Non esiste alcun criterio scientificamente accettabile per stabilire incontrovertibilmente quale percentuale dei “grandi uomini” della storia appartenga a un popolo o a un altro. Esistono però indicatori non arbitrari. Per esempio questo: gli ebrei costituiscono oggi circa lo 0,2 per cento della popolazione mondiale; grosso modo due esseri umani ogni mille. Eppure circa un quinto dei vincitori individuali del premio Nobel dal 1901 a oggi è costituito, secondo le ricostruzioni biografiche disponibili, da ebrei o persone di origine ebraica. La sproporzione rispetto al peso demografico mondiale è dell’ordine di cento a uno, e non riguarda una sola disciplina. Circa un quarto dei Nobel per la fisica e per la medicina, attorno a un quinto di quelli per la chimica e circa quattro su dieci di quelli per l’economia appartengono a questa piccolissima minoranza. In matematica, dove il Nobel non esiste, circa un quarto dei vincitori della Fields Medal è ebreo o di origine ebraica. Nell’informatica ritroviamo una forte sovra– rappresentazione fra i vincitori del Turing Award. Una nota ricerca sui cento psicologi più eminenti del Novecento collocava attorno al quaranta per cento la presenza di studiosi ebrei o di origine ebraica. Le percentuali cambiano a seconda dei criteri utilizzati. L’ordine di grandezza del fenomeno rimane, e in campo musicale è ancora più evidente.
Qui le statistiche sono inevitabilmente meno rigorose, perché non esiste un premio universale capace di stabilire chi siano stati i maggiori interpreti del Novecento, ma forse proprio nella musica i nomi riescono a dire ciò che le percentuali non possono dire. Basta prendere il violino: Jascha Heifetz, Yehudi Menuhin, Nathan Milstein, David Oistrakh, Isaac Stern, Joseph Szigeti, Henryk Szeryng, Leonid Kogan, Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman, Ivry Gitlis, Shlomo Mintz, Gil Shaham, Maxim Vengerov. E, risalendo nel tempo, Joseph Joachim e Henryk Wieniawski. Non si tratta semplicemente di un elenco di eccellenti violinisti: una parte considerevole della storia dell’interpretazione violinistica moderna passa attraverso questi nomi. Lo stesso fenomeno, con proporzioni differenti, compare al pianoforte e sul podio: Arthur Rubinstein, Vladimir Horowitz, Emil Gilels, Martha Argerich, Daniel Barenboim, Murray Perahia, Evgeny Kissin, Emanuel Ax, Yefim Bronfman; e poi Leonard Bernstein, Otto Klemperer, Bruno Walter, Georg Solti, George Szell, Fritz Reiner, Eugene Ormandy, Serge Koussevitzky (che nel 1894 dovette convertirsi al cristianesimo ortodosso per poter lavorare al Teatro Bolšoj) e Lorin Maazel. Fra i compositori incontriamo Felix Mendelssohn, Giacomo Meyerbeer, Jacques Offenbach, Gustav Mahler (che poi, per ragioni pratiche, si convertì al cattolicesimo), Arnold Schoenberg, George Gershwin, Aaron Copland. Non esiste quindi un’accertata “superiorità musicale ebraica”; esiste tuttavia un fatto storico: una minoranza numericamente minuscola ha avuto una presenza straordinariamente visibile nella costruzione della cultura musicale moderna. Ma persino premi, percentuali ed elenchi rischiano di non cogliere interamente il fenomeno, perché il peso di una cultura non si misura soltanto contando i riconoscimenti internazionali.
Esistono uomini che modificano le categorie attraverso le quali un’intera civiltà pensa se stessa. E allora bastano tre nomi: Karl Marx, Sigmund Freud e Albert Einstein. Tre uomini diversissimi, con rapporti anche assai problematici con la propria origine ebraica, tanto che sarebbe complesso trovare nelle loro teorie una comune “essenza ebraica”. Marx contribuì a modificare radicalmente il modo in cui la modernità pensa la società e la storia. Anche chi considera errata una parte essenziale della sua teoria o catastrofiche molte conseguenze politiche del marxismo continua a utilizzare categorie che Marx contribuì a collocare al centro del pensiero moderno: classe, ideologia, alienazione, rapporti di produzione, conflitto fra capitale e lavoro. Freud modificò il modo in cui l’uomo occidentale pensa se stesso. Si può discutere della scientificità della psicoanalisi; ma è molto più difficile negare la rivoluzione culturale prodotta dall’idea che sotto la coscienza agiscano forze che essa stessa non controlla. Einstein modificò infine il modo in cui pensiamo l’universo fisico: spazio e tempo, massa ed energia, gravità e struttura del cosmo non poterono più essere concepiti esattamente come prima. È difficile immaginare tre territori più vasti. Tre figure provenienti, in forme differenti, da una minoranza numericamente piccolissima hanno contribuito, nel giro di pochi decenni, a cambiare il modo in cui milioni di esseri umani pensano la società nella quale vivono, la mente con la quale pensano e l’immagine dell’universo nel quale esistono. Come si reagisce a qualcosa del genere? Attraverso un confronto, esplicito o implicito, manifesto o latente, e da questo confronto possono scaturire ammirazione autentica oppure paura e invidia. Quest’ultima possibile trasformazione acquista un particolare rilievo con l’emancipazione ebraica. Per secoli l’ebreo europeo era stato soprattutto l’altro: segregato, sottoposto a limitazioni giuridiche, escluso da molte professioni, spesso confinato in determinate attività.
