L’ossessione patrimoniale di Schlein e Landini

C’è chi ha un’ossessione per il calcio. Chi per il meteo. Chi per le serie tv. Poi ci sono Elly Schlein e Maurizio Landini. Loro hanno una sola fissazione: la patrimoniale. 

Non importa quale sia il problema da risolvere. Sanità? Patrimoniale. Salari bassi? Patrimoniale. Debito pubblico? Patrimoniale. Crescita economica? Patrimoniale. Se domani un asteroide minacciasse la Terra, verrebbe spontaneo chiedersi dopo quanto tempo spunterebbe una conferenza stampa per proporre una tassa sui patrimoni superiori al milione di euro.

Il copione è sempre lo stesso. Cambiano le parole, cambiano le formule, cambia persino il nome della tassa. Una volta è “contributo di solidarietà”, un’altra è “tassazione dei grandi patrimoni”, un’altra ancora è “patrimoniale europea”. Ma il succo resta identico: mettere le mani nei patrimoni privati. Perché, gira e rigira, Schlein e Landini finiscono sempre lì. Sempre. Come una bussola impazzita che indica un’unica direzione.

Il problema non è nemmeno essere favorevoli o contrari alla patrimoniale. Il problema è che sembra l’unica idea disponibile nel magazzino della sinistra. Quando si chiede una proposta per rilanciare la produttività, ecco la patrimoniale. Quando si parla di attrarre investimenti, ecco la patrimoniale. Quando si affronta il tema della competitività delle imprese italiane, inevitabilmente compare la patrimoniale.

È come osservare un medico che prescrive sempre la stessa medicina per qualsiasi malattia: influenza, emicrania, allergia, insonnia.

La sensazione è che Schlein e Landini abbiano trasformato la patrimoniale in una categoria dello spirito. Non una misura economica da discutere nel merito, ma un riflesso condizionato ideologico. Se qualcuno possiede qualcosa, bisogna tassarlo. Se possiede molto, tassarlo di più. Se investe, trovare un modo per tassarlo ancora. Se produce ricchezza, sicuramente aprire un tavolo per capire come tassarla meglio.

Nel frattempo, restano sullo sfondo le domande più scomode: come si aumenta la produttività? Come si creano imprese più grandi? Come si attirano capitali? Come si impedisce ai giovani qualificati di andarsene all’estero? Su questi temi il dibattito si fa improvvisamente meno appassionato.

Del resto, costruire ricchezza è complicato. Tassarla è molto più semplice.

E così la patrimoniale torna ciclicamente come il tormentone estivo. Ogni volta viene presentata come l’unica soluzione possibile. Ogni volta dovrebbe risolvere disuguaglianze, risollevare sanità, scuola, salari e persino i mali del capitalismo globale. Ma ogni volta, puntualmente, si scopre che il mondo è un po’ più complesso di uno slogan.

Ma niente. Schlein e Landini perseverano. Con la stessa determinazione degli ultimi giapponesi nascosti nella giungla che non sanno che la guerra è finita.

Perché alla fine la vera domanda da porsi non è quanto gettito produrrebbe una patrimoniale. La vera domanda è un’altra: possibile che un’area politica che ambisce a governare un Paese di sessanta milioni di abitanti non riesca a elaborare un’idea economica che non inizi e finisca con una nuova tassa?

Aggiornato il 04 giugno 2026 alle ore 10:51