Il liberale Cavour/2

Il vero punto di svolta nella vita di Cavour e nella natura del suo impegno, svolta figlia di una lunga e consequenziale maturazione, fu comunque, nel dicembre 1847, la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, insieme al liberal-cattolico Cesare Balbo, cui Cavour stesso, che ne fu il primo direttore, diede un programma di cui certo giova riportare qualche passo: “La nuova vita pubblica che si va rapidamente dilatando in tutte le parti dell’Italia non può non esercitare un'influenza grandissima sulle sue condizioni materiali, Il risorgimento politico di una nazione non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico. Le condizioni dei due progressi sono identiche. Le virtù cittadine, le provvide leggi che tutelano del pari ogni diritto, i buoni ordinamenti politici, indispensabili al miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono pure le cause precipue de’ suoi progressi economici. Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai industria potente. Una nazione tenuta bambina d’intelletto, cui ogni azione politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza, quand’anche le sue leggi fossero buone, paternamente regolata la sua amministrazione”.

E proseguiva: “Questo giornale s’adoprerà con ogni suo potere a spingere e propagare questo moto di risorgimento economico. Ricercherà i fatti che possono essere utili al commercio ed all’industria agricola e fabbrile. S’applicherà a diffondere le buone dottrine economiche, combattendo le false, figlie d’antichi pregiudizi, o pretesto a particolari interessi. Avrà cura di svolgere ogni questione che direttamente o indirettamente si riferisca alla produzione ed alla distribuzione delle ricchezze. Il giornale non dubiterà di dichiararsi apertamente per la libertà dei cambi; ma cercherà di muovere prudente nella via di Libertà; adoprandosi acciò la transizione si effettui gradatamente e senza gravi perturbazioni. Epperò le darà quanto può efficace cooperazione, affinché tolta ogni dogana interna italiana, costituiscasi l’unità economica della penisola; consiglierà dall’altro lato un procedere continuo, ma energicamente moderato nelle riforme dei dazi che gravano i prodotti esteri”.

E ancora: “L’esempio dell’Inghilterra ci stia di continuo avanti agli occhi. Impari da esso l’Italia, ora che sta accingendosi a percorrere le vie industriali, ad avere in gran pregio le sorti delle classi popolari, ad adoprarsi con sollecite cure ed incessanti al loro miglioramento. Per andare esenti dai mali che travagliano la Gran Bretagna, procuriamo di svolgere quegl’istinti benefici, i quali onorano la storia nostra passata e presente, sottoponendoli tuttavia a quelle regole scientifiche, l’osservanza delle quali è indispensabile a rendere efficaci, e veramente fruttiferi i provvedimenti diretti al sollievo delle umane miserie. Facciamo sì che tutti i nostri concittadini ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai benefici della progredita civiltà, delle crescenti ricchezze, ed avremo risoluto pacificamente, cristianamente, il gran problema sociale ch’altri pretenderebbe sciogliere con sovversioni tremende e rovine spaventose”.

Un programma di Libertà e progresso, ma con moderazione forte e ordinata, svolto nel segno del Magnanimo Re Carlo Alberto”. È quasi inutile sottolineare l’importanza che ebbe questa storica testata per il Piemonte e per l’Italia, diede il nome a un’epoca.

Il giornale, costituitosi grazie ad un allentamento della censura deciso da Carlo Alberto, si schierò, già nel gennaio del 1848 e molto più apertamente di tutti gli altri, a favore di una costituzione. E con successo. Seguendo l’atmosfera del momento e le sue intime convinzioni, il 4 marzo 1848, Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino. Questa Costituzione un po’ deluse l’opinione pubblica liberale, ma non Cavour, che anzi si impegnò per una legge elettorale in una commissione presieduta da Cesare Balbo, legge che poi, in buona sostanza, rimase in vigore fino alla riforma elettorale del Regno d’Italia del 1882. Intanto, in tutta Europa gli avvenimenti stavano precipitando e Cavour prese partito per la guerra all’Austria. E non solo perché l’Impero Asburgico era il maggior ostacolo all’indipendenza italiana, ma anche perché non voleva solo innovare, ma anche conservare, operazione che, in quella situazione drammatica, solo una personalità complessa e geniale poteva concepire e tentare di realizzare. Con il ritorno della repubblica in Francia, la rivoluzione a Berlino e Vienna, l’insurrezione a Milano e il sollevamento patriottico in Piemonte, Cavour, temendo che il regime costituzionale potesse diventare vittima dei rivoluzionari se non avesse agito, si pose alla testa del movimento interventista incitando alla guerra contro l’Austria, per ricompattare così, con l’entusiasmo, l’opinione pubblica. Cavour non era infatti solo uomo di estrema concretezza, di calcoli raffinati, ma anche uomo d’azione, pronto, se necessario, al rischio, come dimostrerà in tante altre occasioni. Il 23 marzo 1848, Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria.

