Le guerre di “cronaca” si stanno combattendo oltre che con il massiccio utilizzo di droni, anche con tecniche di manipolazione mediatica che assomigliano a quelle utilizzate in politica. Così assistiamo già da pochi giorni dopo il 28 febbraio, data dell’attacco statunitense-israeliano all’Iran, a dichiarazioni da parte di Donald Trump che la guerra è stata “vinta” e che il regime iraniano ha perso. Ma il regime ormai in mano ai pasdaran non ha dichiarato la resa; i governanti iraniani, ancorché frazionati, continuano a dettare le loro regole, le residue risorse tecnologiche ed economiche destinate al programma nucleare vengono investite in modo ancora più occulto, l’alternativa secolare alla dittatura teocratica non sembra ci sia al momento, e gli iraniani che si oppongono alla dittatura dei mullah, oggi dei pasdaran, continuano ad essere quotidianamente eliminati. L’unico effetto a livello regionale è che l’Asse della Resistenza, organizzazione strutturata dall’Iran per distruggere lo Stato israeliano, composto da Houthi yemeniti, milizie sciite iraniane e siriane, Hamas, e Hezbollah, non gode più della fornitura di armi e denaro da Teheran. Tuttavia, secondo Trump la vittoria è chiara. Il suo concetto di vittoria contro l’Iran e quello che possiamo definire di “ansia strategica”, una modalità di battaglia che si colloca all’interno di una sfera delimitata da pazienza, persistenza e osannazione mediatica delle strategie applicate.
Intanto il “cerchio magico” del regime, composto da pseudo moderati come Massoud Pezeshkian, Abbas Araghchi e generali dei pasdaran come Mohammad Bagher Ghalibaf, Mohammad Bagher Zolghadr, Ahmad Vahidid, tanto per citare i più esposti, tutti componenti del Consiglio di guerra organo deputato all’interlocuzione con gli Stati Uniti, stanno dimostrando la capacità di sopravvivenza di un regime che se anche agli sgoccioli ancora detta le sue condizioni, magari platealmente respinte. Il loro status è dimostrato dal confronto diplomatico con gli instabili interlocutori statunitensi, ambe due le diplomazie si confrontano sul campo della intransigenza reciproca. La tecnica globale di guerra trumpiana è quasi sperimentale; nella storia si sono osservate molte decisioni strategico-politiche discutibili, ma il collo di bottiglia è stato sempre l’utilizzo massimo della forza bruta per sopraffare il nemico e costringerlo alla resa. Ora, un presidente senza freni e dalla disarmante schiettezza, dà via libera ai suoi impulsi e ai continui ripensamenti, corroborati da dichiarazioni da analizzare profondamente a livello geostrategico. A questo si sommano un’eccessiva fiducia in se stesso, un disprezzo per la conoscenza delle politiche in generale e un anello debole della sua organizzazione personale che vede un manipolo di consiglieri la cui competenza si è finora rivelata pietosa, vedi Ucraina, Gaza, Libano e altro. In realtà, quello che affiora dalle continue dichiarazioni di The Donald è una impazienza strategica, che al momento tratteggia incertezze mascherate da fantomatiche certezze strategiche, ma che all’atto pratico fanno emergere plateali condizioni sfavorevoli. Così, al di là della propaganda americana, Trump pare infilato in un vicolo cieco, una posizione che sta facendo sopravvivere il regime iraniano ben conscio dello stallo statunitense, tanto è che anche loro ostentano la vittoria su Washington e minacciano devastazioni mai viste prima ai danni della marina e dell’esercito statunitense.
Il fattore concreto è che la pseudo teocrazia iraniana, ormai sempre meno teocratica, ovvero ibrida, ha retto il “colpo” statunitense, nonostante le varie decapitazioni dei vertici del regime. Tale scenario è dimostrato dal fatto che mano a mano che venivano annichiliti i vari leader altri subentravano, e eliminata la Guida suprema, Ali Khamenei, è stata rimpiazzata da una improbabile figura, quella del figlio Mojtaba, ad oggi “Guida suprema ectoplasmatica”. Quindi, l’ostinazione dei nuovi leader iraniani è identica a quella dei predecessori, e indubbiamente anno ottenuto diverse vittorie psicologiche negli ultimi giorni, costringendo Trump ad annullare ripetutamente, anche il 25 aprile, un ciclo di negoziati in Pakistan. Ma quali sono i parametri reali per definire la vittoria statunitense e la sconfitta iraniana? Sintetizzando all’essenziale: la questione del programma nucleare iraniano non è altro che il placebo di Trump, in quanto notoriamente a questo livello di sviluppo, ovvero 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento – il target stabilito nel 2015 era 300 chilogrammi al 3,67 per cento – non è “la minaccia”. La realtà è che il regime è ancora al potere, e non si scorge un cambiamento, la nazione anche se semicollassata ancora regge. nonostante la crisi derivata dal blocco di Hormuz, ma soprattutto i pasdaran e i leader politici non hanno dichiarato la resa e hanno il controllo delle forze armate del Paese, elemento essenziale per non dichiararsi vinti.
Inoltre, la spesa per questa guerra sostenuta dagli Stati Uniti è un altro fattore deterrente al proseguimento con le modalità fino ad ora applicate, in quanto si stima sui 50 miliardi di dollari l’impegno economico fino ad oggi speso nel conflitto. Infatti in caso di proseguimento di attacchi contro l’Iran è previsto il classico blitzkrieg alla tedesca, ovvero rapide e devastanti penetrazioni con obiettivi significati e repentini ritorni. Insomma, spese di guerra che sembrano difficilmente sostenibili anche a breve termine, e che gravano pesantemente sulla strategia economica del conflitto, letta anche nel quadro globale della criticità del mercato petrolifero. Uno sforzo economico pesante che tratteggia uno scenario che fa riaffiorare alla mente la mitica “vittoria di Pirro” (280-279 avanti Cristo) con la sua accezione “moderna”. Gli attori erano decisamente diversi, il contesto pure, ma lo sforzo economico e in risorse potrebbe assimilare i due impegni bellici. Il re dell’Epiro dichiarò che aveva vinto sui romani ma aveva esaurito ogni risorsa; il “taicun” Trump dichiara di avere vinto sugli iraniani, ma fino ad ora ha solo dato fondo ad immani risorse senza concludere a suo favore la guerra. La presupposta vittoria di Trump sarà come quella di Pirro?
Aggiornato il 04 maggio 2026 alle ore 13:10
