La Finis Mundi è di destra

Quando impazzì Cartesio

Come diventa una democrazia quando vince “democraticamente” la destra in libere elezioni? In questo caso, di sicuro arriva la “Finis Mundi”, secondo Ezio Mauro (vedi il suo intervento su Repubblica del 19 settembre, dal titolo: “Cosa ci aspetta se vince la destra”), perché questo infausto evento ci farà mutare di pelle, convertendoci per magia della sorte in un’autocrazia alla Orbán-Putin. E questa, per il Gran sacerdote di Ptah della sinistra, non è una possibilità dialettica ma bensì una certezza tautologica-teologica inscritta nel Libro dei Libri, come una rivelazione divina. Pertanto, non va spiegata ma scongiurata, tirando colpi di cannone sull’avversario per impedirgli di vincere le imminenti elezioni, colpendolo con una poderosa batteria di anatemi tesi a esorcizzare la mutazione diabolica dell’Italia contemporanea in una democrazia autoritaria alla Vladimir Putin, che si affermerebbe in alternativa alla “debolezza delle forme di governo occidentali e all’esaurimento delle loro energie morali e spirituali”. Come si vede, un vero impazzimento delle coordinate cartesiane.

In merito a questo “non” ipotetico declino dell’Occidente in crisi, esiste peraltro una nutrita, recente saggistica angloamericana e europea, sia indipendente che di sinistra, in cui gli aspetti citati della gravissima crisi attraversata dalle democrazie occidentali (afflitte da mali inguaribili, quali la corruzione sistemica; il profondo decadimento dei valori etici e morali; il consumismo e materialismo sfrenati; le insanabili ingiustizie sociali; l’individualismo esasperato, e così via) sono attentamente analizzati e messi sotto la lente di ingrandimento dalle analisi storiche e sociopolitiche dei maggiori autori ed esperti internazionali.

Secondo Mauro, la dissoluzione della Cortina di Ferro, anziché portare al definitivo trionfo dei sistemi democratici liberali, dopo appena trenta anni ha mostrato le piaghe da decubito di un malato terminale aggredito da un rigurgito ideologico di neo autoritarismo virale, che si credeva definitivamente morto e sepolto con la fine di Hitler-Mussolini, di Mao e dell’Urss. Così, questa torsione terribile dettata dal ricatto di Putin e dal suo avventurismo neoimperialista e tellurocratico, non solo non ha arginato e spazzato via dalle Nazioni democratiche populisti e sovranisti, ma va costringendo la democrazia standard ad avallare al suo interno, grazie ai suoi stessi “bug” annidati nel suffragio universale, il suo diretto antagonista autocratico.

Facendola così divenire quell’ibrido orribilis di “democrazia illiberale”, che rappresenta un vero e proprio ossimoro come la “leadership dell’antileadership” realizzatasi con la vittoria del M5S nel 2018, con i risultati nefasti e disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. Per di più, questo modello politico neoautoritario, nato nella Russia putiniana, è sbarcato (come i clandestini che nessuno vuole o può rinviare a casa loro) in Europa e nella Nato, grazie ai suoi emuli di Victor Orbán, l’ungherese, e di Recep Tayyip Erdoğan, il turco.

E bisogna tenerseli buoni questi due, poiché le democrazie occidentali non possono fare a meno di loro, dato che il turco, convinto fedele musulmano in un continente di Paesi cristiani, ha l’esercito in assoluto meglio equipaggiato, preparato e motivato della Nato, dopo la Us-Army. Mentre per cacciare via quell’altro che viene da Budapest, membro della Ue, occorre deciderlo all’unanimità, cosa impossibile annoverando tra i 27 la Polonia e gli altri Stati ex satelliti sovietici. Quindi, nel suo caso, l’unica cosa da fare è affamarlo con le sanzioni indirette, facendo leva sulle disposizioni dei Trattati e sul servo encomio della Commissione di Bruxelles, dominata dai falchi del “politically correct”. Ma Victor Orbán non è un bipolare che un giorno sta con noi e il giorno dopo fa le fusa al nostro nemico giurato, rifiutandosi di applicare le sanzioni decretate dall’Europa e dall’America contro la Russia. No: lui ricorda benissimo il ferro rovente dell’Armata Rossa piantato nel costato del suo popolo nel 1956, che represse nel sangue la rivolta ungherese (e noi “democratici” dov’eravamo?), cosa che per coloro che non l’hanno subita è facilissimo da dimenticare!