Fra Settecento e Ottocento le barriere cominciano a cadere. Gli ebrei entrano nelle università, nelle professioni, nella scienza, nella musica, nella letteratura, nel giornalismo, nell’imprenditoria. L’ebreo non è più soltanto diverso: diventa il concorrente. La trasformazione è enorme, perché finché una minoranza rimane segregata può essere disprezzata; quando entra in competizione e consegue successi visibili, al disprezzo può aggiungersi il risentimento. Ed è allora che il vecchio antigiudaismo religioso può trasformarsi nell’antisemitismo moderno. L’ebreo non viene più accusato principalmente di avere rifiutato Cristo. Può convertirsi, può diventare ateo, può assimilarsi completamente, ma non basta più. L’ostilità si trasferisce dalla religione alla razza, dalla teologia alla biologia, dalla Chiesa alla nazione. Eppure alcune strutture profonde sopravvivono. L’ebreo medievale agiva segretamente contro la cristianità; quello moderno agisce segretamente contro la nazione. Prima avvelenava i pozzi; adesso controlla la finanza. Prima profanava l’ostia; adesso corrompe la cultura. Prima serviva il demonio, adesso organizza rivoluzioni o domina il capitalismo. Cambiano le imputazioni, ma rimane l’idea di un potere invisibile e sproporzionato. L’antisemitismo moderno produce a questo punto uno dei suoi paradossi più rivelatori. L’ebreo diventa contemporaneamente responsabile del capitalismo e del comunismo. È Rothschild ed è Marx. È il banchiere che domina il capitale internazionale ed è il rivoluzionario che vuole distruggerlo. La contraddizione logica non costituisce un problema, perché la funzione del pregiudizio non è descrivere coerentemente la realtà: è trasformare un sentimento in una spiegazione.
Qui l’invidia mostra una delle proprie caratteristiche più profonde: quella di essere quasi sempre incapace di confessare se stessa. È difficile dire: il valore dell’altro mi fa soffrire perché temo che il confronto mi diminuisca. È molto più facile pensare: se ha ottenuto tanto, qualcosa deve aver sottratto agli altri. L’intelligenza allora diventa astuzia; la capacità economica diventa avidità; la solidarietà diventa consorteria; l’influenza diventa controllo; il successo stesso diventa una prova d’accusa. Il nazismo porta questo meccanismo alla sua manifestazione più mostruosa. Gli ebrei vengono privati dei diritti, spogliati dei beni, deportati, affamati, rinchiusi e assassinati. E tuttavia la propaganda continua a rappresentarli come una potenza mondiale capace di distruggere la Germania. La vittima inerme rimane il persecutore onnipotente. Persino quando il Terzo Reich sta crollando, Adolf Hitler continua ad attribuire agli ebrei una responsabilità decisiva nella guerra e nella rovina tedesca. È difficile immaginare una dimostrazione più terribile dell’autonomia della paura rispetto alla realtà. Si può avere paura persino di colui che si sta uccidendo. Anzi, lo si uccide perché si è riusciti a convincersi che, se non lo si uccidesse, sarebbe lui a distruggere noi. Dopo il 1945 l’antisemitismo diventa moralmente impronunciabile in gran parte dell’Occidente, ma un sentimento può perdere il proprio linguaggio senza necessariamente scomparire. E nel 1948 accade qualcosa che modifica radicalmente la condizione ebraica, perché nasce Israele. L’ebreo che per secoli era stato accusato di essere un popolo senza terra possiede nuovamente uno Stato. Chi era stato accusato di debolezza possiede un esercito. Una popolazione uscita dalla catastrofe costruisce in pochi decenni una società economicamente e tecnologicamente avanzata e una potenza militare regionale. Qui occorre tracciare una linea nettissima: Israele è uno Stato e, come ogni Stato, la sua politica può essere criticata. I suoi Governi possono commettere errori come qualsiasi altro Governo.
