Ancora violenza in Val di Susa. Fuori dei cantieri dell’Alta velocità a San Didero e a Chiomonte i No Tav aggrediscono gli agenti non solo con parole e slogan ma con bombe carta, bulloni, pietre e fuochi d’artificio. I violenti non intendono fermarsi al Piemonte.
La compagnia di giro degli antagonisti ̶ innervata nella capacità offensiva dall’apporto operativo sul campo di battaglia dei movimenti Pro-Pal e dai famigerati Black Bloc ̶ è pronta a calare al Sud destinazione Stretto di Messina perché lì c’è un’altra grande opera la cui realizzazione deve essere impedita a ogni costo.
Il calderone in cui ribolle la rivolta è grosso e c’è spazio per altre forme di violenza e di odio ideologico. C’è posto per gli immigrati clandestini che sfogano in branco le loro pulsioni bestiali violentando in gruppo una studentessa ventitreenne non in una landa deserta e sperduta ma in pieno centro a Roma, all’uscita della fermata della metro “B1Jonio” in zona Conca d’Oro. E fosse l’unico caso. Ormai gli stupri di donne per mano di immigrati, che in Italia non ci dovrebbero stare, sono all’ordine del giorno. E poi, l’antisemitismo dilagante che fa danni e ferisce moralmente le vittime di tanta odiosa violenza. Ma il confine tra l’aggressione verbale accompagnata dal danneggiamento di sedi e luoghi simbolici della religione ebraica e il ferimento o, peggio, l’uccisione di persone innocenti è labile. E, per quanto sia drammatico ammetterlo, siamo inesorabilmente vicini a travalicare quella sottile linea rossa che segna il ritorno alla caccia aperta all’ebreo.
Neanche la libertà di parola e d’espressione delle idee può dormire sonni tranquilli. Oratori sgraditi ai violenti a cui viene fisicamente impedito l’accesso ai luoghi pubblici del dibattito culturale; case editrici non in linea con il politicamente-corretto alle quali si vorrebbe negare il diritto a esporre le proprie pubblicazioni alle fiere del libro. E poi le occupazioni di scuole, di strade, di binari ferroviari non per manifestare un qualche pensiero critico ma semplicemente per impedire ad altri lo svolgimento di una vita regolare e ordinata. È forse questa la traduzione in atti della strategia della rivolta sociale preconizzata dal leader della Cgil, Maurizio Landini, quale strumento di opposizione extraparlamentare all’attuale Governo di centrodestra?
Se tale è la strategia pensata dalla sinistra per riprendersi il potere in Italia allora bisogna che si faccia chiarezza sull’entità della partecipazione popolare alla rivolta. La fotografia che questa fase di diffusa turbolenza restituisce è quella di una ridotta minoranza la quale, ricorrendo alla violenza, di fatto tenta di paralizzare l’azione di un Governo espressione legittima della volontà della maggioranza del corpo elettorale. Qui la questione non può essere affrontata rimanendo in superficie, cioè limitandosi a dire che in uno Stato democratico non può essere l’uso della forza la risposta alla violenza organizzata. È ragionando in questo modo, in Italia come in altre parti dell’Occidente sviluppato, che sull’altra sponda dell’Atlantico si sono convinti di essere al cospetto di un’Europa declinante e debole che sta smarrendo sé stessa e che rischia di perdersi definitivamente.
Gran parte della responsabilità è dei progressisti e della loro idea suicida di assumere una visione manichea della realtà contrapponendo la “società aperta” dei diritti individuali e collettivi illimitati allo Stato chiuso e oppressivo delle autocrazie illiberali. Come se fosse tutto bianco o nero. Come se esistessero soltanto due estremismi nell’esercizio del potere in una società complessa e articolata. Come se la democrazia intermediata non fosse un corpo vivo nutrito da mille sfumature di grigio. La sinistra ha scientemente allontanato l’idea mediana di una “democrazia decidente” che potesse garantire, ove necessario, l’affermazione della volontà della maggioranza attraverso il ricorso all’uso della forza.
