Il liberale Cavour/3

Suscitata l’attenzione dell’Europa con il Congresso di Parigi, per sfruttarla a fini politici fu necessario l’appoggio della Francia di Napoleone III, che, memore dell’avo, era sostenitore di una politica di grandezza. E il Conte non perse tempo nel saldare un’alleanza contro l’Austria. In tutti i modi, anche con un emissario molto particolare, sua cugina Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Oldoini, Contessa di Castiglione, fattore non ultimo dell’alleanza con Napoleone.

Dopo una serie di trattative, poste in pericolo dall’attentato di Felice Orsini all’imperatore, si arrivò, nel luglio 1858, agli accordi segreti di Plombières fra Cavour e Napoleone III. L’intesa preliminare prevedeva che, dopo la guerra, sarebbe sorto un Regno dell’Alta Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II; lo Stato Pontificio sarebbe stato limitato al Lazio e immutati il Regno delle Due Sicilie e la Toscana, ma con una marcata influenza francese. Gli accordi di Plombières furono poi precisati l’anno successivo in alleanza, per cui, in caso di attacco militare dell’Austria, la Francia sarebbe intervenuta in difesa del Regno di Sardegna con il compito di liberare il Lombardo-Veneto e cederlo al Piemonte. In compenso, la Francia avrebbe ricevuto i territori di Nizza e della Savoia, nonostante quest’ultima, origine della dinastia sabauda, fosse specialmente cara al Re.

Dopo la firma, per provocare, Cavour effettuò una serie di manovre militari al confine con l’Austria che, allarmata, gli lanciò un ultimatum chiedendogli di smobilitare l’esercito. Il Conte rifiutò e l’Austria aprì le ostilità contro il Piemonte il 26 aprile 1859, facendo così scattare le condizioni richieste dall’alleanza sardo-francese. Era la Seconda Guerra di indipendenza, il capolavoro politico e diplomatico del patriota Cavour, reso possibile dall’ammodernamento e dall’irrobustimento del Regno piemontese e dalla sua politica europea, operati dal liberale Cavour. La guerra fu vittoriosa sul campo, Solferino e San Martino e l’entrata trionfale a Milano, videro il successo degli eserciti franco-piemontesi e di tutti gli italiani corsi sotto le bandiere del Regno di Sardegna.

L’Unità d’Italia, almeno a partire dal Nord, sembrava sul punto di farsi, ma lo fu solo a metà. Il pericolo potenziale costituito dalla Prussia, che mirava a consolidarsi sul Reno approfittando del coinvolgimento francese contro l’Austria e movimenti minacciosi dell'esercito prussiano, forse esageratamente considerati o forse no, (quella guerra sarebbe poi scoppiata davvero undici anni dopo) spaventarono però moltissimo i circoli politico-militari di Parigi e convinsero Napoleone III, praticamente con un atto unilaterale, a firmare un armistizio con l’Austria a Villafranca l’11 luglio del 1859, poi ratificato dalla Pace di Zurigo, stipulata l’11 novembre. Le clausole del trattato prevedevano che a Vittorio Emanuele II sarebbe andata la sola Lombardia e che per il resto tutto sarebbe rimasto come prima. Fu un vero shock per Cavour, l’uomo, solo apparentemente freddo, rivelò in pieno la sua vera anima passionale, deluso e amareggiato dalle condizioni dell’armistizio, dopo accesissime discussioni con Napoleone III e Vittorio Emanuele, decise di dare le dimissioni da presidente del Consiglio, provocando la caduta del Governo da lui guidato il 12 luglio 1859, proprio quando sembrava che le condizioni da lui tanto pazientemente e scrupolosamente preparate per l’indipendenza italiana, si fossero realizzate.

Il Re, apparentemente più vulcanico e temperamentale, fu probabilmente in quella occasione (non lo sapremo mai, cosa sarebbe successo) più realista di Cavour, rifiutando di continuare da solo la guerra contro l’Austria, che avrebbe potuto porre in pericolo e distruggere tutta l’opera del Risorgimento. Fu un periodo di solitudine e di sconforto per Cavour, che vedeva il suo progetto arrestarsi proprio a un passo dall’obiettivo, ma durò poco, perché il suo carattere di attivo ottimista non gli consentiva di perder tempo in recriminazioni, ma piuttosto a cercare nuove opportunità e inoltre, realista com’era, si rendeva perfettamente conto che, dal punto di vista francese, la Prussia era un pericolo reale. E così si mise in operosa attesa, pronto, appena possibile, a cogliere l’occasione, che si ripresentò molto presto. Alfonso La Marmora, infatti, incaricato del nuovo Governo non riuscì a normalizzare la situazione e il Re, nonostante il recente contenzioso personale con il suo “fedelissimo e disubbidiente” Conte, dimostrò magnanimità e intelligenza politica richiamando il 22 dicembre del 1859 al Governo Cavour, che, passata la delusione, restava di gran lunga il più lucido servitore della corona e dell’Italia. Nel gennaio del 1860 Cavour guidava così il suo terzo Governo.

