Il cortocircuito della retorica del "Far West”. Da Roggero a Fakir.
Bologna brucia ed è asfissiata dalla cappa di delinquenza di piazza di un pezzo della città, i soliti bastardi dei collettivi e dei centri sociali. Le immagini di lunedì notte sono ormai note a tutti. Nel centro del capoluogo emiliano è andata in scena una vergognosa pagina di storia: manifestanti violenti hanno messo a ferro e fuoco la città in un’eulogia della guerriglia urbana scagliandosi contro i cordoni di pubblica sicurezza. Niente di nuovo nel Paese che da sempre è disposto ad accettare la routine da scontri di strada della sinistra antagonista. Ma chi appicca incendi deve risponderne. Il vero scandalo, infatti, arriva dal Comune: prima ancora che fosse fatta piena luce su quanto accaduto durante l’arresto di Fakir Abderrhaim, l’egiziano morto durante un arresto della polizia, il sindaco Lepore ha lanciato il suo proclama ad veritatem invitando alla mobilitazione di piazza: come prevedibile, è finita a bombe carta, cariche e devastazione del centro storico trasformato in un campo di battaglia. Il bilancio è da stato di natura del terzo mondo: 64 agenti feriti. Numeri che parlano da soli. Curioso succeda lo stesso giorno in cui a Genova, come ogni anno, la stessa cloaca culturale imbratta le vie del centro per rendere omaggio alla memoria di Carlo Giuliani, il giovane rimasto ucciso negli scontri del G8 del 2001 mentre col volto coperto prendeva d’assalto una camionetta dei carabinieri, pronto a lanciargli contro l’estintore che aveva in mano. Per questo, aldilà del romanticismo insito nello scorrere del tempo rispetto a qualunque vicenda umana, l’equazione Fakir=Giuliani promossa dagli eredi dei teppisti di Genova che nel giorno della commemorazione paragonano quel caso a quello di Bologna, non è un grosso favore all’egiziano.
C’è innanzitutto la questione delle questioni: può un Sindaco promuovere una manifestazione di piazza che − senza necessità della sfera di cristallo − tutti sapevano avrebbe assunto il tono dello scontro con lo Stato? Può un uomo delle istituzioni fomentare le folle soffiando tacitamente sullo stigma ideologico che fin da subito ha presentato i poliziotti come colpevoli? In uno Stato di diritto le responsabilità si accertano attraverso le indagini, non nelle piazze, non attraverso la giustizia ideologica di scalmanati che, per scarsa maturità cognitiva, cadono sistematicamente nella trappola di prendersela con la Polizia senza guardare ai mandanti che quell’odio lo fomentano; e, ignari del disegno di quei fili manovrati che li rendono marionette, urlano “Assassini”, “Tutto il mondo odia la polizia”, danno alle fiamme le auto, i mezzi delle forze dell’ordine, devastano i bancomat, distruggono le vetrine dei negozi, incendiano i cassonetti.
In tanti chiedono a gran voce le dimissioni del Sindaco Lepore (che nel frattempo ha incassato qualche denuncia illustre) e della sua giunta. Io non sono d’accordo: per me Lepore dovrebbe essere destituito con decreto del Ministro dell’Interno per gravi motivi di ordine pubblico ai sensi dell’articolo 142 del Tuel. Convocare immediatamente una manifestazione quando la piazza ha già celebrato il processo lampo, deciso che si è verificato un omicidio di Stato e che gli agenti sono assassini (senza esiti autoptici), quando il diritto e il vivere civile non valgono più nulla, significa assumersi una responsabilità politica, offrire una legittimazione istituzionale ad una mobilitazione basata su congetture e sull’odio ideologico.
Evidentemente le regole funzionano solo in base all’esigenza narrativa del momento per certi kompagni: se le forze dell’ordine non intervengono, se ne fregano dei cittadini; se intervengono, sono il braccio armato dello Stato oppressore. Così la sinistra ha deciso che il problema non è chi devasta la città; e neanche un soggetto fuori di sé che distrugge le auto, crea il panico e minaccia la sicurezza di un intero quartiere. Il problema è − a prescindere da un accertamento della rispondenza della condotta ai protocolli − chi interviene per impedire il caos. Se il contratto sociale prevede che il cittadino ceda il monopolio della forza legittima allo Stato, questi poveri poliziotti devono poter intervenire. Invece ogni volta è una gara a chi accusa prima: e la pistola no, e il teaser no; addirittura pare che dopo l’episodio di Bologna anche l’utilizzo dello spray urticante sia da scongiurare. E in tutto questo, uno degli agenti (uno di 23 e l’altro di 28 anni) ha anche acceso la sua bodycam privata prima dell’intervento in caso avesse dovuto provare legittimità delle operazioni e buonafede − profetico e descrittivo del clima di terrore che certa stampa e certa politica hanno contribuito a creare intorno alle forze dell’ordine. E come dovrebbero fermarlo un esagitato?
