Essere “elitari” a volte è un bene. Negli ambienti punk e hardcore si parla sempre più spesso di gatekeeping. È giusto che una scena underground, soprattutto nell’epoca della riflessività culturale, si ponga questo tipo di domande. La questione non può essere risolta e circoscritta nell’attrito, per certi versi storico, tra veterani (true) e nuovi arrivati (poser), ma tocca temi come l’attivismo, la sicurezza e anche la coerenza (se questa esiste ancora) di chi si definisce “hardcore”. Premessa necessaria: questo discorso non può essere esaurito in qualche migliaio di caratteri, e soprattutto non voglio assurgere a esperto di sottoculture o simili. Vorrei semplicemente ragionare in questa sede di un qualcosa che mi sta a cuore, partendo dalla mia esperienza diretta e senza in alcun modo voler rappresentare il pensiero di qualcun altro.
Detto ciò, bisogna mettere in chiaro una triste verità: ogni sottocultura è destinata a scomparire. Partire da questo presupposto un po’ fatalista e anche fastidiosamente relativista è utile per ricordarsi che i sistemi complessi tendono intrinsecamente all’inclusione. E così le “mode” underground e le sottoculture nate in netta opposizione al sistema dominante finiranno sempre per essere mercificate e commercializzate dal sistema stesso. Vedi il punk inglese degli anni Settanta, l’Hip Hop afroamericano e i rave party britannici e berlinesi. Un “flusso globale” della cultura, se vogliamo, di cui non abbiamo visto l’inizio e probabilmente non vedremo mai la fine. Perché l’hardcore, sottolineo, non è solo musica.
E allora perché sforzarsi per filtrare l’accesso di determinate persone in determinati spazi e comunità? Perché la “scrematura” all’ingresso – esattamente come quella che fa un buttafuori in discoteca – crea spazi sicuri, slegati da logiche in cui non tutti si riconoscono. La caratteristica da proteggere a ogni costo del do it yourself è che l’intrattenimento fai-da-te non è a scopo di lucro, quindi può permettersi di non scendere a compromessi con nessuno. Ergo, se qualcuno o qualcosa è “tossico” per la scena, si può tranquillamente decidere di non farlo entrare. Il machismo che imperversa nelle serate hardcore e i frequenti abusi e maltrattamenti mi fanno dire che su questo punto c’è ancora molto da lavorare. Il lato positivo è che questi comportamenti vengono denunciati sempre più di frequente – o almeno, più frequentemente rispetto a come vengono nascosti e “normalizzati” in altri ambienti.
È proprio l’attivismo di chi non aderisce a un intrattenimento del profitto, di chi non tratta la musica come prodotto che crea luoghi accessibili e solidali. Spesso a scapito della “qualità” dell’offerta di intrattenimento. Ma parlare di “offerta”, “domanda” e rendiconto ecco che ci riporta al punto di partenza: il cortocircuito è servito.
In fin dei conti, a fare la differenza è l’angolo dal quale si guarda il “problema” del gatekeeping. Da un lato c’è chi ha investito tempo, soldi e salute mentale per creare una comunità che abbia dei valori umani e solidali condivisibili e che non vuole vedersela portare via dal primo brand di passaggio; dall’altro c’è chi vorrebbe poter andare a un concerto senza dover a tutti i costi entrare in uno spazio occupato autogestito. E qui mi sento di dire che una soluzione non si troverà mai. Perché in Italia gli spazi per fare musica e cultura sono pochissimi, figuriamoci per fare “la sottocultura”. I Punkabbestia e gli hardcore kids (che sono due cose diametralmente opposte, credetemi) hanno da sempre dovuto condividere gli stessi luoghi. Lo fanno, in relativa serenità, da più di 40 anni, e probabilmente continueranno a farlo per molto tempo ancora.
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 17:42