Dopo le prime vittorie di Goito e Pastrengo, la guerra non andò bene, nonostante la crisi l’Austria era ancora troppo potente per il piccolo tradizionale Piemonte e, dopo i successi, arrivarono le prime sconfitte. Cavour chiese che si risalisse ai colpevoli, militari e civili, che avevano vanificato il valore dei soldati e, contemporaneamente, maturò la convinzione che solo una riorganizzazione economica e politica dello stato e della società piemontese, unita alla ricerca di alleanze europee, avrebbe portato a buon fine l’impresa. Occorreva, anche ai fini della guerra, una riorganizzazione in senso liberale.

In Parlamento

Il 27 aprile 1848 il nuovo regime costituzionale tenne le sue prime elezioni politiche e Cavour si candidò alla Camera dei deputati, venendo eletto nelle elezioni suppletive del 26 giugno. Fece il suo ingresso a Palazzo Carignano e prese posto a destra, tra i moderati, il 30 giugno 1848. Si oppose al Governo Casati, da lui giudicato troppo radicale, fino quando, a seguito della sconfitta di Custoza, il Governo Casati chiese i pieni poteri, Cavour si pronunciò allora in suo favore, per salvare il salvabile. L’abbandono di Milano agli austriaci e l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848 posero fine alla prima fase della guerra e i due deboli governi succedutesi tentarono la strada della diplomazia, contro l’interventismo di Gioberti, ma con l’appoggio di Cavour che, nel suo primo discorso parlamentare, si pronunciò per il rinvio delle ostilità, confidando nella mediazione della Gran Bretagna, favorevole alla causa italiana, ma, nonostante l’appoggio del conte, i due gabinetti durarono appena due mesi. Carlo Alberto diede allora l’incarico a Gioberti, ancora risoluto a combattere l’Austria, che però cadde di nuovo dopo appena due mesi, mentre Cavour usciva dal Parlamento, perché battuto nelle elezioni del 22 gennaio 1849. La sconfitta di Novara (23 marzo 1849) pose termine poi definitivamente alla guerra, determinando l’abdicazione e l’esilio di Carlo Alberto. Vittorio Emanuele, succeduto al padre, sostituì il Governo dei democratici di sinistra, che chiedevano la guerra a oltranza, con l’esecutivo del generale Launay, salutato con favore da Cavour e che riprese il controllo di Genova insorta contro la monarchia e fu poi sostituito (7 maggio 1849) dal primo Governo di Massimo d’Azeglio, che il Risorgimento salutò come un Governo con la visione del Piemonte roccaforte della libertà italiana. La incerta maggioranza parlamentare portò però di nuovo allo scioglimento della Camera, fino a quando, dopo il proclama reale di Moncalieri di fermo appoggio ai moderati, il nuovo parlamento eletto il 9 dicembre del 1849 si pronunciò per il mantenimento della pace. Fra gli eletti figurava di nuovo Cavour che, nel collegio di Torino I, ottenne 307 voti contro i 98 dell’avversario, nel voto ristretto e censitario di allora.

Fin dalla Prima Guerra di Indipendenza, Cavour aveva mostrato, con le sue posizioni, quella caratteristica di uomo capacissimo di sognare ed osare, ma non di avventurarsi in azioni impossibili e di pura retorica, un politico capace di misurare realisticamente le forze e di costruire metodicamente e realisticamente i successi, al servizio della libertà, ma rifiutando il cinismo degli avventurieri che per puro gusto del gesto, erano pronti a sacrificare inutilmente delle vite. Pronto, se necessario, alla guerra, ma ad una guerra che si potesse almeno sperare di vincere.

