Le politiche fiscali sono uno strumento fondamentale delle strategie economiche di un Paese. La loro entità determina la distribuzione delle risorse verso scelte sociali quali scuole, sanità, istruzione. Il dibattito sulla loro collocazione migliore all’interno di un sistema nazionale continua a impegnare diverse scuole di economia e di finanza. Passiamo dal liberismo più radicale, che esclude qualsiasi intervento statale diretto sul sistema economico e produttivo all’interventismo statale sul sistema economico al fine di evitare distorsioni, disuguaglianze eccessive ed incertezze sui cosiddetti “mercati” continuamente citati dai canali informativi del momento. Sullo sfondo di questo confronto a distanza fra due preminenti scuole di pensiero ci sono gli ultraricchi che tentano con tutti i mezzi possibili, di evitare di pagare tasse, anche in misura minima dimenticando che le loro fortune si sono realizzate all’interno di un sistema di istituzioni e di norme che ne hanno garantito la creazione e lo sviluppo. La sfida tra gli Stati nazionali e l’aristocrazia degli ultraricchi per la determinazione di una tassazione che possa limitare la grande disuguaglianza fra loro e i cittadini continua senza sosta. Una tassa che colpisce le aziende senza profitti dichiarati per evitare il pagamento delle imposte sul reddito. In mancanza di pagamento monetario, le aziende sono costrette a pagare con la vendita di azioni proprie. Molte aziende mondiali presentano scarsa liquidità per utili non iscritti nei loro bilanci. Questa mancanza consente ugualmente a queste aziende di avere quotazioni elevate delle proprie azioni nelle borse mondiali del tutto sganciate dal livello di utili conseguiti! Un’idea interessante è quella di accettare il pagamento delle imposte a carico degli ultraricchi mediante la vendita delle azioni proprie per un importo pari alla quota fiscale dovuta.

Questa operazione consentirebbe di rimettere in circolazione fra i lavoratori delle aziende possedute e quotate in borsa o anche il possesso presso le casse dello Stato in attesa del loro utilizzo. Allo stesso tempo, lo Stato vieta l’acquisto di azioni da parte di operatori non residenti, nel tentativo di evitare l’evasione fiscale internazionale. Il volumetto scritto da Gabriel Zucman, docente di politiche fiscali in Francia, fin dalle prime pagine sottolinea la necessità di limitare l’ampiezza della disparità fiscale mediante l’applicazione di una “imposta minima sul reddito” del 2 per cento, che va a colpire il reddito del 6 per cento ottenuto mediamente dai colossi multinazionali che hanno una capitalizzazione pari o superiore a 200 milioni. In questo caso, la percussione fiscale arriva al 33 per cento, quota ben più vicina al carico fiscale medio del 51 per cento pagato dai cittadini. In questo modo, il divario fiscale non si elimina ma si realizza una concreta riduzione dello scostamento. Nel volume è descritta la strategia Usa di tassare le imprese americane del 9 per cento sulle imprese, anche operanti all’estero, inclusa la Svizzera e altri paradisi fiscali. Le argomentazioni dell’autore sono il frutto di ricerche decennali proprie e del recepimento di analisi di altri esperti europei e americani. Il volume rappresenta un esempio interessante di analisi economica della mondializzazione e uno studio minuzioso sulla reale possibilità di coinvolgere le imprese multinazionali al progresso economico e sociale degli Stati ospitanti.
(*) I miliardari non pagano l’imposta sul reddito: ed è ora di finirla di Gabriel Zucman, traduzione di Maria Lorenza Chiesara, Einaudi 2026, 46 pagine, 12 euro
Aggiornato il 27 luglio 2026 alle ore 12:39
