Campo largo, camposanto

Emerge un dato eclatante dalla lettura a caldo della grossa tornata elettorale delle amministrative che domenica e lunedì ha visto più di 6 milioni di italiani chiamati alle urne: il centrodestra continua a vincere e a conquistare i comuni strategicamente più rilevanti mentre il (fu − verrebbe da dire) campo largo non riesce ad invertire il trend che negli ultimi anni lo ha inesorabilmente trasformato in un camposanto.

Il segnale politico è chiaro: una insormontabile difficoltà dell’area progressista nel costruire un rapporto autentico con i territori che chiedono visione, concretezza e stabilità amministrativa.

C’è una certezza inscalfibile nei manuali di politica territoriale che in anni andati persino (e soprattutto) la primissima vecchia classe dem ha contribuito a cementare: il consenso locale non si conquista attraverso formule astratte, parole d’ordine nazionali, paroline petalose, narrazioni fantasiose, battaglie combattute (rigorosamente per altri) dai salotti tv al grido di “inclusività!”, strane narrazioni sulla legalità internazionale, focus su tematiche marcatamente ideologiche all’urlo di “fascisti!”, ma tramite la credibilità data dal lavoro contenutistico sui problemi seri e attraverso la capacità di interpretare i bisogni immediati della gente.

E sebbene le priorità dell’elettorato (soprattutto quello giovanile) continuino ad essere il lavoro, le infrastrutture e i servizi, negli ultimi tempi Pd e 5stelle hanno dato a tutti l’impressione di rincorrere temi percepiti come lontanissimi dalla vita materiale dei cittadini e delle comunità, dalle esigenze della gente.

Il concetto è chiaro e si evidenzia bene − per esempio − con le vittorie del centrodestra nei grossi centri calabresi al voto, di certo trainate dall’eccellente lavoro (evidentemente significativo sugli equilibri elettorali regionali) − per certi versi di rivoluzione in chiave liberale − che il Governatore Roberto Occhiuto sta attuando alla sua seconda legislatura in Calabria. Alla faccia dei filosofi rossi dell’”uno vale uno”. Nel mondo di chi crede nel merito e nelle capacità degli amministratori, uno non vale uno; e il progressismo che sull’onda del più becero populismo per tanto tempo ci ha propinato quel turpe teorema metodologico della decrescita e pedagogico dell’involuzione, è incapace di trasformare visioni e valori in rappresentanza popolare concreta.

Questo scollamento lo testimonia in modo lampante anche la vittoria schiacciante del centrodestra a Venezia, dove la sinistra ha ben pensato − in un rigurgito di globalismo − di presentare nelle sue liste candidati bengalesi che fanno campagna elettorale con volantini scritti in arabo. E al Pd evidentemente va bene così; a quell’area che − in una strana interpretazione del concetto di laicità − storicamente tanto baccano ha fatto per la rimozione dei crocifissi nelle scuole, per essere felice basta un po’ di arabo, qualche discorso di campagna elettorale con riferimenti ad Allah, far valere la retorica di una bandiera palestinese buttata lì − diciamolo − un po’ a casaccio, e presentare programmi per la costruzione di nuove moschee. Contenti loro. “Non ci hanno visti arrivare”, diceva Schlein. Aveva ragione: continueremo a non vedervi.

Aggiornato il 26 maggio 2026 alle ore 11:15