Cavour, un liberale al Governo

Dopo il successo elettorale di fine 1849, Cavour divenne una delle figure dominanti e divenne di fatto la guida della maggioranza moderata che si era costituita, contro l’estremismo tendenzialmente sovversivo, ma senza nessun rimpianto per nostalgie assolutistiche o clericali. Forte di questa posizione di preminenza sostenne che si sarebbe dovuto innanzitutto allontanare il Piemonte dal fronte cattolico-assolutista, che il completo allineamento di Pio IX, dopo le tradite speranze iniziali, alla restaurazione austriaca, aveva fatto tornare nel resto d’Italia. A tale scopo il primo passo fu la promulgazione delle leggi Siccardi (9 aprile e 5 giugno 1850) che abolirono vari privilegi del clero nel Regno di Sardegna e con le quali si aprì un’aspra fase di scontri con il papato. Con la morte del Santarosa, che ricopriva la carica di ministro dell’Agricoltura e del Commercio, Cavour, grazie alla riconosciuta competenza tecnica e alla parte di primo piano assunta nella battaglia liberale anticlericale, fu designato, l’undici di ottobre del 1850, successore del ministro scomparso e subito rinnovò un trattato commerciale con la Francia, improntato all’insegna del libero commercio. Il Conte avviò anche negoziati con il Belgio e la Gran Bretagna, concordando estese facilitazioni doganali. I due trattati, furono un nuovo atto di reale liberismo commerciale di Cavour, seguiti poi da analoghi trattati con le città anseatiche, l’Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi.

Con 114 voti favorevoli e solo 23 contrari, la Camera si spinse ad approvare anche un trattato con l’Austria, realizzando una politica doganale di Cavour che segnava per il Piemonte il passaggio dal protezionismo al libero scambio. Riuscì a dare una sua impronta anche come ministro della Marina, imponendo l’utilizzo del vapore ad alti ufficiali incredibilmente restii, ma dove la sua azione risultò determinante fu quando assunse anche le Finanze. Il Piemonte aveva un reale bisogno di liquidità, per pagare le indennità imposte dagli austriaci dopo la sconfitta e Cavour, per la sua riconosciutissima abilità, era visto come l’uomo giusto per superare la situazione. Cavour ottenne subito un importante prestito dalla Bank of Hambro, riducendo la tradizionale dipendenza del Piemonte dai Rothschild, mise in chiaro la situazione effettiva del bilancio; fece approvare un'imposta del 4 per cento del reddito sugli enti morali laici ed ecclesiastici e l’imposta sulle successioni; dispose l’aumento di capitale della Banca Nazionale e avviò la collaborazione tra finanza pubblica e iniziativa privata. E cominciò la modernizzazione del Piemonte. Avviò subito la realizzazione delle linee ferroviarie Torino-Susa e Torino-Novara, promosse l’istituzione a Genova della Compagnia Transatlantica e la fondazione della società Ansaldo, presto fabbrica di locomotive a vapore. Ormai l’accumulo di ministeri era tale da farne di fatto il capo del Governo e Cavour, stanco, tra l’altro, della necessità dell’appoggio della fazione più clericale, strinse un’intesa, il “connubio”, con la sinistra liberale di Urbano Rattazzi e, dopo una parentesi da presidente della Camera, periodo che utilizzò anche per un viaggio nelle capitali europee, divenne, il 4 novembre 1852, presidente del Consiglio dei ministri. Prima dell’incarico incontrò a Londra il ministro degli Esteri, Malmesbury e i leader inglesi, Palmerston, Disraeli e Gladstone, fu poi a Parigi, dove giunse il 29 agosto 1852. Nella capitale francese, dove Luigi Napoleone, presidente della Seconda Repubblica, stava per incoronarsi imperatore, fu raggiunto da Rattazzi e parlarono dell’Italia col ministro Drouyn de Lhuys e con il principe presidente.

