La guerra tra Stati Uniti-Israele contro l’Iran, sembrava essere per Vladimir Putin quella via tanto cercata sia per uscire da un pantano ormai solidificato, la guerra con l’Ucraina, sia per distogliere l’attenzione internazionale da una situazione che ancora non definisce gli orizzonti, ma soprattutto per riaprire scambi commerciali, in particolare di idrocarburi, con nazioni che hanno sanzioni in atto contro Mosca. Ma se poco dopo l’attacco statunitense ed israeliano all’Iran, fine febbraio, sembrava che la questione del brancolante isolamento internazionale della Russia, soprattutto da parte occidentale, potesse chiaramente sgretolarsi, ad oggi tale scenario è ancora più offuscato nonostante il “filtraggio” di Hormuz e i relativi effetti sul mercato petrolifero globale. Tanto è che l’esercito russo continua a martellare in profondità l’Ucraina, e Kiev assesta colpi spettacolari alle infrastrutture energetiche moscovite, come il bombardamento con droni, avvenuto la settimana scorsa, di un terminal petrolifero nel porto russo di Tuapse sul Mar Nero. Gli incendi causati da tale raid hanno colpito quattro serbatoi di idrocarburi, provocando una imponente colonna di fumo e la caduta di pioggia acida e nera, originando così un triplice inquinamento, ovvero suolo, aria e mare. Così a metà settimana un comunicato del quartier generale della regione meridionale di Krasnodar ha affermato che i derivati chimici dell’incendio, mescolati con la pioggia, avevano prodotto elevate concentrazioni atmosferiche di xilene, benzene e ceneri.
Per quanto comunicato dal colosso petrolifero Rosneft oil company, gestore dell’impianto che come grandezza è il quarto terminal petrolifero della Russia, il carburante presente nei serbatoi andato in fumo si aggira sulle 50mila tonnellate, quindi un danno anche economico in quanto la società vende la maggior parte dei suoi prodotti all’estero. Dal 16 aprile l’impianto petrolifero ha interrotto ogni attività commerciale, un altro fattore che aggrava economicamente il già critico sistema di mercato dei prodotti petroliferi russi. Inoltre, giovedì scorso, fonti russe hanno riferito di un altro attacco con droni ucraini ai danni della stazione di pompaggio petrolifera Transneft Gorky, posizionata nella regione di Nizhny Novgorod, che fornisce il porto baltico di Primorsk, che è il più grande terminale di esportazione petrolifera russo; anche in questo caso si è verificato un incendio di vaste dimensioni. Due attacchi ucraini in due siti energetici strategici distanti tra loro oltre duemila chilometri, uno sul Mar Nero l’altro sul Baltico, a dimostrazione di quanto sia difficile immaginare un indebolimento o un logoramento dei sistemi di attacco dell’esercito ucraino.
Quindi un contesto di profonda incertezza che lega ormai tutte le nazioni direttamente coinvolte in questi conflitti dove è sempre più difficile immaginare chi potrebbe sventolare la “bandiera bianca”. Intanto dopo l’ennesimo fallimento di un inutile incontro ad Islamabad tra delegazioni, con rappresentanze incerte e variabili, e con nulle capacità decisionali, quelle statunitense ed iraniane, e dopo l’altro vano contatto del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi con il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq Al Said, il nulla di fatto ancora domina. Altro contatto è previsto in settimana tra Araghchi e probabilmente Putin; tale vertice ha chiari tratti di cooperazione a largo spettro e magari una ostentazione di vicinanza da esibire verso Oriente. Tuttavia al momento l’unica certezza è che i tempi di Donald Trump per riaprire le ostilità contro Teheran si allungano. Una connessione tra “pantani bellici”, che fa vittime solo tra la popolazione civile. In Iran proseguono le quotidiane repressioni e condanne a morte di ogni cittadino considerato dissidente o collaborazionista con il “nemico”. Le restrizioni causate dalla guerra stanno massacrando la popolazione ormai priva di quasi tutto il necessario, dal cibo al denaro. Mentre in Russia la popolazione soffre da quattro anni la zavorra di una economia di guerra, sempre più pesante; è compressa, tra limitazioni, privazioni e propaganda ormai con sempre meno credibilità.
Tanto è che la rabbia dei russi contro Vladimir Putin sta crescendo in una parte sempre più ampia della popolazione. La guerra in corso in Ucraina, le interruzioni di internet, un’economia in difficoltà, sono realtà che stanno esasperando buona parte dell’opinione pubblica russa. Un recente sondaggio mostra che la popolarità del presidente è in calo. Ma soprattutto le difficoltà interne si riscontrano con il Cremlino che sta esercitando sforzi notevoli per limitare e bloccare l’accesso alla rete Internet. Tale “criticità sociale” è sottolineata da una ex star di un reality show russo residente a Monaco, Victoria Bonya, oggi nota influencer, che dalla sua residenza estera ha pubblicato un post su Instagram tratteggiando le distanze tra il popolo russo e Putin.
Il contenuto del post è chiaro: “La gente ha paura di te, gli artisti hanno paura, i governatori hanno paura. C’è un enorme muro tra te e noi, cittadini comuni, e io voglio abbatterlo”. Il “messaggio” pubblicato il 14 aprile ha già superato le 28 milioni di visualizzazioni. Bonya ha anche affermato che la dirigenza vicina a Putin gli sta nascondendo la realtà dei fatti, ovvero le difficoltà del popolo russo, ma soprattutto la loro incapacità a risolvere le problematiche; un tema questo già da tempo balzato alle attenzioni dei media. A tale scopo ricorda alcune gravi situazioni accadute recentemente e verso le quali non è stata esercitata alcuna reazione costruttiva governativa, come le fuoriuscite di petrolio lungo la costa del Mar Nero, le recenti devastanti alluvioni in Daghestan, il brutale massacro del bestiame in Siberia, il blocco di Internet e il pesante aumento del costo della vita. Insomma, guerre che si prolungano e che favoriscono, in un disegno ormai omogeneo, l’impantanamento delle nazioni coinvolte. Un pantano solidificato come quello russo-ucraino, e in fase di veloce solidificazione come quello tra Usa-Israele contro l’Iran.
Aggiornato il 27 aprile 2026 alle ore 09:26
