Luciano Massari e la materia che si trasforma
Luciano Massari e Claudia Conte © Riproduzione riservata

Oggi incontriamo un artista che ha fatto della materia non soltanto una tecnica, ma un vero e proprio linguaggio. Luciano Massari, scultore nato a Carrara, porta nel suo lavoro il rapporto profondo con il marmo, con una terra che da secoli è sinonimo di arte, tradizione e grandi maestri.

Ma nelle sue opere il marmo cambia natura: diventa leggero, sottile, attraversato dalla luce, quasi sospeso tra materia e immateriale. È un dialogo continuo tra la forza della pietra e la sensibilità dell’artista, tra memoria e contemporaneità.

Con Luciano Massari parleremo di arte, bellezza, memoria e innovazione, ma soprattutto di quella sfida affascinante che accompagna ogni artista: trasformare la materia in una visione e lasciare, attraverso un’opera, una traccia destinata a durare nel tempo.

La sua storia artistica è profondamente legata alla scultura e alla materia. Quando ha capito che la pietra non sarebbe stata soltanto uno strumento, ma un vero e proprio linguaggio attraverso cui raccontare la sua visione del mondo?

Credo di averlo capito molto presto, anche se da ragazzo non avrei saputo dirlo con queste parole. Sono nato a Carrara e per me il marmo non è semplicemente un materiale, è qualcosa con cui cresci, impari a guardarlo nelle montagne che sovrastano la città, nelle cave, nel lavoro delle persone, nei laboratori, nella polvere. Fa parte del nostro paesaggio e, in qualche modo, anche del carattere di chi vive qui.

All’inizio, naturalmente, per me era soprattutto materia da conoscere, da imparare a lavorare, poi, andando avanti, ho capito che non mi interessava soltanto l’aspetto tecnico che si affronta nel dare una forma a un pezzo di marmo. Mi interessava capire che cosa potevo raccontare attraverso di esso.

La pietra custodisce un elemento straordinario: il tempo. Non quello che appartiene alla dimensione umana, ma a quello della terra, dei primordi, delle origini più lontane. Quando lavori un pezzo di marmo e stai toccando qualcosa che si è formato milioni di anni fa hai una grandissima responsabilità perché compi un atto che, se ci pensi, mette in discussione le nostre certezze.

Come viene percepito il marmo se non come materia solida, pesante, inamovibile, monumentale? Io cerco di renderlo leggero, sottile, quasi fragile, cerco di scioglierlo, di farlo galleggiare, di fagli avere un movimento autonomo, di trasformarlo con la luce, ed è in questa contraddizione che sento nascere davvero il mio lavoro.

Il marmo, soprattutto quello di Carrara, porta con sé una storia millenaria. Cosa significa per uno scultore contemporaneo confrontarsi ogni giorno con una materia che ha attraversato la storia dell’arte, da Michelangelo fino ai grandi maestri dei nostri giorni?

È una presenza che senti inevitabilmente: lavorare il marmo a Carrara significa sapere che prima di te sono saliti su queste montagne artisti straordinari e che tu ripercorri fisicamente i loro passi, i loro luoghi alla ricerca del pezzo più adatto a essere scolpito per dare forma alle tue idee. Michelangelo per molti è il riferimento più immediato, ma la storia è molto più lunga e complessa.

Penso che potrebbe anche diventare un peso, se ci si lasciasse schiacciare dalla tradizione; invece, credo che la tradizione vada conosciuta, rispettata, e poi attraversata.  Non serve ripetere ciò che è già stato fatto, ma comprenderlo. E credo anche che ogni generazione debba cercare di trovare risposte alle proprie domande e al proprio linguaggio.

Carrara, poi, non è solo il luogo da cui si estrae il marmo: è una cultura complessa e articolata dove ci sono le cave, gli artigiani, i laboratori e le tecniche, dove si impara il modo di guardare un blocco per capire fin dove ci si può spingere e dove, invece, bisogna fermarsi.

Sono conoscenze costruite in secoli di lavoro che ancora vivono: ricchezza e sfida per chi, attraverso un materiale antichissimo, vuole parlare dell’oggi, perché il marmo esprime la contemporaneità e può parlare di fragilità, memoria, identità, tecnologia, persino del nostro rapporto con il tempo. Dipende da quello che abbiamo dentro e da ciò che siamo capaci di fare.

Nella scultura c’è un rapporto particolare tra ciò che l’artista vuole creare e ciò che la materia gli permette di realizzare. Quanto conta l’idea iniziale e quanto, invece, è importante lasciarsi guidare dalla pietra, dalle sue venature, dalle sue imperfezioni e dalla sua natura?

Per me l’idea viene prima: ho bisogno di avere le idee chiare del perché mi metterò a scolpire un’opera, non attendo che un blocco mi suggerisca qualcosa. Poi però, quando cominci realmente a lavorare ecco nascere un dialogo continuo: a quel punto la materia entra nel progetto e comincia a risponderti con la sua identità, a farsi sentire con le sue sonorità, a contrastarti, a farsi accarezzare, a farsi levigare dolcemente. Il marmo ti fa capire che ha le sue regole perché devi seguire le sue venature, le sue tensioni, la sua fragilità, i suoi diversi gradi di compattezza: puoi conoscere perfettamente il mestiere, puoi usare le tecnologie più avanzate, ma c’è sempre un momento in cui lo devi ascoltare.