Il primo Governo Cavour

Obiettivo primario del Governo Cavour fu la restaurazione finanziaria del Paese. Per raggiungere il pareggio il conte si decise a ricorrere ai banchieri Rothschild, poi accompagnò alla dichiarazione dei redditi l’eventuale accertamento giudiziario, fece interventi nelle concessioni demaniali e nei servizi pubblici, riprese la politica di sviluppo degli istituti di credito ed effettuò grandi investimenti nelle ferrovie. A fine dicembre 1853, le finanze erano già molto migliorate e, benché la situazione fosse seria per la crisi internazionale che portò alla guerra di Crimea, Cavour riuscì a collocare con successo, presso i risparmiatori, una considerevole parte del debito pubblico. Il conte aveva ormai un consenso politico personale e alle elezioni dell’8 dicembre 1853 furono eletti 130 candidati governativi, 52 della Sinistra e 22 della Destra, ma nonostante ciò decise, anche per placare una Sinistra inasprita per la repressione dei Mazziniani che stavano provocando serie crisi con l’Austria, di riprendere la politica anticlericale e, a tal fine, il ministro della Giustizia, Rattazzi, fece approvare una legge di modifica del codice penale, consistente in pene per i sacerdoti che, abusando del ruolo, avessero censurato leggi e istituzioni dello Stato. Lo Stato laico liberale andava delineandosi sempre di più e Cavour era ormai la guida indiscussa del Parlamento subalpino.

Cavour dirige le danze

Mazzini restava però un problema, certo l’Unità d’Italia era un fine condiviso sia da Mazzini e i suoi, che da Cavour e i circoli sabaudi, ma le differenze di metodo per ottenerla erano grandi, molto diverse le prospettive della società futura e anche i riferimenti storici cui ispirarsi, tanto che le due azioni se in qualche situazione poterono concorrere ad un percorso comune, spesso finirono invece per ostacolarsi. Finita la stagione entusiastica e confusa del 1848/49, in cui tutte le lingue e tutte le fedi patriottiche parvero fondersi, perché per un attimo la momentanea debolezza dell’Austria (per l’interna rivoluzione), sembrò rendere possibile la realizzazione immediata del sogno, le strade erano destinate poi a dividersi.

Il disegno di Cavour era liberale, pragmatico e consapevole delle debolezze storiche, militari e civili della società italiana, mentre l’ideale di Mazzini era schematico, idealistico e fondato sul concetto potenzialmente statalista di una democrazia integrale, da realizzare con un continuo apostolato, rivoluzionario e velleitario. Al di là della divisione istituzionale Monarchia o Repubblica e dei molto differenti caratteri, era anche l’ispirazione storica ad essere diversa, Cavour guardava all’evoluzione inglese, Mazzini alla Rivoluzione francese. Entrambi capaci di sognare, pensavano tutti e due ad una grandezza italiana che attendeva di essere risvegliata e restaurata, ma non erano realmente capaci di intendersi e collaborare, perché Mazzini sognava uno stato perfetto, Cavour (con ragione) ne diffidava. Mazzini, pure se la sua azione era stata molto utile, in Italia e all’estero, nel risvegliare una coscienza nazionale e democratica, col suo puro richiamo rivoluzionario al popolo rischiava sempre di far fallire le pazienti costruzioni di Cavour, volte alla ricerca di alleanze europee per poter unire la nazione, fornendo anzi munizioni agli avversari assolutistici. Secondo la concezione concreta e liberale di Cavour, formatasi su Guizot (di cui citava ampi brani sulla civiltà europea), Constant (tra i più classicamente liberali, con Montesquieu e Tocqueville), Comte (il positivista padre della sociologia) Adam Smith (con cui condivideva il liberismo e la convinzione che l’evoluzione dei tempi avrebbe in gran parte sopito i contrasti religiosi), l’Italia si doveva realizzare in una nazione di cittadini, uniti dal rispetto delle leggi e del Parlamento e dalla convinzione che solo la libertà di pensare, parlare, scrivere e intraprendere avrebbe migliorato le condizioni materiali e morali dell’intero Paese.