Criticarli non significa odiare gli ebrei, esattamente come criticare un Governo italiano non significa odiare gli italiani. La distinzione deve essere mantenuta con assoluto rigore, ma questo non significa impedirsi di osservare le contaminazioni. Perché talvolta nel discorso su Israele ricompaiono immagini sorprendentemente familiari, come quella di attribuirgli un’influenza occulta su quasi tutto. Di attribuirgli, per esempio, la capacità di controllare Governi, giornali, finanza e politica americana abbinando tale capacità ad una presunta e peculiare malvagità degli ebrei. Quando accade questo, il linguaggio politico contemporaneo può diventare il recipiente nuovo di passioni molto più antiche. Non perché ogni critica a Israele nasconda antisemitismo, ma perché l’antisemitismo può imparare a parlare il linguaggio della critica a Israele. Ed eccoci davanti a un ultimo paradosso. Per secoli gli ebrei sono stati guardati con sospetto perché non avevano una patria ed erano dispersi fra le nazioni; oggi possono esserlo perché una patria ce l’hanno. Erano accusati di debolezza e viltà; oggi possono essere odiati anche per la loro forza militare. Erano accusati di non sapersi difendere; oggi vengono accusati di difendersi troppo. Erano sospetti perché cosmopoliti; oggi possono esserlo perché nazionalisti. L’oggetto dell’accusa cambia continuamente, ma qualcosa nella relazione emotiva sembra sopravvivere attraverso i secoli. Rimane allora da capire come un’emozione possa trasformarsi in ideologia. Il passaggio decisivo è la razionalizzazione. Nessuno ama pensare di odiare qualcuno perché lo teme o lo invidia. Occorre una ragione che trasformi l’emozione in giudizio morale, e la teoria del complotto assolve magnificamente questa funzione.
Non li temo perché sono insicuro: li temo perché sono pericolosi. Non li invidio perché hanno successo: il loro successo dimostra che hanno truccato il gioco. Non provo risentimento per la loro influenza: la loro influenza dimostra che controllano segretamente la società. Il sentimento può così presentarsi alla coscienza come una conclusione razionale. Possiamo allora delineare, senza trasformarla in una legge universale, una possibile sequenza: un successo percepito implica un confronto, che implica una minaccia al Sé, che provoca paura e invidia, che alimentano risentimento e svalutazione e danno vita, per giustificarsi, alla costruzione di una spiegazione ideologica o complottistica. A questo punto diventa possibile ricostruire la logica che viene abitualmente seguita dall’antisemitismo, almeno nelle sue forme più grossolane. Se sono ricchi, hanno rubato; se sono colti, controllano la cultura; se sono solidali fra loro, cospirano; se hanno successo, sono privilegiati; se sono deboli, fingono; se sono forti, minacciano; se non hanno uno Stato, sono cosmopoliti senza patria; se hanno uno Stato, sono nazionalisti. Una costruzione del genere possiede un vantaggio formidabile: non può essere smentita dai fatti, perché anche fatti tra loro contrastanti possono comunque essere trasformati in altrettante conferme. Paura e invidia sembrano agire all’unisono proprio quando si opera questa trasformazione, mostrando la loro stretta relazione: entrambi questi stati d’animo possono infatti nascere proprio dall’incapacità di stabilire con l’altro una relazione nella quale la sua esistenza non venga percepita come una diminuzione della nostra, e dunque come un pericolo. Una trasformazione opposta potrebbe essere quella operata dall’ammirazione.
Ammirare qualcuno in modo autentico – e cioè non acritico – significa poter dire: quello che sei non mi toglie nulla, ma anzi mi arricchisce. Forse è proprio questa una delle manifestazioni più concrete di una raggiunta maturità individuale e collettiva: accettare che un altro essere umano, o un gruppo, anche minoritario, di esseri umani, di una cultura o di una società, possano possedere qualità che noi non possediamo in pari misura senza per questo sentirci umiliati; e quindi riconoscerne i successi senza trasformarli in una colpa e saperne criticare gli errori senza avere bisogno di negarne il valore. La storia dell’antisemitismo non è dunque spiegata dalla paura e dall’invidia, ma forse paura e invidia possono aiutarci a comprendere qualcosa che le sole circostanze storiche non spiegano completamente: perché le circostanze sono cambiate tante volte e l’ebreo ha conservato la funzione di capro espiatorio ideale all’interno di società diverse, ma accumunate dal non riuscire ad accettare le proprie contraddizioni e i propri conflitti interni. Un capro espiatorio buono per tutte le stagioni e per tutti gli orientamenti politici, perché sebbene le accuse siano cambiate e si siano trasformate più volte i due fili emotivi della paura e dell’invidia, tra loro intrecciati e solidali, sono sempre rimasti accesi, anche quando celati sotto coltri più o meno sincere di tolleranza o di compassione.
Aggiornato il 28 settembre 2026 alle ore 13:12
