Una moto, l’Himalaya e una strada che attraversa uno dei territori più spettacolari e impervi del mondo. Namaste, Road to Mustang racconta un viaggio in Nepal che diventa molto più di un’avventura on the road: è un percorso umano, un confronto con la natura e con i propri limiti, ma anche un incontro autentico con una cultura e con comunità lontane dai ritmi e dalle certezze della nostra quotidianità.
Enry Mottola ha affrontato questo viaggio insieme a Enrico Gasparini e Sergio Muniz, trasformando chilometri, difficoltà, paure, silenzi e incontri in un documentario nel quale la moto diventa il mezzo attraverso cui esplorare non soltanto un territorio, ma anche se stessi.
Namaste, Road to Mustang nasce da un viaggio in moto attraverso uno dei territori più spettacolari e impervi del mondo. Mery, da dove nasce il desiderio di affrontare proprio il Nepal e di trasformare questo viaggio in un documentario?
Il desiderio nasce dall’incontro tra la passione per la moto e quella per l’esplorazione, ma anche dalla voglia di mettermi alla prova di fronte a qualcosa che, per me, aveva un significato ancora più profondo. Il Nepal rappresentava una sfida autentica: montagne, strade difficili, condizioni estreme e soprattutto l’altitudine, che mi faceva paura per una ragione molto concreta. Essendo cardiopatico, affrontare quelle quote significava confrontarmi con un limite fisico reale, con l’incertezza e con la consapevolezza che il viaggio avrebbe potuto chiedermi molto più di una semplice preparazione atletica.
Sono stati fondamentali anche i miei compagni di viaggio. Non avrei voluto affrontare un’esperienza così particolare da solo. La presenza di Enrico Gasparini, yogi, e di Sergio Muniz, attore e yogi, ha dato al viaggio una dimensione ancora più autentica. Sono due persone capaci, attraverso lo yoga, di vivere il rapporto con il corpo, il respiro e la mente in modo profondo, ma anche due compagni con cui condividere paure, difficoltà, silenzi e meraviglia.
Proprio la mia paura dell’altitudine e il confronto con i miei limiti fisici sono diventati parte integrante della scelta di partire. Non volevo nasconderli, ma affrontarli e raccontarli con sincerità. Così è nata anche l’idea di trasformare il viaggio in un documentario: non soltanto per documentare l’avventura in moto, ma per raccontare le persone, la cultura, i paesaggi e soprattutto le emozioni vissute lungo il percorso.
Namaste, Road to Mustang nasce quindi come un viaggio fisico e umano. La moto è il mezzo per attraversare uno dei territori più spettacolari e impervi del mondo, ma diventa anche lo strumento per confrontarmi con la paura, con i miei limiti e con il desiderio di superarli senza mai smettere di rispettarli.
Viaggiare in moto sull’Himalaya significa confrontarsi continuamente con la natura, con la fatica e anche con i propri limiti. Qual è stato il momento più difficile del viaggio e quello in cui hai pensato: “Ne è valsa davvero la pena”?
Il momento più difficile è stato sicuramente la continua sfida con il traffico e con le condizioni delle strade. In Nepal la strada non è mai semplicemente una strada: può trasformarsi improvvisamente in fango, pietra, polvere, buche, guadi. Devi essere sempre concentrato, perché basta un attimo di distrazione per mettere alla prova te e la moto.
Ma il momento che ricordo con più apprensione è stata una discesa a circa 4.000 metri, quando siamo stati sorpresi da una nevicata. La situazione è cambiata in pochi minuti: il freddo, la visibilità che diminuiva, la strada che diventava sempre più insidiosa e la consapevolezza di essere a un’altitudine importante hanno reso quella discesa una vera prova.
Per me c’era anche una componente di paura fisica che non potevo ignorare. Dovevo ascoltare il mio corpo, mantenere la calma e soprattutto non sottovalutare l’ambiente in cui ci trovavamo. In quel momento è stato fondamentale essere insieme. Enrico Gasparini e Sergio Muniz sono stati compagni di viaggio straordinari: ci siamo sostenuti, abbiamo cercato di mantenere la lucidità e di affrontare la difficoltà come gruppo.
E proprio dopo momenti come quello arrivano le sensazioni più forti. Il momento in cui ho pensato “ne è valsa davvero la pena” è stato quando, superata la difficoltà, ci siamo ritrovati immersi nel paesaggio del Mustang.
Quelle montagne, quei colori, quei silenzi e la sensazione di essere in un luogo così remoto fanno dimenticare la fatica. Lì ho capito che il viaggio non era solo arrivare a destinazione. Era tutto quello che avevamo attraversato per arrivarci: la paura, la fatica, l’imprevisto e la voglia di continuare.
Il road movie è un genere nel quale il viaggio diventa spesso una metafora di una trasformazione interiore. Che cosa è cambiato in te tra il momento della partenza e quello dell’arrivo nel Mustang?
Il Nepal, e soprattutto il Mustang, mi hanno trasmesso una sensazione difficile da spiegare a parole: un senso di pace profonda. È un territorio duro, immenso, a tratti quasi ostile, eppure le persone che abbiamo incontrato ci hanno accolto con una semplicità e un calore straordinari. Quello che mi ha colpito di più è proprio questo contrasto: da una parte montagne enormi, strade difficili, vento, freddo e un ambiente che ti ricorda continuamente quanto sei piccolo; dall’altra persone che, con un sorriso, un gesto, un Namaste, riescono a farti sentire immediatamente accolto.
