremismo politico o qualsiasi altra emergenza che il legislatore riterrà meritevole di una sorveglianza sempre più invasiva. La storia insegna che i poteri straordinari concessi allo Stato raramente vengono restituiti integralmente ai cittadini.

C’è poi un’altra questione che dovrebbe preoccupare anche chi guarda con favore all’intervento pubblico. La sorveglianza viene delegata a grandi piattaforme private, chiamate a esaminare comunicazioni personali e a segnalarne alcune alle autorità. Si crea così un rapporto sempre più stretto tra potere pubblico e grandi multinazionali della tecnologia, trasformando soggetti privati in una sorta di polizia preventiva. Una prospettiva difficilmente conciliabile con una concezione autenticamente liberale dello Stato.

Non mancano neppure le criticità tecniche. Nessun sistema automatico è infallibile. Gli algoritmi possono generare falsi positivi, coinvolgere cittadini del tutto innocenti o interpretare erroneamente contenuti leciti. Quando il prezzo dell’errore consiste nella violazione della riservatezza delle persone, la prudenza dovrebbe essere massima.

Naturalmente, chi critica il Chat Control non propone affatto di abbassare la guardia contro gli sfruttatori dei minori. Al contrario. La repressione deve essere durissima, le pene severe e la cooperazione internazionale ancora più efficace. Ma la risposta deve restare quella propria di uno Stato di diritto: indagini mirate, strumenti investigativi autorizzati dall'autorità giudiziaria, attività sotto copertura, intelligence e cooperazione tra le forze di polizia. Non una sorveglianza che, direttamente o indirettamente, coinvolga indistintamente milioni di cittadini rispettosi della legge.

Benjamin Franklin scriveva che: “Chi rinuncia alla libertà essenziale per acquistare un po’ di sicurezza temporanea non merita né la libertà né la sicurezza”. Pur nel diverso contesto storico, il principio conserva una straordinaria attualità. Le società libere si distinguono proprio perché rifiutano la logica secondo cui il fine giustifica qualsiasi mezzo.

La vera sfida consiste nel difendere contemporaneamente i bambini e le libertà fondamentali. Chi contrappone questi due obiettivi costruisce un falso dilemma. Uno Stato liberale ha il dovere di perseguire i criminali con tutti gli strumenti compatibili con lo Stato di diritto, non di trasformare ogni cittadino in un sorvegliato preventivo.

Perché la libertà, una volta erosa, raramente torna indietro spontaneamente. E il prezzo di una società che rinuncia progressivamente alla propria privacy rischia di essere molto più alto di quanto oggi siamo disposti a immaginare.

(*) Presidente di Lodi Liberale

Aggiornato il 14 luglio 2026 alle ore 11:53