L’Italia a un bivio energetico: nuovo nucleare o esiziale sudditanza energetica
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Nei primi anni Sessanta del secolo scorso l’Italia era la protagonista assoluta dello sviluppo dell’energia atomica, primeggiando anche nella ricerca relativa alla sua produzione, cavalcando l’onda dell’innovazione e della rivoluzione scientifica che il nucleare rappresentava e che, d’altronde, il nuovo nucleare tutt’oggi rappresenta.

Grazie all’intuizione e all’impulso di figure del calibro di Felice Ippolito ed Enrico Mattei, il Paese vantava una filiera d’eccellenza scientifica e industriale di primo piano a livello globale.

Con l’entrata in funzione dei reattori di Latina, Garigliano e Trino Vercellese, la Penisola occupava stabilmente il terzo posto mondiale per capacità nucleare installata, garantendosi una fonte fondamentale di indipendenza tecnologica per sostenere il boom economico.

Tuttavia, la parabola dorata subì un primo e drammatico arresto con l’incidente di Cernobyl del 1986 e di conseguenza l’ondata emotiva e la spinta mediatica portarono ai tre referendum abrogativi del novembre 1987, che decretarono l’uscita dell’Italia dall’energia atomica.

Le centrali operative furono gradualmente fermate, incluso l’impianto di Caorso e quello mai attivato di Montalto di Castro, disintegrando un patrimonio di competenze tecniche e industriali senza eguali.

Un secondo tentativo di rilancio, promosso tra il 2008 e il 2009 dal quarto Governo Berlusconi per diversificare il paniere energetico, si scontrò con l’incidente di Fukushima del marzo 2011.

Quindi, nel successivo referendum del giugno 2011, oltre il 94 per cento dei votanti (con un’affluenza superiore al 54 per cento) approvò l’abrogazione delle nuove norme, bloccando definitivamente ogni progetto a breve e medio termine e congelando il dibattito pubblico dietro un rigido tabù ideologico.

Le conseguenze economiche e strategiche di queste scelte miope e irrazionali hanno delineato una profonda “anomalia italiana” nel contesto europeo.

Nello specifico, il rifiuto del nucleare ha esposto l’Italia a una cronica vulnerabilità strutturale, costringendola a importare dall’estero una quota compresa tra il 75 per cento e l’80 per cento del proprio fabbisogno primario e ad affidarsi quasi interamente al gas naturale per la generazione elettrica e i consumi industriali.

Questa dipendenza si riflette direttamente sul Prezzo Unico Nazionale (PUN) e poiché nel mercato elettrico il prezzo finale dell’energia è fissato dal costo marginale delle centrali a gas, le famiglie e il tessuto manifatturiero italiano pagano tariffe energetiche nettamente più elevate rispetto a Paesi competitor come la Francia, la quale copre il proprio carico di base prevalentemente con la fissione atomica.

Pertanto, si configura così un clamoroso paradosso, ossia pur avendo vietato la produzione di energia nucleare all’interno dei propri confini, l’Italia importa costantemente elettricità dalle reti transfrontaliere di Francia e Svizzera, consumando di fatto energia prodotta dai reattori d’oltralpe senza beneficiare del controllo tecnologico né dei margini industriali ad essa legati.

Oggi il quadro scientifico e tecnologico è profondamente mutato e il dibattito contemporaneo non riguarda più i vecchi reattori del Novecento, bensì le tecnologie avanzate del “Nuovo Nucleare”.

In primo piano figurano gli SMR (Small Modular Reactors), reattori di piccola e media taglia (con potenze tra 50 e 300 MWe) prefabbricati in serie, con costi di capitale e tempi di cantiere drasticamente ridotti e dotati di sistemi di sicurezza passiva intrinseca, in grado di arrestare e raffreddare l’impianto per gravità o convezione naturale senza intervento umano o alimentazione elettrica esterna.

A questi si affiancano gli AMR e i reattori di Quarta Generazione (Gen IV), che utilizzano refrigeranti alternativi all’acqua come sali fusi o metalli liquidi, che operano a pressione atmosferica e che riducono drasticamente le scorie riutilizzando parte del combustibile esausto.

Inoltre, sul fronte della ricerca sulla fusione (l’energia che replica le reazioni solari), l’Italia mantiene una posizione di leadership internazionale con i contributi di Enea, Ansaldo Nucleare, Eni e con la costruzione dell’esperimento DTT (Divertor Tokamak Test) presso i laboratori di Frascati.

L’analisi per il futuro del Paese deve necessariamente confrontarsi con il cosiddetto “trilemma energetico”: conciliare la sicurezza degli approvvigionamenti, la sostenibilità ecologica e la competitività economica.

A tal proposito, mettendo a confronto i possibili scenari evolutivi fino al 2050, emergono le seguenti tre strade distinte.

Lo Scenario A, basato esclusivamente su fonti rinnovabili e sistemi di accumulo, appare fortemente esposto ai problemi di intermittenza del vento e del sole, richiedendo capacità di stoccaggio elevate e rischiando di sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con quella per le materie prime critiche controllate da Paesi terzi.

Lo Scenario B, che rappresenta l’opzione tecnicamente più opportuna, propone un mix integrato in cui le rinnovabili sono affiancate da una quota di nucleare da fissione di nuova generazione (SMR/AMR) stimata tra il 15 per cento e il 20 per cento della produzione elettrica nazionale, indispensabile per garantire la stabilità della rete e coprire il carico di base.

Infine, lo Scenario C prevede che, dopo il 2050, la fusione nucleare possa diventare una tecnologia commerciale realmente utilizzabile su larga scala, producendo enormi quantità di energia pulita e inesauribile che possano garantire un’autonomia strategica quasi totale.

In tale prospettiva, la transizione energetica necessita di un quadro normativo e d’indirizzo chiaro, in cui la politica si assuma le proprie responsabilità, smentendo le infondate fobie della cittadinanza riguardo alla produzione dell’energia nucleare e sciogliendo i vincoli burocratici che spesso bloccano le infrastrutture critiche.

Altresì, è opportuno evidenziare che gli elementi fondamentali e dirimenti affinché ci sia un reale consenso sociale relativo alla produzione dell’energia nucleare sono la trasparenza nei processi decisionali, la gestione responsabile delle scorie e la previsione di adeguate compensazioni territoriali per le comunità locali, in continuità con il percorso delineato dal Disegno di Legge Delega n. 2669 del 17 ottobre 2025 sul nucleare sostenibile.

L’energia rappresenta la materia prima della sovranità economica, dello sviluppo industriale e del benessere di una nazione.

Al postutto, il futuro energetico dell’Italia non può più rimanere ostaggio di paure emotive o di entusiasmi acritici, ma deve essere guidato dalla pianificazione industriale a lungo termine, dal rigore scientifico e dalla responsabilità morale verso le prossime generazioni.

Aggiornato il 25 settembre 2026 alle ore 10:49