Il terzo Governo Cavour (1860-1861)

Era successo, durante la guerra, che, causa gli avvenimenti, i governi e i corpi armati dei piccoli Stati del Nord-Italia e la Romagna pontificia si fossero dissolti, sostituiti da autocostituite autorità provvisorie filo-piemontesi. E, anche dopo la pace, continuava a persistere una situazione confusa, poiché i governi provvisori rifiutavano di restituire il potere ai vecchi regnanti (come previsto dal trattato Franco Austriaco) e il Governo di La Marmora non aveva il coraggio politico di proclamare unilateralmente le loro annessioni al Regno di Sardegna. Vittorio Emanuele II si convinse così, a richiamare Cavour, che si trovò di fronte ad una proposta francese di soluzione della questione così concepita: piena annessione al Piemonte dei ducati di Parma e Modena, controllo sabaudo della Romagna pontificia, regno separato in Toscana e cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Altrimenti, in caso di rifiuto della proposta, il Piemonte avrebbe dovuto affrontare da solo l’Austria. Rispetto agli accordi, questa proposta sostituiva l’annessione del Veneto con quella di Parma, Modena e Romagna. Cavour finse di accettare, ma, forte anche dell’appoggio riservato della Gran Bretagna, sfidò la Francia sulla Toscana, organizzando un immediato plebiscito sull’alternativa fra l’unione al Piemonte e la formazione di un nuovo Stato, con risultati che legittimarono la formale annessione anche della Toscana. Il Governo francese reagì allora aspramente, ma si limitò a sollecitare l’immediata cessione della Savoia e di Nizza, che avvenne il 24 marzo 1860.

L’Impresa dei Mille

Cavour sapeva perfettamente che la Sinistra cullava l’idea di una spedizione in Italia meridionale e che Garibaldi, pur circondato da personaggi repubblicani e rivoluzionari, era in contatto a tale scopo anche con Vittorio Emanuele. Il Conte considerava l’iniziativa rischiosa, ma probabilmente necessaria e decise di non opporsi, ma anzi di favorirla, però nascostamente, per non turbare ulteriormente i rapporti già tesi con la Francia. Pronto, comunque, in caso di successo, a ricondurre bruscamente l’iniziativa nell’ambito costituzionale del nuovo Regno. Cavour riuscì così, attraverso Giuseppe La Farina (e non solo) a seguire le fasi preparatorie dell’Impresa dei Mille, la cui partenza da Quarto fu meticolosamente sorvegliata dalle autorità piemontesi. Ad alcune voci sulle intenzioni dei Mille di sbarcare nello Stato Pontificio, il Conte infatti, preoccupato per la eventuale reazione della Francia, alleata del Papa, dispose prudenzialmente, nel maggio 1860, l’invio di una nave da guerra nelle acque della Toscana per fermare, ove necessario, Garibaldi.

Il rapporto di Cavour con Garibaldi era molto più complesso di quello con Mazzini, con cui l’ostilità era palese, perché, pur se Mazzini era forse meno lontano dalle sue idee e dal suo stile, Garibaldi era molto meno ideologico, più concreto, più rivolto all’essenziale, che, in questo caso, era poi l’Unità Nazionale. Inoltre, l’uomo delle tante battaglie, sapeva cosa voleva dire rischiare la vita e, anche se si gettava in imprese apparentemente impossibili, cercava la vittoria, non il semplice gesto. Di fatto Cavour, che non riuscì quasi mai ad utilizzare il pur nobile attivismo mazziniano, riuscì invece appieno a farlo con l’impresa di Garibaldi, grazie anche al solido rapporto che entrambi avevano con il Re. Il generale comunque (cui non difettava l’intuito politico) ignorò lo Stato Pontificio e puntò invece a Sud, mentre Cavour, dopo il suo sbarco a Marsala (11 maggio 1860) inviò a controllarlo sempre La Farina.