Solo che Orbán è ben costretto a fare buon viso a cattivo gioco, dato che il suo Paese è mortalmente esposto al taglio drastico delle forniture di gas siberiane, attualmente insostituibili per la sopravvivenza del suo sistema socio-economico. Ma state pur tranquilli che se un solo carro armato russo dovesse varcare la frontiera ungherese, la reazione di Budapest sarebbe dieci volte più dura di quella attuale dell’Ucraina.

Così, anche Mauro è costretto a constatare come la globalizzazione, creatura primigenia ed esclusiva delle democrazie rappresentative occidentali, sia stata foriera di crisi sistemiche gravissime (quella finanziaria del 2008, pandemica del 2019 e della rappresentanza da trenta anni a questa parte), che hanno portato con sé la drammatica apertura di un’immensa, irriducibile e insolubile forbice delle disuguaglianze. Per rendersene conto, è sufficiente osservare come l’80 per cento della ricchezza globale si trovi saldamente nelle mani di poche migliaia di persone nel mondo, escludendo così progressivamente dal godimento di un maggiore benessere sociale sempre più ampie fasce di popolazione, con lo scivolamento sotto la soglia della povertà del reddito medio di molte decine di milioni di cittadini occidentali.

E poiché la politica “democratica” non ha dato e non riesce a dare soluzione a questi problemi, ecco giustificato l’avvento del disincanto elettorale. Perché ormai i cittadini non decidono un bel nulla con il loro voto, dato che chiunque vada al potere, di destra come di sinistra, si trova a dover sedere nella stessa, identica stanza dei bottoni da dove si pilota una sala macchine i cui meccanismi sono progettati e conosciuti solo da entità “esterne” e inaccessibili, perché letteralmente acefale, come la finanza speculativa internazionale e i mercati globalizzati.

E, quindi, per scacciare questa sofferenza vera e diffusa dall’incubo quotidiano della mancanza di lavoro e di prospettive, in assenza di un futuro per cui sperare e combattere, ecco che nei cuori degli elettori spunta la soluzione dell’uomo solo al comando, del taumaturgo che tutti i mali risolve. In opposizione a questo temutissimo fantasma (pari a quello del ritorno di Hitler sulla scena europea!), il Parlamento europeo ha adottato a grande maggioranza la risoluzione per cui l’Ungheria “non si può più considerare una democrazia, ma un’autocrazia elettorale” (qualunque cosa voglia dire quest’ultima definizione) perché in essa è stata soppressa ogni forma di “fact-checking” istituzionale e costituzionale, togliendo autonomia e indipendenza alla magistratura e alla Corte Costituzionale, i cui giudici sono ormai di nomina governativa, per cui non sono più garantiti i controlli di legalità della prima e di legittimità della seconda.

Secondo l’Europa, nemmeno la critica sociale ha più territorio in Ungheria a causa dei severi limiti imposti alla libertà di stampa, mentre in ambito parlamentare il partito maggioritario di Orbán, rifiutando ogni mediazione politica, cancella di fatto i diritti dell’opposizione. Quindi, se dopo il 25 settembre dovesse vincere il duo Meloni-Salvini che ha sistematicamente votato contro le sanzioni e le decisioni a maggioranza per sanzionare Orbán, anche l’Italia siederà tra i “cattivi” europei che minano i valori di libertà e di democrazia sui quali si fonda lo stesso spirito dell’Unione.

In conclusione, dando per scontata la vittoria del centrodestra, Mauro si chiede se il 26 settembre ci sveglieremo ancora occidentali. Ma che bellezza! In America, i cittadini votano l’elezione diretta sia dei responsabili degli uffici giudiziari circoscrizionali, sia degli amministratori degli Enti locali, e in molti Stati americani sempre gli stessi elettori possono mandare anticipatamente a casa i loro eletti grazie al meccanismo del “recall”. Invece noi dobbiamo tenerci per una legislatura tutti i raccomandati delle lobby di potere politiche ed economiche che ci trascendono, perché deleghiamo interamente la nomina dei boiardi di Stato alle spartizioni partitocratiche della politica senza, per noi, alcun diritto, né opzione per la loro revoca, in caso di malefatte e di palese incompetenza. Ma che bella democrazia, Monsieur Maurò!