Per la concezione romantica di Mazzini, invece, la nazione italiana si doveva concretizzare in una comunità di fedeli uniti dalla religione di una patria risorta in un nuovo stato protagonista, più vicina insomma agli idealisti tedeschi. Pure se lo combatté intellettualmente in modo molto efficace (sua è la definizione del “Socialismo Scientifico” come “ultima e più tragica utopia aristocratica”), in Mazzini già c’erano delle posizioni che portavano diritte al socialismo e anche ad un certo nazionalismo, di cui Crispi, rivoluzionario in gioventù, sarebbe poi stato l’esempio. Cavour era pragmatico e pensava che si potesse ottenere l’unità solo appoggiandosi alla monarchia piemontese e coinvolgendo le potenze straniere interessate a indebolire l’Austria. Mazzini pensava che servisse un movimento d’azione popolare, insurrezionale, spontaneo, basato sulle proprie forze e di stampo repubblicano.

Nel frattempo proseguiva l’azione rivoluzionaria dei mazziniani, che non consideravano definitiva la sconfitta del 1849 e preparavano moti repubblicani. Da Londra, dove si era rifugiato in esilio, Mazzini esortava all’unità politica dell’Italia, rilanciando il suo programma insurrezionale. Nel 1853 fondò il Partito d’Azione, a metà tra un’associazione politica e un’organizzazione di stampo cospirativo, pronta a insorgere per l’ideale dell’unità d’Italia. La sfortunata spedizione di Pisacane, mal preparata, non coordinata e mal condotta, il tentativo di assassinio di un esaltato di Napoleone III e tanti altri episodi, anche se infiammarono gli animi, furono altrettanti pesanti ostacoli alla paziente opera di Cavour. Tra i patrioti italiani tante furono le polemiche e le reciproche accuse di cinismo. Cavour fu accusato di “manovre parlamentari” da chi non capiva che la ricerca costante del consenso di un libero Parlamento è l’essenza di un Governo democratico, i Cavouriani accusarono (con qualche ragione) i mazziniani di mandare a morire inutilmente e senza speranza tanti patrioti. Dopo il 1849 e la fine della Prima Guerra di Indipendenza solo il Piemonte, tra gli Stati italiani, mantenne la Costituzione, grazie soprattutto alla fermezza di carattere del nuovo Re Vittorio Emanuele (che gli valse in eterno la qualifica di “galantuomo”) e inoltre il fallimento della guerra diede nuova credibilità al partito dei moderati liberali e al nuovo leader Camillo Benso conte di Cavour.

Contrario alle idee giacobine e populiste, Cavour guardava ai sistemi politici occidentali, in particolare a quello britannico, ed era sua convinzione che il principale ostacolo all’unità d’Italia fosse la sua arretratezza economica dovuta all’assenza di un forte ceto borghese. Promuovere anzitutto lo sviluppo, fu dunque il programma, quando (1852) divenne presidente del Consiglio del regno. In politica estera cercò di avvicinare il Piemonte alle potenze dell’Occidente, Francia e Gran Bretagna e l’occasione si presentò con la Guerra di Crimea.

Nel 1853 si sviluppò una crisi europea scaturita da una grave disputa fra la Francia e una Russia che si sentiva protettrice degli ortodossi slavi, sudditi dell’impero Turco. L’atteggiamento russo provocò l’ostilità anche del Governo inglese che sospettava che lo Zar volesse conquistare il Bosforo. Il primo novembre 1853 la Russia dichiarò guerra all’Impero ottomano e, in risposta, il 28 marzo 1854 la Gran Bretagna e la Francia dichiararono guerra alla Russia. La questione interessò Cavour per le opportunità che lasciava intravvedere e così, nell’aprile 1854, rispose alle richieste dell’ambasciatore inglese, affermando che il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto nella guerra se anche l’Austria avesse attaccato la Russia, per non esporre il Piemonte all’esercito asburgico. Nel novembre 1854, alla nuova richiesta del ministro degli Esteri britannico Clarendon, Cavour decise per l’intervento, contro le opinioni del ministro della Guerra La Marmora e del ministro degli Esteri, Dabormida, che si dimise, lasciando l’interim a Cavour stesso, che promise che Il Piemonte avrebbe fornito 15.000 uomini se le potenze alleate avrebbero garantito l'integrità del Regno di Sardegna da un eventuale attacco austriaco.