Nel Mustang ho avuto spesso la sensazione che il tempo avesse un ritmo diverso. Ci sono momenti in cui non succede apparentemente nulla: ti fermi, guardi le montagne, ascolti il vento e semplicemente respiri. E proprio in quei momenti senti una pace che nella nostra quotidianità è difficile trovare.
È forse questa la cosa che porto maggiormente con me dal Nepal: la consapevolezza che si può avere molto meno dal punto di vista materiale e, allo stesso tempo, trasmettere moltissimo dal punto di vista umano. Il Mustang ti insegna a rallentare, ad ascoltare e a guardare. E quando riparti, ti accorgi che quella sensazione di pace e di accoglienza ti è rimasta dentro.
Nel documentario il paesaggio himalayano non è soltanto uno sfondo, ma sembra diventare un vero protagonista. Quanto è stato importante per te raccontare il rapporto tra l’uomo, la montagna e le comunità che vivono in questi luoghi?
È stato fondamentale, perché in Nepal il paesaggio non è semplicemente qualcosa che attraversi: è una presenza costante, che condiziona la vita delle persone e il loro modo di rapportarsi al territorio.
Le montagne, le distanze, le condizioni climatiche e la difficoltà degli spostamenti fanno parte della quotidianità delle comunità che vivono in questi luoghi. Attraversandoli in moto, abbiamo avuto la possibilità di vedere da vicino questo rapporto e di comprenderlo in maniera diversa rispetto a chi osserva quei paesaggi soltanto da lontano.
Mi ha colpito molto il modo in cui le persone vivono la montagna: con rispetto, con naturalezza e senza la presunzione di dominarla. Ed è una lezione importante anche per noi. Davanti all’Himalaya capisci che l’uomo non è il padrone della natura, ma ne è soltanto una parte. Per questo nel documentario era importante non raccontare soltanto la spettacolarità dei paesaggi, ma anche le persone che li abitano. Sono loro a dare un significato a quei luoghi.
Attraversare il Nepal in moto permette di entrare in contatto con una realtà molto diversa dalla nostra, lontana dai ritmi e dalle certezze occidentali. Qual è l’incontro, l’immagine o il momento umano che più ti è rimasto dentro?
Credo che il momento che più mi è rimasto dentro sia stato l’arrivo a Lo Manthang. Dopo tanti chilometri in moto, dopo la fatica, il traffico, le strade difficili e gli imprevisti, arrivare lì è stato come entrare in un’altra dimensione.
La prima cosa che ricordo è il silenzio. Un silenzio quasi assoluto, interrotto soltanto dal vento. E davanti a noi l’Himalaya, enorme, maestoso, quasi irreale. In quel momento ho provato una sensazione molto forte: quella di essere semplicemente ospite. Non sei tu a conquistare la montagna; sei tu che entri in un luogo che esiste da molto prima di te e che continuerà a esistere dopo di te. E davanti a quelle montagne ti senti inevitabilmente piccolo.
È una sensazione che mi ha colpito profondamente, perché siamo abituati a vivere pensando di poter controllare tutto, di essere sempre protagonisti. Lì, invece, capisci che devi soltanto fermarti, osservare e rispettare. Lo Manthang mi ha regalato proprio questo: la possibilità di stare in silenzio davanti a qualcosa di immensamente più grande di me. Non era più importante la moto, la strada percorsa o la difficoltà superata. C’eravamo noi, quelle montagne e un silenzio che sembrava raccontare tutto.
In quel momento ho capito davvero di essere soltanto un ospite dell’Himalaya.
Dopo un viaggio così intenso, che cosa vorresti che rimanesse nello spettatore al termine di Namaste, Road to Mustang? E soprattutto: questo viaggio ti ha fatto venire voglia di rimetterti in moto verso una nuova destinazione?
Vorrei che, alla fine di Namaste, Road to Mustang, allo spettatore rimanesse soprattutto una sensazione: la voglia di conoscere e di amare il Nepal. Non soltanto per la bellezza straordinaria dei suoi paesaggi, ma per la sua gente, per la sua semplicità, per l’accoglienza e per quel senso di pace che riesce a trasmettere.
Vorrei che chi guarda il documentario potesse sentire, almeno in parte, quello che abbiamo sentito noi: il calore di un sorriso, un Namaste, il silenzio delle montagne, la sensazione di essere piccoli davanti all’Himalaya e, allo stesso tempo, incredibilmente fortunati a poter essere lì. E naturalmente vorrei trasmettere anche l’amore per la moto. Per me la moto non è soltanto un mezzo per arrivare da qualche parte. È libertà, è il modo più diretto per entrare in un territorio, sentirne gli odori, il vento, il freddo, la polvere e incontrare le persone lungo la strada.
In Nepal questo rapporto diventa ancora più forte: la moto ti porta fuori dalla tua comfort zone e ti mette continuamente in contatto con la realtà che stai attraversando. Se riusciremo a far nascere nello spettatore il desiderio di vedere il Nepal con occhi diversi, di rispettarlo, di conoscere la sua gente e magari, un giorno, di salirci su una moto e partire, allora avremo raggiunto il nostro obiettivo.
E sì, questo viaggio mi ha fatto venire ancora più voglia di rimettermi in moto. Perché quando scopri quanto può darti una strada, quanto può insegnarti un luogo e quanto può arricchirti l’incontro con le persone, diventa difficile smettere di partire. Non so ancora quale sarà la prossima destinazione. Ma so che, da qualche parte, c’è già una nuova strada che mi sta aspettando.
Aggiornato il 08 settembre 2026 alle ore 14:26