In effetti, una scelta obbligata dalla genetica: imboccare una strada diversa sarebbe stato come andare contro natura perché il controllo oligarchico ed egemonico sulla società è nel suo Dna, nella sua storia dipanatasi lungo tutto il Novecento. Ritenere giusto e politicamente vantaggioso consentire la dittatura della minoranza, ancorché violenta e rumorosa, per paralizzare e annichilire la volontà della maggioranza, sulla base della declinazione secondo convenienza delle categorie morali del bene e del male, è la lezione impartita dal Partito Comunista italiano ai suoi militanti. Una prova: quando Antonio Gramsci attaccò Benito Mussolini, non gli contestò l’uso della violenza in quanto tale, ma il fatto che la violenza potesse essere legittimamente esercitato dal proletariato per affermare la sua egemonia contro i nemici di classe. I suoi eredi l’hanno preso in parola.
Oggi sappiamo bene quale visione la sinistra prefiguri per la nostra società. Un mondo incapace di cimentarsi nella costruzione di grandi opere destinate a migliorare la vita delle comunità; obbligato ad accettare passivamente l’incursione contaminante di culture allogene, di religioni estranee, di altrui costumanze nel proprio sistema di vita; costretto a riconoscere valori morali antitetici e stranianti rispetto alla propria storia e ai paradigmi etici che ne hanno tradizionalmente modellato la dimensione comunitaria e individuale; arreso alla perdita d’identità in nome di un universalismo dell’uomo nell’appartenere a ogni luogo non potendosi riconoscere intimamente connesso a nessun luogo specifico. Ora, i cittadini hanno il diritto di scegliere liberamente se affidare il proprio destino e quello dei propri figli a una tale visione del futuro.
La destra non può impedirlo se vuole restare saldamente ancorata allo schema democratico. Tuttavia, se nel luogo deputato, che in democrazia è la cabina elettorale, la maggioranza degli elettori dovesse confermare la volontà di essere governata da rappresentanti politici espressione della destra, il dovere inderogabile degli eletti chiamati alla funzione di governo è di far rispettare il volere della maggioranza anche con il ricorso alla forza, qualora occorra.
Riteniamo opportuno ribadire un concetto che in apparenza può apparire scontato perché in questi anni di Governo Meloni ci è sorto il sospetto di un’eccessiva timidezza nell’affrontare il tema delicatissimo della sicurezza. L’impressione è stata che una destra, preoccupata di non avallare con comportamenti intransigenti la narrazione dell’equazione (falsa) destra-stato di polizia, volesse mostrarsi indulgente oltre misura nei confronti dei violenti e dei prevaricatori. La sensazione è che si sia troppo lisciato il pelo ai facinorosi in modo da non fornire pretesti all’opposizione per rilanciare l’accusa lunare di fascismo in nuce del Governo Meloni. Un errore strategico, oltre che un tradimento morale, promettere il pugno duro quando si tuona dai banchi dell’opposizione salvo a tirare indietro la mano quando si è al governo. Il centrodestra dovrebbe ricordare che la prima istanza rivolta dall’elettorato ai propri rappresentanti politici è la richiesta di coerenza.
In soldoni: ai violenti che provano con la forza a impedire l’azione di governo si risponde con il ricorso all’uso della forza, attraverso gli operativi della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Si obietterà: c’è una parte della magistratura che, idealmente vicina alle idee della sinistra, tende con i propri atti a penalizzare il comportamento delle forze dell’ordine. Se è così, il centrodestra ha il sacrosanto dovere di intervenire sulle norme vigenti per puntualizzare in modo più stringente il perimetro giuridico entro il quale la forza degli apparati dello Stato deve essere esercitata in piena legittimità e legalità. Se i giudici interpretano, si scrivano norme che restringano drasticamente i margini di quelle interpretazioni.
È inutile girarci intorno, il punto focale su cui concentrare la riflessione ideologica è palese: in una democrazia deve prevalere la pretesa della minoranza a impedire il realizzarsi della volontà della maggioranza dei suoi membri o, invece, il dovere della maggioranza di difendere a ogni costo e con ogni mezzo quella prerogativa che la legge fondamentale della forma democratica le assegna? Si può essere liberali e, nel contempo, riconoscere la supremazia dello Stato; si può essere individualisti e accettare la volontà della maggioranza; si può essere garantisti e desiderare che le forze dell’ordine non le prendano dai violenti ma gliele suonino di santa ragione.
Aggiornato il 15 dicembre 2025 alle ore 10:33
