Egemonia culturale: il vero volto del pluralismo italiano

Da Venezi a Pucci, quando la cultura decide chi è legittimo e chi diventa un “caso”

C’è un’ipocrisia sempre più evidente nel dibattito culturale italiano: si parla continuamente di pluralismo, apertura, libertà di espressione. Ma nella pratica, ciò che non rientra nel perimetro della sensibilità politico-culturale dominante viene sistematicamente trasformato in problema.

Non serve più censurare. È sufficiente creare il contesto giusto: quello in cui alcune figure devono essere continuamente giustificate, spiegate, contestate.

Il caso di Beatrice Venezi è ormai un esempio emblematico. La sua presenza nel dibattito sui vertici del Teatro La Fenice non viene mai letta in termini puramente artistici o professionali. Diventa immediatamente un terreno di scontro culturale e politico. Non importa il curriculum, importa la narrazione.

E la narrazione è sempre la stessa: ciò che non è perfettamente allineato all’unico codice culturale ammesso, deve essere discusso come “caso”, mai come semplice scelta legittima.

Lo stesso schema si ripete con Andrea Pucci e il Festival di Sanremo. Invito ufficiale come co-conduttore, poi improvvisa tempesta di polemiche, analisi morali della comicità, valutazioni sul “tono” e sull’adeguatezza culturale.

Risultato: rinuncia all’incarico in un clima reso rapidamente insostenibile.

Anche qui il punto non è un divieto formale. È qualcosa di più sottile e più efficace: la costruzione di un ambiente in cui restare diventa più costoso che uscire.

Ed è qui che si riconosce il meccanismo dell’egemonia culturale dominante: non nel proibire direttamente, ma nel definire implicitamente chi è sempre legittimato e chi invece deve dimostrare ogni volta di meritare di esserlo.

Il risultato è un paradosso solo apparente: più si parla di pluralismo, più il campo del dibattito si restringe attorno a un’unica sensibilità dominante.

E alla fine, il bello è questo: il pluralismo resiste sempre, purché sia confinato nel solito perimetro, senza eccezioni.

Tutto il resto, evidentemente, è solo una svista del sistema.

La critica di questi episodi potrebbe sembrare l’esagerata iperbole per rappresentare un fenomeno generale prendendo spunto da singoli casi.

In realtà il problema è molto più complesso e diffuso di quanto sembri, perché è necessario considerarlo nella sua dimensione potenziale. Quanti artisti avranno oggi l’ardire di dichiarare le proprie simpatie politiche considerando quello che è accaduto in questi mesi, chi avrà più la serenità di esprimere la propria opinione senza essere sospettato di far parte della parte politica invisa?

Invero, per quanto non sia realmente compresa, la questione è ben più grave di quanto sembri, e tira in ballo la libertà di espressione e di pensiero degli artisti che, prima di essere esecutori di opere, sono innanzitutto donne e uomini liberi, portatori di diritti e di dignità!

Aggiornato il 11 maggio 2026 alle ore 11:55