Si palesa un cortocircuito logico irriverente rispetto all’altro grosso caso d’attualità: la vicenda del gioielliere di Cuneo, Mario Roggero, condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due ladri che scappavano con la refurtiva dopo l’ennesima rapina ai suoi danni. Senza giri di parole, sulla retorica del “Far West” appioppata a pappagallo alla presunta giustizia privata di Roggero, la sinistra si è schierata all’unanimità con i delinquenti uccisi. Allo stesso tempo, non si spertica in nessuna lezioncina di filosofia del diritto sul “Far West” della vendetta degli antagonisti che con un processo sommario durato meno di 24 ore hanno lasciato che l’ardore della rabbia ideologica decidesse della colpevolezza dei due poliziotti impegnati nell’arresto di Fakir. Anzi, fanno della cronaca uno strumento di sciacallaggio, alcuni devastano i beni pubblici e aggrediscono le forze di polizia da perfetti codardi, trincerati dietro i passamontagna.
Tra Roggero che spara ai ladri e gli antagonisti che devastano la città, chi è il delinquente? Un imprenditore esasperato che a pochi metri dalla soglia tenta di difendere la sua vita e quella della famiglia − agendo illegalmente a detta dei giudici (e concretizzando quello che è il rischio massimo della professione del ladro) − o le truppe che scendono in strada trasformando una città in un teatro di guerra?
Dobbiamo metterci d’accordo su cosa sia il famigerato “Far West”, perché questo riporta il discorso all’eziologia del concetto di “società”. Su un punto non si può venire ad interpretazioni: il far west non è chi si difende (certo, nei limiti stabiliti dalla legge − sui quali, vista la vicenda Roggero, evidentemente dovremmo discutere). Far West sono invece le rapine, le aggressioni, le persone investite deliberatamente come è accaduto a Modena. Il Far West è quando le forze dell’ordine intervengono dopo una richiesta di aiuto e vengono assalite durante le proteste violente che ne conseguono − il cortocircuito dell’idiozia: non bisogna difendersi da soli, bisogna chiamare la Polizia, ma quando la Polizia arriva, non deve intervenire. Far West è una politica che alimenta lo scontro; è il sindaco di Bologna che non aspetta un secondo e, mentre la magistratura sta accertando i fatti, sceglie di convocare una manifestazione di piazza per infiammare il clima sull’onda di un video virale. Come se la Procura avesse bisogno di un’esortazione pubblica o istituzionale di un procuratore aggiunto con la fascia tricolore al collo. Far West è il sindaco di Modena che, dopo un attacco terroristico contro cittadini innocenti, organizza una manifestazione contro l’odio. Far West è la politica che non tutela chi rispetta le regole, ma sembra preoccuparsi soprattutto di chi le viola.
C’è un video della sorella di Fakir che ripete dieci volte, con cognizione di causa, la parola “Vendetta”. Rappresenta il vaso di Pandora, il discrimine che in modo nitido ci restituisce quale condotta sia bollata come vendetta, e quale vendetta sia bollata come rabbia civile da giustificare: il problema della coesistenza culturale con la spirale pericolosa importata da chi − culturalmente − è alla legge del taglione, alle faide, al riconoscimento dello Stato, sì, ma fino ad un certo punto, alla vendetta travestita da attivismo che legittima violenza e odio ideologico. Noi, dal canto nostro, abbiamo scelto lo Stato di diritto. La nostra civiltà, di matrice cristiana ed illuminista, fonda la giustizia sui concetti del processo, della prova ed eventualmente della pena. L’esatto opposto della vendetta perché la giustizia è (o meglio, dovrebbe essere) imparziale mentre la vendetta è arbitraria; la giustizia ripara (dovrebbe - e spesso lo fa anche quando non c’è nulla da riparare) mentre la vendetta distrugge. E Mario Roggero, col quale empatizziamo in molti, non fa eccezione a questo iter consociale di civiltà. La vicenda Fakir invece, evidentemente, per alcuni ne rappresenta una deroga. Il che lascia cadere la maschera sul metodo dei vandali nostrani che per ideologia stringono un patto culturale di ferro con l’islamismo e con modi intendere il vivere civile lontani dai nostri.
Così, mentre noi siamo intenti a metterci d’accordo con certa sinistra su cosa significhi Far West, l’Italia affonda: si imputridisce nella violenza che dilaga nelle strade dove i professionisti delle manifestazioni devastano tutto a ogni occasione utile; annega seguendo il modello francese, dove il fallimento delle politiche migratorie in combinato disposto con la retorica antifa hanno contribuito a devastare una nazione. Nel frattempo la sinistra parlamentare a parole stigmatizza le violenze, salvo poi foraggiare centri sociali che hanno fatto della guerriglia il loro mestiere (si vedano i quarant’anni di Askatasuna a Torino, su tutti); salvo poi promuovere visioni del mondo che predicano un’accoglienza indiscriminata che sa di resa culturale; salvo poi schierarsi contro i cittadini se si difendono dai ladri, tanto in gioielleria quanto sulle metropolitane (dove pensano di catechizzarci sul fatto che urlare Pickpocket per avvertire i turisti della presenza delle note borseggiatrici, è gogna ad linciaggium). Sono diverse sfaccettature dello stesso sentimento globalista condito con la salsa del buonismo e declinato in politica estera, interna, sulla cultura, sull’informazione, sulla giustizia: il nuovo "compromesso storico", quello tra terzomondo e antifascismo che ha come nemici comuni lo Stato, la polizia, l’Occidente e il “fascismo” immaginario e che scava nella frattura multiculturale non disdegnando di soffiare sulle braci della guerra civile.
Aggiornato il 23 luglio 2026 alle ore 09:58
