Il caso Roggero e il senso della proporzione perduto

Il caso di Mario Roggero continua a dividere profondamente l’opinione pubblica. Da una parte c’è chi lo considera un eroe che ha semplicemente difeso il proprio lavoro e la propria famiglia; dall’altra chi lo descrive come un uomo che ha deliberatamente scelto di farsi giustizia da sé.

Come spesso accade, entrambe le letture colgono solo una parte della realtà.

La sentenza della Corte di Cassazione, sotto il profilo strettamente giuridico, è difficilmente contestabile. Se il pericolo era ormai cessato e i rapinatori erano in fuga, non ricorrevano più i presupposti della legittima difesa previsti dal nostro ordinamento.

Ma riconoscere la correttezza della condanna non significa condividere tutto ciò che ne è conseguito.

Una giustizia liberale non si limita a stabilire se un reato sia stato commesso. Deve anche interrogarsi sulla proporzione della pena, sul contesto in cui il fatto è maturato e sulla responsabilità di chi quella tragedia l’ha provocata.

Ed è proprio sotto questi profili che il caso Roggero lascia aperti interrogativi difficili da ignorare.

Il diritto di difendere la propria vita, quella dei propri familiari e i propri beni è uno dei diritti fondamentali riconosciuti da ogni ordinamento liberale. Nessuno può pretendere che una persona, mentre viene aggredita, attenda passivamente l’arrivo delle forze dell’ordine.

Ma proprio perché la legittima difesa è un diritto fondamentale, essa ha dei limiti. Quando il pericolo è cessato, la difesa non può trasformarsi nella punizione del colpevole. In uno Stato di diritto, il cittadino può difendersi; non può sostituirsi al giudice.

Su questo punto la sentenza può essere condivisa.

Ciò che convince molto meno è tutto il resto.

Mario Roggero non è un delinquente abituale. Non ha pianificato un omicidio. È un commerciante che aveva già subito rapine, che ha visto entrare nel proprio negozio tre uomini armati e che, in pochi secondi, ha reagito nel modo più tragico possibile.

Ha commesso un reato. Ma lo ha fatto in una situazione eccezionale, dominata dalla paura, dall’adrenalina e dal terrore.

Una giustizia davvero liberale non dovrebbe limitarsi a chiedersi se un reato sia stato commesso. Dovrebbe anche domandarsi quale sia la pena proporzionata alla concreta responsabilità dell’autore.

Quasi quindici anni di carcere appaiono una risposta eccessiva. Il diritto penale distingue da sempre tra chi uccide dopo una fredda premeditazione e chi agisce sotto l’effetto di uno sconvolgimento emotivo provocato da un’aggressione violentissima. Mettere sullo stesso piano situazioni tanto diverse significa rinunciare proprio a quel principio di proporzionalità che costituisce uno dei pilastri di ogni sistema liberale.

Ancora più difficile da accettare è la questione dei risarcimenti alle famiglie dei rapinatori.

Dal punto di vista giuridico, la responsabilità civile segue regole proprie e gli eredi possono vantare diritti che prescindono dalle responsabilità penali del loro congiunto. Ma il diritto non vive in un vuoto morale.

Quei rapinatori non erano passanti innocenti. Avevano deliberatamente scelto di entrare armati nel negozio di un commerciante. Hanno creato loro la situazione da cui è scaturita la tragedia.

Il principio liberale della responsabilità individuale impone di ricordare una verità tanto semplice quanto spesso dimenticata: chi sceglie di commettere un reato violento deve assumersi anche il rischio delle conseguenze che quella scelta può provocare.

Questo non giustifica qualsiasi reazione della vittima. Ma impedisce anche di rappresentare gli aggressori come semplici vittime del destino.

La vicenda Roggero dovrebbe infine spingere lo Stato a una riflessione più profonda. Perché tanti commercianti arrivano a sentirsi soli? Perché tanti hanno la percezione che, dopo una rapina, il peso maggiore ricada proprio su chi l’ha subita?

Uno Stato liberale non si misura dalla severità delle pene inflitte a un commerciante che ha reagito in modo illegittimo. Si misura soprattutto dalla sua capacità di garantire sicurezza ai cittadini onesti e certezza della pena per chi sceglie di violare la legge.

La migliore politica sulla legittima difesa non consiste nell’allargare senza limiti il diritto di sparare. Consiste nel fare in modo che nessun cittadino si senta mai costretto a credere di essere l’unico responsabile della propria sicurezza.

Roggero non doveva essere assolto. Ma la giustizia non si esaurisce nel pronunciare una condanna. Una giustizia liberale deve anche saper distinguere, graduare, contestualizzare. Perché il diritto non perde credibilità solo quando è troppo indulgente con i criminali. La perde anche quando smarrisce il senso della proporzione.

Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 10:50