Per secoli, l’immensità territoriale della Russia è stata considerata la sua assicurazione sulla vita. Da Napoleone a Hitler, passando per Carlo XII di Svezia, la storia europea è piena di eserciti inghiottiti da distanze infinite, inverni spietati e linee logistiche impossibili da sostenere. La profondità strategica russa era un vantaggio quasi metafisico: arretrare, assorbire, consumare il nemico fino a spezzarlo. Oggi però quella stessa vastità rischia di trasformarsi in una condanna militare. E a dimostrarlo è l’Ucraina. Negli ultimi mesi Kyiv ha intensificato una campagna di attacchi a lungo raggio che sta cambiando la natura stessa della guerra. Non si tratta più soltanto di colpire depositi di carburante vicino al fronte o infrastrutture militari nelle regioni occupate. I droni ucraini penetrano sempre più in profondità nel territorio della Federazione russa, raggiungendo obiettivi a oltre mille chilometri dal confine. Raffinerie, terminal petroliferi, aeroporti militari, centri logistici, depositi strategici: nessun luogo appare ormai realmente al sicuro. È qui che emerge il paradosso geopolitico del conflitto.
La Russia resta il più grande Paese del mondo, esteso su undici fusi orari, ma proprio questa dimensione rende praticamente impossibile costruire una rete di difesa aerea davvero efficace. Difendere tutto significa disperdere uomini, sistemi antimissile, radar e capacità operative su uno spazio smisurato. E la guerra in Ucraina ha già consumato enormi risorse. Una parte significativa delle difese aeree russe è stata spostata verso il fronte per proteggere truppe e snodi logistici. Il resto viene concentrato attorno a Mosca, San Pietroburgo e ai siti ritenuti vitali dal Cremlino. Il risultato è inevitabile: si aprono vuoti. E l’Ucraina li sfrutta. All’inizio della guerra, gli attacchi ucraini in profondità avevano soprattutto un valore simbolico. Video di esplosioni, incendi isolati, qualche drone arrivato sorprendentemente vicino alla capitale russa. Più propaganda che danno strategico. Ma quella fase è finita. Oggi Kyiv dispone di una produzione nazionale di droni molto più avanzata, numericamente più consistente e tecnologicamente più sofisticata. Parallelamente, cresce anche il programma missilistico ucraino, sviluppato quasi interamente in Patria proprio perché gli alleati occidentali hanno sempre mostrato estrema cautela sull’uso delle proprie armi contro il territorio russo. Il bersaglio principale di questa nuova strategia è l’economia energetica russa. Non a caso.
Petrolio e gas restano la vera colonna finanziaria della guerra di Vladimir Putin. Colpire raffinerie, terminali marittimi e infrastrutture petrolifere significa colpire direttamente la capacità del Cremlino di sostenere il conflitto. Nella primavera del 2026 una serie di attacchi ucraini contro porti sul Baltico e sul Mar Nero ha provocato interruzioni nelle esportazioni russe e danni significativi agli impianti di raffinazione. Mosca continua naturalmente a minimizzare, ma il fatto stesso che queste strutture vengano colpite con crescente regolarità dimostra che il problema esiste eccome. La questione va però oltre il danno materiale. C’è un elemento psicologico e politico che il Cremlino teme forse ancora di più. Putin ha costruito per anni il mito della Russia fortezza inespugnabile. Una potenza capace di intimidire il mondo grazie alla propria forza militare e alla propria capacità di resistenza. Ma quando droni ucraini riescono a raggiungere aree considerate “interne”, quel mito inizia a incrinarsi. La guerra smette di essere qualcosa di lontano confinato nelle steppe ucraine e arriva dentro la Russia stessa.
È significativo che perfino la tradizionale parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa sia stata ridimensionata per timore di possibili attacchi. Per il regime, il Giorno della vittoria non è una semplice commemorazione storica: è il cuore simbolico della narrazione putiniana. È la liturgia politica attraverso cui il Cremlino presenta sé stesso come erede della vittoria sovietica contro il nazismo. Vedere quella celebrazione ridotta, alleggerita, quasi intimorita dalla minaccia di droni ucraini rappresenta qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile. Nel frattempo, l’Ucraina continua a trasformarsi nel laboratorio mondiale della guerra del futuro. Droni economici ma devastanti, adattamento rapidissimo delle tecnologie, innovazione continua sul campo, integrazione tra intelligence, guerra elettronica e attacchi di precisione.
Molti osservatori occidentali iniziano ormai a riconoscere che Kyiv non è più soltanto un Paese che riceve aiuti militari, ma una realtà che sta ridefinendo il modo stesso di concepire il conflitto contemporaneo. La guerra voluta da Putin doveva dimostrare la superiorità della Russia. Sta invece rivelando le sue fragilità strutturali. La vastità territoriale che per secoli aveva protetto Mosca oggi diventa un problema quasi insolubile davanti alla proliferazione di armi a lungo raggio relativamente economiche e difficili da intercettare. Nel XXI secolo non serve più conquistare un Paese per renderlo vulnerabile. Basta riuscire a colpirlo continuamente dall’alto. La Russia appare impotente di fronte a questa trasformazione della guerra moderna. Ciò che per secoli aveva rappresentato un vantaggio strategico rischia ora di diventare una vulnerabilità permanente.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 13 maggio 2026 alle ore 11:21
