
Max Aub fu uno scrittore vissuto tra il 1903 e il 1972 che, pur nascendo in Francia, si recò con la famiglia, da piccolo, in Spagna e morì a Città del Messico. È autore, di un certo nome, con testi teatrali, testi narrativi, poesie, ed è di origine ebraica. Il racconto teatrale, tratto da un testo di Max Aub già tradotto in italiano, Manoscritto Corvo, adattato da Laura Nardi, è stato recitato a Nemi il 29 agosto scorso.
È un testo moralista, nel senso classico del termine. Vale a dire: ricalca i testi illuministici. Di Voltaire soprattutto. In questo senso: che si immagina un’entità − in questo caso un corvo − che fa parte di un altro mondo e osserva il nostro. Molti ricorrevano a queste escogitazioni per dire e mostrare quanto è irrazionale l’umanità, mentre chi viveva di altro luogo era razionale, o presentava un altro modo di vivere, o rilevava le nostre incongruenze.
Recitato esclusivamente da Laura Nardi, a quanto vedo dalla registrazione ascoltata. Varia la voce della Nardi, secondo le vicissitudini osservative del corvo. Nella regia di Nardi-Pinheiro vi sono delle intromissioni musicali eccellenti perché spartiscono i quadri del contenuto.
Concettualmente il contenuto è feroce: la presentazione dell’uomo gerarchico, dell’uomo che vive per avere i galloni, il distintivo di superiorità. Questa superiorità può esercitarsi in vari modi, il testo è la susseguenza dei modi di esibire il dominio, di affermare il dominio: la razza, la presunta superiorità sulle razze inferiori; il dominio fisico degli esseri umani costringendoli al lavoro non remunerato, schiavizzato; e poi il corpo, disporre del corpo altrui. Nella voce di Laura Nardi queste esemplificazioni sono tracciate perfettamente. Usa la voce secondo le situazioni: ora più veemente, ora appassionata, ora rattristata, ora delusa. Crea una polifonia, pur essendo un solo personaggio.
Concretamente, la situazione proviene da una vicenda storica: un luogo di detenzione dove i francesi dal 1939 recludevano delinquenti comuni ma anche comunisti, antifascisti, ebrei e tutta una varietà di persone che scappavano dalla guerra di Spagna, tra le quali Max Aub. Era un lager, però in Francia, a Vernet vicino ai Pirenei, prima della occupazione nazista e della Repubblica di Vichy. Spicca questa situazione, nel testo narrato dal corvo, quando parla di singoli. Ad esempio due italiani scappano in Francia dall’Italia fascista, ma vengono reclusi a Vernet e allo scoppiare della guerra mondiale, deportati in Italia, vengono fucilati. Oppure la rappresentazione di come si sterminano le persone: spariscono, si dissolvono in maniera che non c’è neppure la pesantezza del corpo fisico. Insomma, una maniera “economica” di uccidere.
E poi vicende di carattere storico, sociale, indipendentemente dai campi di concentramento. Il denaro, il culto del denaro, la sottomissione del lavoro degli uomini; il tentativo di ribellarsi a questa sottomissione e, devo dire, una nota interessante di come il comunismo − che nel mondo fu nemico del nazismo − nella sua intolleranza verso l’opposizione può annientare l’uomo.
Che viene dall’osservazione del corvo? Che l’uomo propende alle gerarchie, alle sottomissioni, allo sfruttamento, alle separazioni, ai confini, alle razze. E questo per uno scopo fondamentale: sottomettere, vincere, prevalere. Senza il minimo fondamento di una coscienza universale dell’umanità.
È un testo tragico più che drammatico, reso tragicamente da Laura Nardi con queste variazioni di voce, e dalla regia che impronta, con musichette puramente dagli scopi sonori, gli intervalli di questa visione del mondo che non vorremmo vedere, ma purtroppo è esistita ed esiste.
Uno spettacolo serio, in tempi difficilissimi che esigerebbero serietà.
Aggiornato il 17 settembre 2026 alle ore 10:38
