Il liberale Cavour/1

Sono nato in una strada dal nome di viale Risorgimento, nel nostro salotto troneggiava il ritratto di un trisavolo patriota esule in Piemonte, a Ginevra abitavo alla rue des Granges, dove una targa ricorda come lì fosse vissuta Adele de Sellon, “madre del creatore dell’unità d’Italia” e oggi, mentre svolgo il mandato parlamentare, una portaerei con il nome di Cavour, solca i nostri mari.

I segni di un uomo veramente grande li ritrovi vicino a te nel corso di tutta una vita e grande, come Dante, come Leonardo, Cavour lo fu davvero. Camillo Paolo Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, nacque a Torino il dieci di agosto del 1810, fu ministro dell’Agricoltura, del Commercio e delle Finanze del Regno Sardo dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861.

Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri dell’Italia unita. Una vita completamente intrecciata con la nostra storia nazionale. Camillo nacque nella Torino napoleonica, suo padre, il marchese Michele Benso di Cavour, era stretto collaboratore del governatore principe Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone) e padrino di battesimo del piccolo, al quale trasmise il nome. La madre era sorella del conte Jean-Jacques de Sellon e apparteneva ad una ricca e nobile famiglia della borghesia calvinista Svizzera. Cavour, per nascita, si formò insomma in un ambiente cosmopolita europeo, che continuava ad esistere anche dopo la restaurazione assolutista e a tramandare, sia pure nella trascrizione napoleonica, gli ideali del secolo dei lumi, ricordando però, anche i limiti, gli eccessi e il disordine della Rivoluzione francese.

Giovane aristocratico, Cavour frequentò i corsi della Regia Accademia Militare di Torino e i corsi della Scuola di Applicazione, diventando ufficiale del Genio, anche per una certa sua predisposizione per la matematica. Poco interessato alla vita militare e giovane piuttosto indisciplinato, Cavour si dedicò però presto, per interessi personali e per educazione familiare, alla causa del progresso civile, italiano ed europeo, con un processo di formazione ideale e culturale che è possibile seguire attraverso le letture, gli incontri e gli eventi della sua vita. Tra i suoi primi ispiratori ci fu l’inglese Jeremy Bentham alle cui dottrine si avvicinò, non ancora ventenne, quando lesse il suo Traité de législation civile et pénale, dove si enunciavano, principi come “la misura del giusto e dell'ingiusto è la massima felicità per il maggior numero” e che “ogni problema poteva ricondursi a fatti misurabili”, che trovarono un terreno fertile in un giovane colto e idealista, ma con marcata tendenza alla concretezza e ai conti in ordine (pur senza rinunciare affatto alle scapigliature).

Nei suoi numerosi diari, s’infittivano le osservazioni contro il piatto conformismo, sul terreno religioso citava Gotthold Ephraim Lessing per un arricchimento del Cristianesimo e, malgrado le frequenti posizioni anticlericali che vi si trovano, il giovane Cavour, pur se certo più illuminista che cattolico, manteneva un filone di laica religiosità nel suo pensiero, che lo induceva a biasimare chi non teneva in conto la religione. Si andava formando il liberale convinto ed equilibrato che sarebbe sempre stato, per tutta la vita. A Genova, nella primavera del 1830, Cavour frequentò il salotto di Nina Giustiniani, sposata e anticonformista, cui fu a lungo legato da una passione che finì tragicamente, ma che fu fortissima, anche se ebbe insieme altre relazioni, come con la marchesa Clementina Guasco, perché, oltre che liberale e liberista, era anche un discreto libertino.

Grazie alle disponibilità economiche, già nel 1834 iniziò a viaggiare all’estero, studiando lo sviluppo di Paesi industrializzati come Francia e Gran Bretagna. Nel febbraio del 1835 fu a Parigi, dove visitò istituzioni pubbliche di ogni tipo e frequentò gli ambienti politici e poi, nel maggio dello stesso anno, arrivò a Londra dove, pur ammiratore dell’Inghilterra, si interessò alle gravi questioni sociali che lo sviluppo delle fabbriche andava ponendo. In quegli anni Cavour sviluppò un interesse per il crescere dell’industria, l’apertura dei mercati e l’innovazione, che ne avrebbero fatto un ottimo ministro e un serio amministratore delle proprietà familiari, tanto in agricoltura che nelle finanze, pur se non mancarono, data la sua accettazione del rischio, anche tracolli borsistici.

Intanto, proseguendo nelle sue frequentazioni estere – la Sorbona anzitutto – e i cenacoli intellettuali, andò formando quella sua personalità di conservatore illuminato, cui lo portavano le tradizioni familiari, ma accoppiata a grande curiosità per il nuovo, ai sogni più arditi di progresso, per i quali cercava però solo realizzazioni praticabili. Era già il Cavour liberale, un liberale di destra, monarchico, dotato di visione moderna e chiara del futuro suo, del Piemonte e dell’Italia. Il più grande dei liberali italiani e uno dei più grandi del mondo. Nel 1841 fondò con amici eminenti la Società del Whist, cominciando un’azione di conversione della classe dirigente piemontese (divisa tra il sentire di Carlo Felice e quello di Carlo Alberto) agli ideali della libertà, senza perdere il senso di sé e della propria storia. Fra il ritorno dall'estero nel 1843 e l’ingresso al Governo nel 1850, esplosero le sue attività e Cavour si dedicò a molte iniziative agricole, finanziarie e politiche.