In campo internazionale, intanto, alcune potenze, intuendo la complicità di Vittorio Emanuele nell’impresa, protestarono con il Governo di Torino, che poté però affrontare con una certa tranquillità la crisi, data la grave situazione finanziaria dell'Austria e alla ripresa della rivoluzione ungherese. Napoleone III, cercò di attivarsi nel ruolo di mediatore e propose a Cavour l’autonomia della Sicilia, la promulgazione della Costituzione a Napoli e l’alleanza fra Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie. Il regime borbonico si adeguò alla proposta francese proclamando la costituzione, cosa che mise in serie difficoltà Cavour per il quale l’alleanza era irrealizzabile (perché, sotto sotto, era complice quanto Re Vittorio) ma non poteva scontentare Francia e Gran Bretagna che premevano almeno per una tregua. Si decise allora che il Re avrebbe inviato un messaggio a Garibaldi con l’intimazione di non attraversare lo stretto di Messina e Vittorio scrisse effettivamente la lettera, ma facendola seguire da un messaggio personale nel quale smentiva completamente la lettera ufficiale. C’era tutta l’abilità di Cavour, la sua spregiudicatezza, la sua propensione al rischio calcolato, la sua capacità di tenere insieme gli opposti, in questa mossa. Ma al servizio dell’Italia.

Il liberalismo di Cavour, all’apparenza pragmatico, muoveva però da una precisa convinzione del Conte e cioè che lo stato dovesse assolutamente essere il più democratico possibile, ma che in fondo questo non fosse mai raggiungibile completamente, per cui andasse comunque anzitutto limitato nei suoi poteri sulla società, per non soffocare la libertà dei cittadini. Anche spregiudicatezza nell’azione dello Stato, ma suo limite invalicabile nei confronti dei diritti dei cittadini, governo della maggioranza, ma rispetto assoluto delle minoranze. Quanta differenza con gli idealisti tedeschi degli imperi centrali e quanta assonanza invece con l’americano e repubblicano Jefferson.

Garibaldi entra a Napoli

Con l’avvicinarsi di Giuseppe Garibaldi a Napoli, il Conte di Cavour informò i delegati del Regno dei Borbone del rifiuto di Garibaldi di concedere la tregua, dichiarando esaurite le possibilità di composizione e fingendo di rinviare ad un futuro incerto i negoziati per l’alleanza. Al contrario, negli stessi giorni il Conte, nel timore di far precipitare i rapporti con la Francia, sventò una spedizione militare di Mazzini che dalla Toscana voleva muovere contro lo Stato Pontificio. Cavour, insomma, non solo non contrastò mai realmente l’Impresa dei Mille, ma anzi la favorì in molti modi, come riconosce la migliore storiografia e come mi risulta, per tradizione orale (e in parte anche documentaria) di famiglia, per quell’avo mio omonimo, che, esule in Piemonte, divenne “consigliere politico” (eufemismo per indicare i servizi segreti) del ministro degli interni, l’emiliano Farini e che, eletto poi per tre volte deputato, appartenne tra l’altro, proprio alla “sinistra” liberale monarchica e fu autore di una memoria per consigliare al Re, tramite Farini, di assumere il titolo di Vittorio Emanuele I Re d’Italia (anziché II) per non dare l’impressione della “Piemontesizzazione” della Nazione, pur se sacrificando un po’ il senso della continuità dinastica (ignoro cosa ne pensò Cavour, ma Vittorio non penso ne fosse contento).

A seguito di questi avvenimenti, Cavour continuò a seguire i suoi piani, per accompagnare l’unificazione, ma impedire che il movimento diventasse rivoluzionario e repubblicano, ma forse non ce ne sarebbe stato bisogno, Garibaldi entrò trionfalmente a Napoli il 7 settembre 1860 in nome del Re, fugando, per l’amicizia che serbava a Vittorio Emanuele II e per l’amore generoso per l’Italia i timori di Cavour e, contemporaneamente. deludendo molto Mazzini. Significativa era stata l’invettiva di Garibaldi contro due mazziniani, che, quando le navi del generale sostarono in Toscana per caricare munizioni e carbone, vedendo che le navi avevano issato il tricolore sabaudo, sbarcarono e abbandonarono la spedizione, provocando la reazione dell’eroe che li apostrofò: “E voi sareste più repubblicani di me? Sappiate che, se è quello che gli Italiani vogliono, per me la Repubblica è Vittorio Emanuele, giacché quello che dice lui ci unisce, quello che volete voi ci divide”.

