Con i bambini, Simona Rotondi e l’impegno per le nuove generazioni

A oltre trent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, l’Italia continua a confrontarsi con sfide profonde che riguardano il benessere delle nuove generazioni: dalla povertà educativa al disagio psicologico, fino alle disuguaglianze territoriali e sociali che ancora segnano il destino di molti bambini e ragazzi. In questo scenario, il ruolo delle comunità educanti e delle reti territoriali diventa sempre più centrale.

Ne abbiamo parlato con Simona Rotondi, addetta alle attività istituzionali Con i Bambini, impresa sociale e soggetto attuatore del Fondo nazionale sperimentale per il contrasto della povertà educativa minorile. Rotondi coordina, tra gli altri, il programma “Benessere”, dedicato alla salute mentale degli adolescenti, e l’iniziativa “A braccia aperte”, rivolta ai minori orfani di femminicidio. Un confronto sui bisogni più urgenti dell’infanzia oggi, ma anche sulle esperienze virtuose che dimostrano come investire sui più giovani significhi investire sul futuro del Paese.

A oltre trent’anni dalla ratifica della Convenzione Onu, quali ritiene siano oggi le principali emergenze che riguardano bambini e adolescenti in Italia? E dove vede invece segnali concreti di miglioramento?

Le emergenze più pressanti sono oggi la povertà educativa, il disagio psicologico in forte crescita tra i ragazzi e la fragilità dei contesti familiari. Viviamo in un paese dove il codice postale di nascita può ancora determinare il destino di un bambino. Detto questo, vedo segnali incoraggianti: cresce la consapevolezza collettiva che il benessere dei minori è una responsabilità condivisa, e sempre più comunità stanno investendo in reti di prossimità concrete e continuative. Il lavoro dell’impresa sociale Con i bambini si inserisce proprio in questa direzione.

La povertà educativa continua a colpire molti minori, soprattutto nei contesti più fragili. Quali strumenti si stanno rivelando più efficaci per ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali?

Gli interventi che funzionano meglio sono quelli radicati nel territorio, co-progettati con le comunità locali e non limitati all’orario scolastico. Non basta portare risorse: bisogna costruire relazioni di fiducia durature, coinvolgere le famiglie e creare spazi sicuri dove i bambini possano scoprire i propri talenti. Il modello dell’alleanza educativa ‒ scuola, terzo settore, enti locali ‒ quando è autentico e non meramente dichiarato, produce risultati straordinari.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione sul disagio psicologico degli adolescenti. Quanto pesa oggi questo tema nel lavoro della Fondazione e quali interventi ritiene prioritari?

È uno dei temi centrali del nostro lavoro. Coordino il programma Benessere, che nasce proprio dalla consapevolezza che la salute mentale degli adolescenti non può più essere trattata come un’urgenza residuale. I dati parlano chiaro: l’isolamento, l’ansia da prestazione, le conseguenze della pandemia hanno lasciato segni profondi. Prioritari per noi sono la prevenzione, la formazione degli adulti di riferimento ‒ genitori, insegnanti, educatori ‒ il potenziamento dei servizi di ascolto nelle scuole e nei luoghi informali, la prevenzione, il lavoro delle equipe multidisciplinare e la destigmatizzazione del disagio psicologico tra i ragazzi stessi.

Spesso si parla della necessità di “fare rete” tra scuola, famiglie e territorio. Quali esperienze virtuose avete osservato che dimostrano come una comunità educante possa davvero fare la differenza?

Le esperienze che mi colpiscono di più sono quelle in cui la rete non nasce da un protocollo firmato ma da un bisogno reale condiviso. Abbiamo visto piccoli comuni del Sud attivare sportelli di ascolto nelle scuole con il coinvolgimento attivo delle famiglie, o realtà periferiche delle grandi città costruire alleanze solide tra associazioni, parrocchie e servizi sociali. La comunità educante funziona quando ogni soggetto si sente davvero parte di un progetto comune ‒ e non semplice fornitore di un servizio.

La Convenzione Onu riconosce ai minori il diritto di essere ascoltati. Quanto spazio viene dato oggi alla voce dei ragazzi nei processi decisionali che li riguardano? E cosa manca ancora?

Troppo poco, e spesso in modo non autentico. Il rischio è quello della partecipazione di facciata: si consultano i ragazzi, ma le loro indicazioni raramente incidono davvero sulle decisioni. Manca ancora una cultura istituzionale che riconosca i minori come soggetti di diritti e non solo come destinatari di tutele. Mancano spazi stabili e metodologie adeguate. Sono convinta che ascoltare davvero i ragazzi non sia solo un atto di rispetto ‒ è una questione di efficacia: le politiche che li coinvolgono producono risultati migliori.

Se dovesse indicare una priorità assoluta per garantire davvero pari opportunità alle nuove generazioni nei prossimi anni, quale sceglierebbe e perché?

Investire sulla salute mentale fin dalla prima infanzia. Non perché gli altri temi siano meno urgenti, ma perché il benessere psicologico è la condizione abilitante di tutto il resto: dell’apprendimento, delle relazioni, della capacità di costruire un progetto di vita. Un bambino che sta bene dentro impara meglio, resiste meglio alle avversità, partecipa più attivamente alla comunità. Senza questo fondamento, qualsiasi altra misura rischia di restare in superficie.

Aggiornato il 27 maggio 2026 alle ore 13:22