Papa e presidente: la lotta per le investiture

Quale è la “questione morale” nel confronto tra Leone XIV e Donald Trump? “Leo” come viene spesso chiamato in Africa il Papa, sin dalla sua elezione ha tenuto un basso profilo circa le questioni politiche di interesse internazionale, battendosi comunque energicamente per il “silenzio delle armi”; ha anche in modo misurato indugiato su argomenti che erano stati particolarmente forzati dal suo predecessore Francesco, sulla linea di giuste e personali visioni di una figura papale dissimile. Tuttavia, a proposito di Africa, si è mostrato incisivo su argomenti come la scarsa democrazia, lo sfruttamento delle risorse e la radicata corruzione, e determinato come sulle affermazioni decisamente disinvolte di Trump dirette anche ai leader africani. Così il Pontefice durante il suo viaggio apostolico in alcuni Paesi africani, non sta lesinando dichiarazioni alla stampa, derogando dalla consuetudine che prevede di rilasciare interviste solo nei viaggi di ritorno. Il Papa ha così espresso alcune brevi considerazioni sulla visita di tre giorni in Camerun, per poi affrontare, rapidamente, la questione della sua esposizione mediatica del viaggio apostolico africano. Coincise e spontanee considerazioni, non programmate né concordate, basate anche sui commenti di altri commenti. Insomma un “sistema” anche di riflessioni che ha come cornice la situazione politica creata sin dal primo giorno del viaggio africano, quando Trump ha fatto alcune “osservazioni” sul suo operato. Leone ha poi assicurato di non voler discutere con il suo connazionale presidente non essendo suo interesse farlo.

Proprio nel suo viaggio verso l’Angola, paese con oltre il 50 per cento di cattolici, il restante protestanti di varie confessioni, con una esigua presenza islamica, il Papa ha minimizzato i recenti confronti con Trump, il quale pochi giorni prima aveva definito il capo Chiesa cattolica “pessimo in politica estera” e “debole sul fronte criminale”. Per poi pubblicare una immagine costruita dalla Intelligenza artificiale dove ha dato l’idea di vestire i panni di Gesù, scatenando sia ilarità per una espressione di megalomania assoluta, ma anche destando irritazione nell’ambito dei credenti. Tuttavia Leone ha dichiarato perseveranza nel voler sottolineare la sua volontà di parlare di questioni belliche. Così J.D. Vance, vicepresidente statunitense, ha esortato il Vaticano, in generale, a limitarsi ad occuparsi solo delle questioni morali, e che il Papa dovrebbe osservare cautela quando parla di “questioni teologiche”. Il riferimento è probabilmente agli appelli di Leone XIV per un cessate il fuoco tra Stati Uniti-Israele e Iran, denunciato chiaramente a Roma quando espresse critiche per l’escalation militare in Medio Oriente, esortando a bloccare l’idolatria di sé stessi e del denaro, e a dire basta alla ostentazione della forza. Aggiungendo che “la vera forza si manifesta al servizio della vita”, oltre alla condanna per chi sostiene che la guerra sia giustificata da motivi religiosi. Un discorso in linea con la tradizione pacifista della Chiesa, stimolata dalla questione mediorientale come punto focale. Ma in difesa di Robert Francis Prevost è scesa la Conferenza episcopale statunitense che ha ribadito che i giudizi del Papa sono in linea con la dottrina della Chiesa sulla guerra, quindi sostenendo i principi papali sulla guerra intesa come una tragedia che “acuisce i problemi”, che è uno strumento dei signori della guerra e che il mondo è “devastato da una manciata di tiranni”. Insomma che la “guerra giusta” è quella che si combatte contro chi conduce attivamente una guerra.

Ma cosa può ricordare questa diatriba tra la politica e la fede? Certamente uno scambio di “vedute strategiche” nel quadro di un “braccio di ferro” tra il potere politico e quello religioso; una tensione che per sua natura fa riemergere la questione della Lotta per le Investiture che ebbe come attori contrapposti nell’XI Secolo, Enrico IV, imperatore del Sacro Romano Impero, e Gregorio VII, Papa. In breve la questione del contendere era chi detenesse quella che possiamo definire “legittimità ultima”, se l’autorità politico-militare o l’autorità spirituale. L’Imperatore sosteneva che fosse la sua autonomia politica a decidere sulle “investiture”, mentre il Papa affermava il “peso sacrale” quindi il diritto morale di sorvegliare e decidere sulle decisioni dei sovrani. L’umiliazione di Canossa nel 1077 simboleggia questo momento in cui il potere politico, almeno simbolicamente, dovette cedere il dominio a quella spirituale.

Oggi lo scenario è diverso, ma la tensione rimane. Donald Trump rivendica la sovranità democratica, quindi la sua forza è data dal popolo ed agisce in funzione della motivazione per cui è stato eletto. Da parte sua il Papa non ha né un esercito né un potere economico atto ad essere speso “ai livelli necessari”, ma possiede un’autorità morale che gli permette di rivolgersi a tutti, oltre qualsiasi confine non solo geografico. Se vogliamo resta la “questione Canossa o Matilde di Canossa”, un po’ vago oggi individuare un potere politico di supporto al “potere religioso-morale” (ovviamente non possiamo parlare di potere temporale), in contrappeso al potere del presidente statunitense. Assistiamo quindi ad un confronto tra la “spada e la Santa croce”, una “guerra” di posizioni socio-politico-morali, che oggi in uno scenario dove prevalgono armi convenzionali e fatui colloqui, rappresenta una delle contrapposizioni più peculiari del nostro tempo.

Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 11:37