A quel punto comunque il Conte, per completare le annessioni e per dare a Casa Savoia una parte da protagonista nel movimento nazionale, decise l’invasione delle Marche e dell’Umbria pontificie ed arrivare così per via di terra a Napoli. Bisognava però preparare Napoleone III agli avvenimenti e convincerlo che l’invasione piemontese dello Stato Pontificio sarebbe stato il male minore, per allontanare il pericolo di un’avanzata di Garibaldi su Roma. Fu l’ennesimo capolavoro diplomatico di Cavour. Mentre i Garibaldini battevano definitivamente i borbonici sul Volturno, Cavour inviò per la delicata missione Farini e Cialdini.

L’incontro fra costoro e l’imperatore avvenne a Chambéry il 28 agosto 1860 e alla fine Napoleone III tollerò l’invasione piemontese, presentata come azione controrivoluzionaria, azione che Cavour però riuscì ad evitare ci fosse, portando l’esercito a Gaeta e Napoli, senza non solo evitare ogni scontro coi garibaldini, ma anzi riuscendo a dare la completa impressione di una fraternità d’armi con questi. Che era proprio ciò che il Re e i patrioti volevano. Cavour, con un ultimatum, intimò così allo Stato Pontificio di espellere i militari stranieri e, prima ancora che giungesse la risposta negativa del cardinale Antonelli, passò la frontiera battendo i pontifici a Castelfidardo e proseguendo oltre saltando Roma. Le proteste europee ci furono, ma furono, appunto, solo tali. Così come voleva il Conte, vennero subito organizzati i plebisciti a Napoli e Palermo per l’annessione immediata al Regno Sabaudo, che si tennero il 21 ottobre 1860, sancendo l’unione del Regno delle due Sicilie a quello di Sardegna e nel novembre lo stesso accadde in Umbria e Marche.

L’Italia era fatta. Cavour così si espresse solennemente: “Non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia d’aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani dittatoriali d’un Cromwell, ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario (…). Ritornare alle dittature rivoluzionarie d’uno o più, sarebbe uccidere sul nascere la libertà legale che vogliamo inseparabile dalla indipendenza della nazione”.

Era il trionfo definitivo di Cavour, che era riuscito, con la sua enorme capacità, ad utilizzare le forze degli Stati europei e dei movimenti rivoluzionari, al servizio del suo popolo e del suo Re. Un Re che gli doveva qualcosa di unico nel panorama delle dinastie, la conquista di un regno per Casa Savoia nel nome della libertà e della costituzione e di un popolo che riprendeva, senza rivoluzioni, il suo posto tra le grandi nazioni evolute. Dal 27 gennaio al 3 febbraio 1861 si tennero così le elezioni per il primo Parlamento italiano unitario. Oltre 300 dei 443 seggi della nuova Camera andarono alla maggioranza governativa. L’opposizione ne conquistò un centinaio, ma fra loro non comparivano quasi rappresentanti della Destra cattolica, poiché i clericali avevano aderito all'ordine di non eleggere e di non farsi eleggere in un Parlamento che aveva leso i “sacri” diritti del pontefice. Il 18 febbraio venne inaugurato il nuovo Parlamento, nel quale sedettero, per la prima volta insieme, rappresentanti piemontesi, lombardi, siciliani, toscani, emiliani e napoletani, tutti ormai solo Italiani. Il 17 marzo il Parlamento proclamò il Regno d'Italia e Vittorio Emanuele II suo re.

Il quarto Governo Cavour, primo del Regno d’Italia (1861)

Il primo Governo dell’Italia unita si trovò subito di fronte un’enormità di gravi problemi. Armonizzare il Sud col resto del Paese per economia, dazi, norme e consuetudini (e qui Cavour predicava un’evoluzione chiara, ma graduale) decidere cosa fare dell’esercito Garibaldino, assorbire i debiti pubblici degli antichi stati, estendere il sistema ferroviario a tutta la penisola, eliminare l’analfabetismo, far decollare uno sviluppo industriale, inserire i napoletani nei ruoli pubblici, convincere i latifondisti meridionali ad investire nelle fabbriche come al nord, assestare il bilancio dello stato e risolvere il problema del Veneto e di Roma capitale. Fermati i disegni di Garibaldi su Roma, a Cavour restava di decidere su cosa fare di ciò che rimaneva dello Stato Pontificio, tenendo nel massimo conto che un attacco a Roma sarebbe stato fatale per le relazioni con la Francia. Il progetto immaginato dal Conte, in originale attuazione del principio di “Libera Chiesa in libero Stato”, e perseguito fino alla sua morte, fu quello di proporre al Papa la rinuncia al potere temporale in cambio della rinuncia da parte dello Stato del giurisdizionalismo verso la Chiesa, ma le trattative vere non cominciarono neppure, per la totale intransigenza del Papa.