Non credo molto all’idea romantica della scultura già nascosta dentro il blocco che aspetta soltanto di essere liberata: per me l’opera nasce nell’incontro tra pensiero e materia e, qualche volta, anche dallo scontro tra i due.

Questa è forse una delle cose che continuo ad amare di più della scultura: puoi avere tutto sotto controllo, ma devi sempre lasciare uno spazio all’imprevisto.

La sua ricerca artistica parla anche di bellezza, identità e memoria. Qual è il messaggio che vorrebbe rimanesse nello spettatore davanti a una sua opera, al di là della forma e della tecnica?

Non spiego mai troppo un’opera perché quando ha bisogno di essere spiegata completamente, secondo me, ha già perso qualcosa. Mi interessa piuttosto creare una condizione nella quale chi guarda possa entrare con la propria esperienza, con i propri ricordi, perfino con le proprie inquietudini.

La memoria è molto presente nel mio lavoro, penso che le cose trattengano delle tracce come le trattiene un paesaggio, le trattiene una pietra, le trattiene una superficie e, naturalmente le tratteniamo anche noi. Per questo ritorna spesso nei miei lavori anche il tema del silenzio, che per me non è mai vuoto, perché è pieno di cose che magari non percepiamo immediatamente.

Se una persona davanti a una mia opera si ferma un po’ più del previsto, si avvicina, ha voglia di toccarla con gli occhi, si chiede come sia possibile che una pietra così pesante sembri improvvisamente un’altra cosa per via della sua leggerezza o apparente fragilità, allora per me è già successo qualcosa. Non cerco necessariamente una risposta, preferisco lasciare una domanda. Le opere che amo di più sono proprio quelle che, quando te ne vai, continuano in qualche modo a venirti dietro.

Viviamo in un’epoca dominata dalla velocità, dalle immagini digitali e dall’intelligenza artificiale. Che valore conserva oggi un’opera realizzata lentamente, con le mani, attraverso il rapporto fisico e quasi intimo tra l’artista e la materia?

Secondo me oggi questo valore è ancora più forte proprio perché tutto intorno a noi è diventato velocissimo, sì, viviamo sommersi dalle immagini, è vero: ne guardiamo una per pochi secondi, per poi passare subito alla successiva e nulla rimane. L’intelligenza artificiale è una trasformazione enorme e molto interessante. La pietra, però, continua ad avere i suoi tempi. Un blocco pesa, oppone resistenza, non puoi convincerlo con un clic, e questa resistenza secondo me è preziosa: ti obbliga a misurarti con il tempo, con il corpo, con l’errore, con la pazienza. Alimenta il rapporto tra pensiero, gesto e materia. Questo non significa rifiutare la tecnologia, anzi, io l’ho sempre considerata una straordinaria estensione delle possibilità dell’artista: robotica, modellazione digitale, intelligenza artificiale sono strumenti che possono aprire territori nuovi, ma rimangono strumenti.

Quello che continua a fare la differenza è la visione dell’artista e trovo affascinante proprio questo contrasto: da una parte tecnologie che lavorano alla velocità di pochi secondi, dall’altra una materia che ha impiegato milioni di anni per formarsi. Mettere insieme queste due dimensioni è ciò che costituisce oggi una delle sfide più interessanti.

Vorrei chiudere con una domanda più personale: dopo tanti anni dedicati alla scultura, cosa sta ancora cercando Luciano Massari nella pietra? E c’è un’opera che sente di dover ancora realizzare?

Questa è forse la domanda più difficile. Credo che continui a interessarmi una cosa apparentemente molto semplice: far vivere le mie visioni, i miei concetti, la mia poetica senza che perdano la loro identità. È qualcosa che inseguo da molti anni: portare il marmo verso il limite, assottigliarlo, farlo attraversare dalla luce, trasformarlo in acqua, in fuoco, in una nuova pelle. Fare in modo che chi lo guarda sappia che è pietra, ma nello stesso tempo abbia per un momento il dubbio che non lo sia più.

Forse, andando avanti, mi sono accorto che non sto cercando soltanto una forma. Sto cercando una soglia, quel punto molto sottile in cui una materia smette quasi di essere soltanto materia e diventa spazio, luce, memoria, silenzio.

L’opera che cerco si sposta continuamente un po’ più avanti: la immagino come qualcosa in cui il marmo possa essere nello stesso tempo presente e quasi assente, dove non sia facile capire dove finisce la scultura e dove comincia la relazione con le persone e lo spazio che l’accoglie.

Forse è proprio quella distanza, ancora da percorrere, che mi riempie la vita.

Aggiornato il 15 settembre 2026 alle ore 14:55