Il 4 marzo 1855, Cavour dichiarò guerra alla Russia e il 25 aprile il contingente piemontese salpò da La Spezia per la Crimea e, così, quando la guerra terminò con la sconfitta Russa, Cavour poté allora partecipare alle trattative di pace, tenutesi a Parigi del 1856, ottenendo, come sola sua richiesta, di discutere anche la “questione italiana”, che pertanto entrava tra i problemi aperti europei. Intanto gli avvenimenti di politica interna si succedevano tumultuosamente e Cavour, contro la destra cattolica, il 28 novembre 1854 presentò alla Camera la legge sui conventi, che prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all’insegnamento o all'assistenza medica, come gli ordini mendicanti, perché contrari all’etica del lavoro. La maggioranza liberale dovette affrontare l’opposizione del clero, del Re e del Senato del Regno che in prima istanza bocciò la legge. Cavour allora si dimise (27 aprile 1855) aprendo una crisi politica, ma, dopo qualche giorno, vista l’impossibilità a formare un diverso esecutivo, Cavour fu reintegrato dal Re nella carica di presidente del Consiglio. Al termine di lunghe discussioni, nelle quali Cavour ribadì che “la società attuale ha per base economica il lavoro”, la legge fu approvata con un emendamento che lasciava i religiosi nei conventi fino all’esaurimento naturale delle loro comunità. A seguito dell’approvazione della legge sui conventi, il 26 luglio 1855 Papa Pio IX emanò la scomunica contro coloro che avevano approvato e ratificato il provvedimento, a cominciare da Cavour e Vittorio Emanuele. Sul piano internazionale, dopo il congresso di pace di Parigi dove il Piemonte era riuscito a far parlare della situazione italiana e a protestare compostamente per la presenza delle truppe austriache, mentre il ministro britannico Clarendon, nonostante le rimostranze dell’austriaco Buol, attaccava ben più duramente le politiche illiberali, arretrate e autoritarie dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie, i rapporti con Francia e Regno Unito si mantenevano ottimi e il grande traforo ferroviario del Frejus ne fu un importante risultato economico. Il rapporto, soprattutto con la Francia, si stringeva sempre più e, insieme con un relativo successo elettorale della destra cattolica, ne fu vittima il ministro dell’interno Rattazzi, che si dimise perché accusato in Francia di non riuscire a fermare i Mazziniani, giudicati pericolosi per la sicurezza di Napoleone III, spingendo Cavour ad assumerne l’interim.

Sono di questo periodo moltissimi altri scritti di Cavour, che, anche se mantengono la profondità di veri e propri saggi, non sono più le annotazioni di un osservatore, ma prese di posizione destinate a diventare atti di Governo, talvolta pubbliche, talvolta riservate. Anche qui possiamo citarli solo in minima parte: “Guardia civica e libere istituzioni. Legge elettorale. Diritto politico e diritto amministrativo. Sulla situazione finanziaria piemontese nel 1852. Note confidentielle pour Mr le baron de Rothschild. Provvedimenti urgenti relativi alla Banca Nazionale. La politica del libero scambio in Inghilterra. La moderazione politica. Relazione sulla tassa del pane a Torino. L'alleanza del Piemonte con la Francia. Ferrovia Vittorio Emanuele Servizio internazionale. Circolare confidenziale sulle elezioni del 1857. Il convegno di Plombières. Prima stesura del discorso della Corona del gennaio 1859. Memorandum sardo per il Governo britannico. Plan soumis à l’Empereur. Istruzioni confidenziali a Costantino Nigra. Circolare sull’annessione dell’Italia centrale. Risposta alle proposte francesi sull'Italia centrale. Risposta di Vittorio Emanuele II al plebiscito dell’Emilia. Minuta del proclama reale ai Savoiardi e ai Nizzardi. Memoria su colloqui con il Re. Memorandum sulla spedizione nelle Marche e nell’Umbria. Osservazioni a uno schema di accordo tra l’Italia e il Papato”. L’attento osservatore delle cose politiche ed economiche degli scritti giovanili era diventato il massimo decisore dei destini italiani, ma la concretezza, l’amore per la Libertà Italiana e la fede monarchica, erano gli stessi. Il Liberale Cavour stava realizzando il suo enorme programma (Continua).

(*) Tratto da “Camillo Benso di Cavour, il primo Ministro”, della collana “L’Italia in eredità”, a cura di Alessandro Sacchi ed Edoardo Pezzoni Mauri (Historica Edizioni).

(**) Leggi la prima parte