Il tempo stringe, mentre Usa e Pakistan provano a darsi un’ulteriore scadenza per concludere la guerra in Iran. Stamattina si sono incontrati il capo del Ministero dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, e l’ambasciatrice statunitense, Natalie Baker, per organizzare un eventuale secondo round di negoziati tra Teheran e Washington nella capitale pachistana. Il Guardian scrive che, secondo Naqvi, il primo ministro Shehbaz Sharif, e il capo dell’esercito di Islamabad, Asim Munir, stiano tentando “a tutti i livelli” di sostenere una soluzione pacifica e ha espresso la speranza che tutte le parti diano una possibilità alla diplomazia. La data scelta da Usa e Pakistan è quella di domani, venerdì 24 aprile. “È possibile”, ha infatti risposto il presidente usa al messaggio di una giornalista del New York Post che gli chiedeva se nuovi colloqui con l’Iran potessero tenersi nelle prossime “36-72 ore”, vale a dire entro venerdì.
La Repubblica islamica non si è ancora pronunciata neppure sulla decisione degli Stati Uniti di estendere temporaneamente il cessate il fuoco, una misura che – ha spiegato lo stesso Trump – dovrebbe servire ad attendere una “proposta” iraniana per porre fine alla guerra e riaprire lo stretto di Hormuz, la cui chiusura starebbe facendo “collassare” l’economia di Teheran. Con la chiusura, l’Iran “perde 500 milioni di dollari al giorno”, ha tuonato il tycoon su Truth. Secondo un funzionario statunitense citato da Axios, la disponibilità mostrata dalla Casa Bianca è illimitata. La tregua concessa da Trump scadrebbe “tra 3-5 giorni”. Il funzionario ha sottolineato come non sia chiaro chi, a Teheran, abbia effettivamente l’autorità per accettare l’offerta americana e avanzare una proposta negoziale. “Abbiamo riscontrato una frattura assoluta all’interno dell’Iran fra i negoziatori e i militari, con nessuna delle due parti che ha accesso alla Guida suprema, che non risponde”, ha spiegato riferendosi a Mojtaba Khamenei, l’erede del defunto ayatollah. Il religioso non compare in pubblico dal raid che ha ucciso suo padre e parte della sua famiglia nel primo giorno di guerra, il 28 febbraio.
Anche nel caso di una riapertura dello stretto di Hormuz in tempi brevi, il ritorno alla normalità richiederebbe mesi. Il Pentagono stima infatti che potrebbero volerci almeno sei mesi per completare le operazioni di sminamento e riportare il traffico marittimo ai livelli precedenti al conflitto. L’Italia ha già manifestato la disponibilità a contribuire alle operazioni, ma soltanto una volta terminata la guerra. Nel frattempo emergono tensioni anche all’interno dell’amministrazione americana. Il segretario della Marina John Phelan è stato rimosso dall’incarico dopo mesi di attriti con il capo del Pentagono Pete Hegseth. All’origine dello scontro ci sarebbero stati i rapporti diretti di Phelan con Donald Trump. I due si sentono frequentemente e si incontrano spesso a Mar-a-Lago, e proprio Phelan avrebbe suggerito personalmente al presidente l’idea di avviare un vasto programma di ammodernamento della flotta, bypassando il segretario alla Difesa. Una mossa che Hegseth non ha gradito.
SI AVVICINANO I 60 GIORNI DI GUERRA
Trump vuole concludere in breve tempo la guerra con l’Iran, anche perché il primo maggio scadranno i 60 giorni dall’avvio ufficiale dei combattimenti. Il tycoon non ha alcun interesse a scavallare questa scadenza, per non dover ottenere l’autorizzazione del Congresso per proseguire la guerra. I repubblicani, finora, hanno consentito a Trump ampia libertà di manovra, bloccando anche le risoluzioni sui poteri di guerra presentate dai democratici. Ma la scadenza del primo maggio è un’altro paio di maniche: una parte dei parlamentari repubblicani non ignorerà la norma. Sebbene i bombardamenti siano iniziati il 28 febbraio, Trump ha notificato formalmente al Congresso l’operazione il 2 marzo. Dopo il 1 maggio, a Trump restano due opzioni: chiedere al Congresso un’autorizzazione formale a proseguire le operazioni militari, avviare un progressivo ridimensionamento del coinvolgimento americano oppure ricorrere a una proroga. La normativa consente infatti un’estensione di 30 giorni qualora il presidente certifichi per iscritto la necessità di più tempo per facilitare il ritiro sicuro delle forze statunitensi. Una soluzione che tuttavia non garantirebbe automaticamente la possibilità di continuare l’offensiva. Secondo il New York Times, non è chiaro se i repubblicani dispongano dei numeri necessari per proseguire la guerra. Ma la storia insegna che questa scadenza ha un’importanza relativa: spesso i presidenti Usa l’hanno semplicemente ignorata.
Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 13:30