Cavour imprenditore

La voglia di vivere e fare del giovane Cavour era incontenibile e così, importante possidente terriero, Cavour contribuì, già nel maggio 1842, alla costituzione dell’Associazione agraria, che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e politiche agrarie, anche per mezzo di una Gazzetta che fin dall’agosto 1843 pubblicava articoli del Conte. Impegnatissimo nell’attività di gestione soprattutto della tenuta di Leri, Cavour nell’autunno 1843, iniziò un’attività di miglioramento nei settori dell’allevamento del bestiame e delle macchine agricole. In sette anni (dal 1843 al 1850) la sua produzione di riso, frumento e latte crebbe enormemente, quella di mais addirittura triplicò. Le relazioni d’affari in tutto il regno, tra cui l’amicizia dei banchieri De La Rüe, consentirono a Cavour di operare in un mercato ampio, diversificato e di far prosperare le sue attività.

Oltre che in agricoltura, Camillo Benso intraprese anche iniziative di carattere industriale, tra cui va segnalata la partecipazione alla costituzione della Società anonima dei molini anglo-americani di Collegno, nel 1850, di cui divenne poi il maggiore azionista e che ebbe, anche dopo l’Unità, un notevole sviluppo.

Intanto si sviluppavano però anche gli interessi politici, che col tempo, avrebbero finito per dominare. Il giovane Cavour era sempre più attratto dagli ideali liberal-democratici e patriottici che aveva cominciato a coltivare e a ventidue anni fu nominato sindaco di Grinzane, dove la famiglia aveva estesi possedimenti, carica che ricoprì fino al 1848 mentre, in quegli anni di studi e lavoro, si dedicò anche alla scrittura di saggi sui progressi dell’industrializzazione e del libero scambio in Gran Bretagna e sugli effetti che ne sarebbero derivati sulla società italiana, con particolare riguardo allo sviluppo delle ferrovie, come fattore di progresso civile oltre che economico.

In Cavour vi era ormai la convinzione profonda che la libertà economica e la libertà politica fossero due facce della stessa medaglia, anzi che l’una non potesse vivere senza l’altra. E questo anche e soprattutto per l’Italia dove, senza alcun bisogno di una rivoluzione, il progresso e lo sviluppo dei lumi sarebbero sfociati in un’azione politica che avrebbe potuto favorire l’unità nazionale.

Il Conte aveva ormai sviluppato una fiducia ragionata nel progresso, come capacità creativa dell’uomo e questa convinzione si accompagnava all’idea che la libertà economica fosse di interesse generale, destinata a favorire realmente tutte le classi sociali, specie per l’Italia, se accoppiata al raggiungimento di un’identità nazionale. Così scriveva: “La storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto grado di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità sia fortemente sviluppato: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità il sentimento della dignità personale esisterà solo eccezionalmente in alcuni individui privilegiati. Le classi numerose, che occupano le posizioni più umili della sfera sociale, hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare la coscienza della propria dignità” (Cavour, Chemins de Fer, 1846).

In campo finanziario, Cavour si mise in evidenza anche per le sue doti di abile operatore, svolgendo ad esempio una parte di primo piano nella fusione della Banca di Genova con la Banca di Torino, che diede vita alla Banca Nazionale degli Stati Sardi. Sono di questo periodo anche una grande quantità di saggi, che dimostrano la vastità degli interessi di Cavour, la sua preparazione tecnica e la profonda capacità di andare al cuore dei problemi. Data la vastità della sua produzione, ne citerò solo alcuni e altri ne ricorderò in seguito: “État de la mendicité et des pauvres dans les États Sardes, Il regime di fabbrica e la condizione operaia (entrambi del 1834). Della strada di ferro da Ciamberí (Chambery, Savoia) al lago di Bourget e della navigazione a vapore su quel lago e sul Rodano. La meccanica agraria nell’esposizione industriale del 1844. Appunti di chimica agraria. Piano di lavori per una statistica generale del Regno. Des chemins de fer en Italie. La politica francese e la politica inglese verso l’Italia. Stampa e Parlamento. Rassegna degli atti principali dell’ultima sessione del Parlamento inglese. Il Risorgimento italiano e le Rivoluzioni inglese, francese e spagnola”. Oltre a molti, moltissimi diari.

Cavour, da conservatore illuminato e monarchico, era ormai diventato anche un deciso patriota e un deciso liberale, liberista in materia di mercati aperti e concorrenza, pur se disponibile all’idea dello stato come fornitore di capitali all’industria, difensore strenuo della proprietà privata, attento però alle condizioni di vita delle classi operaie ed al loro avanzamento economico e culturale, moderato nei tempi e nei modi, ma aperto alle più avveniristiche visioni. Queste e altre cose, si possono trovare nel bel libro “Il Conte di Cavour” di un suo cugino del ramo svizzero, il De la Rive. Oltre che un liberale, laico e patriottico, oggi potremmo dirlo un liberista per l’economia sociale di mercato (Continua).

(*) Tratto da “Camillo Benso di Cavour, il primo Ministro”, della collana “L’Italia in eredità”, a cura di Alessandro Sacchi ed Edoardo Pezzoni Mauri (Historica Edizioni).