Matteo Salvini di lotta e di governo

L’esercito di critici della Lega è nutrito, ma ha il passo lento. Non riesce a tenere il ritmo di marcia imposto da Matteo Salvini all’agenda politica. Basta leggere ciò che scrivono le truppe d’élite degli opinionisti politicamente corretti per rendersi conto delle difficoltà cognitive che denotano riguardo al complesso disegno egemonico del leader leghista.

La spiegazione del contrasto muscolare ingaggiato dal ministro dell’Interno con i commissari dell’Unione europea sulla manovra finanziaria ne è la prova. Per la vulgata mediatica si tratterebbe dell’incipit leghista all’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Salvini, quindi, starebbe forzando la mano per spingere l’establishment comunitario a scatenare il temuto “cigno nero”. Cioè, la Lega starebbe lavorando, in combutta con un inconsapevole Luigi Di Maio, per creare le condizioni di finanza pubblica idonee a provocare l’esclusione dell’Italia dall’eurozona. Della serie: non siamo noi che ce ne andiamo ma sono loro che ci cacciano. Se questo è il meglio dei Maître à penser della politica e dell’informazione nostrana, siamo messi male. La verità è l’esatto contrario. Salvini, all’indomani della sua prima elezione a Segretario federale della Lega, nel dicembre 2013, ha tracciato un piano strategico a fasi sequenziali. Il primo step prevedeva la “nazionalizzazione” del partito che da sindacato dei territori a vocazione localistica si sarebbe dovuto trasformare in un’entità sovranista a tutto tondo. Visti i risultati e i sondaggi si può concludere che l’obiettivo sia stato raggiunto.

La seconda fase, di orizzonte storico, prevede la conquista dell’Europa. L’incontro di ieri con Marine Le Pen e prima ancora quello di Milano con Viktor Orbán vanno nella direzione pronosticata. L’idea forte è la creazione, nel perimetro continentale, di un’ internazionale sovranista che, grazie a un risultato significativo alle prossime elezioni europee, sia in grado di innescare la crisi del Partito popolare europeo determinando lo spostamento dell’asse delle alleanze dalla sinistra alla destra radicale. Si tratterebbe di una tappa intermedia volta a sradicare la componente socialista dal governo delle istituzioni centrali e di surrogarla nel partenariato con il Ppe, in una proiezione continentale del prototipo berlusconiano di centrodestra. Il passo successivo sarebbe la conquista dell’egemonia, una volta neutralizzato il troncone moderato del popolarismo tenuto in vita nella fase di transizione al nuovo ordine europeo. Rispetto agli obiettivi strategici la cosa più stupida da fare oggi sarebbe mandare l’euro a carte quarantotto e l’Italia, a guida giallo-blu, all’elemosina.

Di Salvini tutto si può dire tranne che sia stupido. E la polemica con le cosiddette autorità europee? Tattica studiata a tavolino. Con chi se l’è presa il leghista in queste ore? Con il trio Juncker-Moscovici-Dombrovskis. Sembrerebbero figure centrali nelle dinamiche di potere dell’Ue ma, nella sostanza, sono tre dead men walking, morti che camminano. Il presidente Jean-Claude Juncker, al quale Salvini ha dato dell’ubriacone, viene dal piccolo Lussemburgo. Il Granducato, con una popolazione di poco superiore al mezzo milione di abitanti, è noto per il suo passato di paradiso fiscale. La presidenza della Commissione gli toccò per volontà della cancelliera tedesca Angela Merkel nel momento nel quale il suo peso politico era all’acme in Germania e in Europa.

Nel 2019 sarà improbabile che la lady di ferro, in difficoltà nel suo Paese, riesca nuovamente a dettare la linea al resto d’Europa. Pierre Moscovici, francese, è l’ultimo dei moicani di un partito, quello socialista, che è stato spianato da Emmanuel Macron. Valdis Dombrowskis è un caso da studiare. Lettone, è approdato alla vicepresidenza della Commissione europea in quota al suo Paese che conta meno di due milioni di abitanti. Di recente, i lettoni sono andati alle urne ed hanno sonoramente bocciato “Nuova Unità” di cui è stato leader Dombrowskis. Il partito ha raccolto il 6,7 per cento dei voti grazie ai quali ha superato di misura la soglia di sbarramento per entrare nel Saeima, il Parlamento lettone. Ora, se si considera che alle europee del 2014 “Unità” aveva raggiunto il picco dei consensi con il 46,19 per cento, corrispondente a 204.979 voti, nell’ultima tornata elettorale le preferenze si sono fermate a poche decine di migliaia. Capirete bene che per un Salvini, rappresentante di una potenza strategico-economica di 60 milioni di individui, competere con il “piccolo” Dombroskis è come per il laziale Ciro Immobile tirare un calcio di rigore al portiere di riserva del Roccasecca Football club.

C’è da scommettere che il must della campagna elettorale leghista per le europee 2019 si focalizzerà sull’usare quei tre come pungiball. Ma dove non arriva Salvini ci pensano i sopravvissuti del centrodestra berlusconiano a spianargli la strada. La presa di distanza della classe dirigente di Forza Italia dall’azione di governo della Lega sta smuovendo il bacino dell’astensionismo dei moderati verso posizioni radicali. Non è un’asserzione apodittica ma è quanto sostiene Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, intervistata dal quotidiano “Libero” in occasione della sua partecipazione come relatrice alla convention  forzista “Idee Italia”, tenuta a Milano lo scorso fine settimana. Per la sondaggista “non è in atto solo un travaso da Forza Italia, la Lega cresce pescando molto tra gli astensionisti e qualcosa anche tra i grillini… Forza Italia e Pd non hanno perso il loro compito, conservano un proprio elettorato sotto la cenere, ma non trovano più i codici di linguaggio per raggiungerlo, perché Salvini ha stravolto completamente la comunicazione, è di lotta e di governo allo stesso tempo”. Tuttavia, perché scatti la seconda fase del suo piano, Salvini deve tenere l’Italia dentro il gioco europeo, anche giungendo nei prossimi giorni a una temporanea tregua di facciata con i “nemici” della Commissione europea. Dire il contrario dimostra solo che nel mondo dei “ben informati” della politica c’è troppa gente che dovrebbe cambiare mestiere. #bracciarubateall’agricoltura.

Aggiornato il 09 ottobre 2018 alle ore 10:52