In attesa del momento internazionale favorevole, Cavour però non rinunciò mai, nonostante le insinuazioni di parte repubblicana, all’idea di Roma capitale né tantomeno ad uno Stato fondato sulla libertà e il diritto, basti vedere cosa dichiarò in Parlamento: “Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere, di chiedere, di insistere perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia non c’è Italia… i principi di libertà da me accennati debbono, o signori, essere inscritti in modo formale nel nostro statuto, debbono far parte integrante del patto fondamentale del Regno d’Italia”.

Cavour nel 1861

Intanto proseguiva, vivacissima, la dialettica nel nuovo Parlamento, ormai nazionale e Garibaldi ebbe un durissimo scontro nel 1861 con Cavour per la decisione di quest’ultimo di sciogliere l’Esercito meridionale, forse l’episodio più tumultuoso della vita di Cavour, se si esclude lo scontro con Vittorio Emanuele dopo l’armistizio di Villafranca. Cavour voleva evitare il riconoscimento dell’armata dei volontari garibaldini protagonisti dell’impresa nelle Due Sicilie, nel timore che l’esercito venisse influenzato dai radicali e, su questo irremovibile, ne dispose lo scioglimento.

In difesa del suo esercito, il 18 aprile 1861 Garibaldi, deputato al Parlamento, pronunciò un veemente discorso, accusando “la fredda e nemica mano del ministero Cavour” di aver tentato di provocare una guerra civile. Il Conte reagì con violenza chiedendo, senza successo, al presidente della Camera Rattazzi di richiamare all’ordine il generale. La seduta fu sospesa e pure se Nino Bixio (nella, per lui inedita, parte di moderato) tentò nei giorni successivi una riconciliazione, questa non avvenne completamente, anche perché ne mancò il tempo. Rimase così un episodio isolato, che lasciò amarezza in entrambi, ma che non poteva certo annullare la gigantesca opera da loro compiuta.

Il 29 maggio 1861 Cavour ebbe un improvviso grave malore, attribuito dal suo medico a una crisi malarica, ma tutte le cure praticate non ebbero effetto, tanto che il 5 giugno si dovette chiamare un sacerdote francescano suo amico, Luigi Marocco, parroco di Santa Maria degli Angeli, per l’estrema unzione. Costui, come gli aveva sempre promesso, lo confessò e gli somministrò l'unzione, ignorando sia la scomunica del 1855, sia il fatto che Cavour non avesse per niente ritrattato le sue convinzioni e scelte anticlericali, motivo per cui il frate fu dal Papa sospeso a divinis e ridotto allo Stato laicale. Cavour chiese poi di parlare con Luigi Carlo Farini al quale, come rivelò la nipote, confidò a futura memoria: “Mi ha confessato ed ho ricevuto l’assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia; voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da cristiano. Verso le nove giunse al suo capezzale il Re. Nonostante la febbre il Conte riconobbe Vittorio Emanuele, tuttavia non riuscì ad articolare un discorso completamente coerente: “Oh sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle: ma son troppo ammalato. Niente stato d’assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a governare con lo stato d’assedio (...) Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch’io: nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all’Istria e al Tirolo è un’altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza noialtri: abbiamo fatto l’Italia, sì l’Italia, e la cosa va”.

Secondo l’amico Michelangelo Castelli le ultime parole del Conte furono: “L’Italia è fatta, tutto è salvo”, così come le intese al capezzale Luigi Farini. Il 6 giugno 1861, a meno di tre mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia, Cavour moriva così a Torino nel palazzo di famiglia. La sua fine, del tutto inattesa, lasciò il Paese attonito e suscitò un immenso cordoglio, ai funerali vi fu un’enorme e straordinaria partecipazione a dimostrazione di come quell’uomo, solo in apparenza freddo, fosse entrato nel cuore del suo popolo e Giuseppe Verdi, con commozione, chiamò anche lui “Padre della Patria”. A suo successore, fu nominato Bettino Ricasoli, il Regno d’Italia, unito nella Libertà, continuava. (Fine)

(*) Tratto da “Camillo Benso di Cavour, il primo Ministro”, della collana “L’Italia in eredità”, a cura di Alessandro Sacchi ed Edoardo Pezzoni Mauri (Historica Edizioni).

(**) Leggi la prima parte

(***) Leggi la seconda parte