Mentre l’estate si avvia al capolinea, declinando verso il ritorno alla quotidianità, riemergono con grande vigore tutti i cosiddetti “reality show”, funzionali a inebetire nuovamente e con repentina prontezza la massa di cittadini, i quali vengono distratti artatamente dalle pagliuzze del nulla, affinché non riflettano (qualora ne siano ancora capaci) sulle travi orripilanti che emergono dalla loro società.
Questo radicale cambiamento stagionale coincide anche con il ritorno ai rispettivi lavori o professioni, nonché per gli studenti con il ritorno a scuola o all’università e tutto ciò genera grande mestizia.
Una tristezza che, per quanto profonda possa essere, non eguaglia in alcun modo quella generata dalla cinica indifferenza dei cittadini riguardo ai temi tanto orribili quanto inquietanti che compromettono lo stesso sistema sociale e che toccano coloro che rappresentano le istituzioni, la politica, il mondo imprenditoriale, il mondo dei media e del cinema.
In sostanza, per i cittadini dissonanti cognitivi, sempre bene informati sugli sviluppi dei reality show di turno, esiste un solo modus agendi per affrontare i temi fondamentali per la tenuta dello Stato di diritto e per la sopravvivenza della loro stessa civiltà: quello degli struzzi, ossia nascondere la testa sotto la sabbia e auto convincersi che “tutto va bene madama la marchesa”, perfino di fronte alla divulgazione delle atroci “liste Epstein”.
Pertanto, l’annoso espediente distrattivo del “panem et circenses”, citato da Giovenale nella sua famosa opera “Satira X” (circa II secolo d.c.), anche in questo caso viene applicato con icastica e recondita maestria, confermando in tal modo l’attualità di quanto affermava Gustave Le Bon nel suo celebre libro “La psicologia delle folle”, scritto nella prima metà del XX secolo.
Invero, nello specifico, le “liste Epstein” ammontano a milioni di pagine, migliaia di e-mail, in cui sono citati nomi eccellenti e a causa di tutto ciò sorge spontanea una domanda: quanto siamo davvero disposti a sapere?
Infatti, c’è qualcosa di più inquietante delle cosiddette “liste Epstein”, ovvero la velocità con cui, dopo qualche giorno di clamore mediatico, l’opinione pubblica sembra tornare ad occuparsi d’altro.
Jeffrey Epstein è morto in carcere nel 2019, mentre attendeva il processo per gravissimi reati sessuali. Ghislaine Maxwell è stata invece condannata per il proprio ruolo nel reclutamento e nell’adescamento di ragazze minorenni.
Eppure, la vicenda Epstein continua a produrre una quantità impressionante di documenti, e-mail, fotografie, testimonianze e rapporti investigativi.
Nel gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha pubblicato oltre tre milioni di ulteriori pagine, portando il materiale divulgato a circa 3,5 milioni di pagine, oltre a migliaia di immagini e video.
Il punto, allora, non è derubricare il fatto come una mera teoria complottista, il punto è esattamente l’opposto, quello di pretendere che ogni documento venga letto, verificato, contestualizzato e, quando emergano elementi penalmente rilevanti, sottoposto alle autorità competenti.
Pertanto, è proprio questa la vera questione che sembra sfuggire agli scettici professionisti: tra la credulità assoluta e l’indifferenza assoluta esiste una terza via, quella dell’inchiesta.
Le carte Epstein contengono riferimenti a una rete internazionale di relazioni nella quale compaiono esponenti della finanza, della politica, dello spettacolo, dell’accademia e di ambienti istituzionali.
Sebbene sia irrefutabile che in uno Stato di diritto si debba rispettare il caposaldo costituzionale secondo il quale un nome presente in una rubrica, in una fotografia, in un’agenda o in una e-mail non costituisce, di per sé, prova di un reato, parimenti questo principio garantista non può essere utilizzato come pretesto per non approfondire nulla o per delegittimare il tutto come mere “teorie complottiste”.
In sostanza, per essere più esplicativo, il fatto che una persona non possa essere accusata soltanto perché compare nei documenti non significa che i documenti non debbano essere analizzati, tanto più che essi stessi potrebbero essere prodromici a delle doverose indagini giudiziarie.
Inoltre, ancora più delicata è la parte delle carte nella quale compaiono riferimenti a presunti rituali, sacrifici (anche e soprattutto di bambini) e pratiche di natura estremamente subumana.
Alcuni documenti hanno riportato alla ribalta dichiarazioni di persone che sostengono di essere state invitate o coinvolte in presunti “sacrifici” di bambini.
Tra queste, è riemersa la testimonianza dell’ex banchiere olandese Ronald Bernard, che ha raccontato di essere stato invitato a partecipare a presunti sacrifici all’estero.
Quindi, si tratta di una testimonianza assai rilevante e prodromica per una possibile prova giudiziaria dell’esistenza di una rete internazionale di sacrifici rituali.
Proprio da qui si dovrebbe cominciare (non finire) il lavoro giornalistico.
Una dichiarazione tanto grave non deve essere liquidata con indifferenza o peggio ancora con una risata, ma deve essere verificata.
Chi avrebbe organizzato questi presunti rituali? Dove? Quando? Chi avrebbe partecipato? Esistono riscontri indipendenti? Esistono vittime identificabili? Vi sono testimonianze convergenti? Vi sono movimenti finanziari, comunicazioni, fotografie, registrazioni o altri elementi forensi capaci di confermare o smentire quelle affermazioni?
La domanda più scomoda riguarda tuttavia la società contemporanea, perché davanti a milioni di pagine, e-mail e documenti, il dibattito pubblico oscilla continuamente fra due estremi ugualmente sterili: da una parte la spettacolarizzazione, dall’altra la rimozione.
La prima trasforma ogni nome in un colpevole, mentre la seconda derubrica arbitrariamente ogni elemento inquietante in una “teoria del complotto” e, quindi, non meritevole di verifica.
Tutto ciò rappresenta apoditticamente uno strumento di nefasta distrazione di massa, molto pericolosa, anche perché le carte hanno già dimostrato che la realtà della vicenda Epstein non apparteneva alla fantasia.
Il sistema di sfruttamento sessuale di ragazze minorenni non era una leggenda della rete, Epstein era stato condannato nel 2008 e Maxwell è stata successivamente condannata per reati connessi al reclutamento e all’abuso di minorenni.
Il Dipartimento di Giustizia ha sostenuto di non avere trovato una “client list” nel senso spesso evocato nel dibattito pubblico e ha affermato di non aver individuato elementi tali da fondare indagini nei confronti di soggetti terzi non incriminati.
Questo, però, non dovrebbe chiudere la discussione, anzi dovrebbe renderla più rigorosa, in quanto sussiste una questione che merita una risposta molto più seria di quella offerta dal circuito dei social network: che cosa emerge realmente dalla lettura integrale delle comunicazioni di Epstein? Quali rapporti erano semplicemente mondani o professionali? Quali invece meritano ulteriori accertamenti? Quali nomi compaiono ripetutamente? Quali soggetti avevano conoscenza delle attività criminali? Quali informazioni erano disponibili e quando? E soprattutto: esistono documenti che siano stati ignorati, sottovalutati o non adeguatamente investigati?
Inoltre, a tal proposito, è opportuno evidenziare che il 5 settembre 2026 la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, per l’ipotesi di violenza sessuale collegata agli Epstein Files, chiedendo attraverso una rogatoria internazionale al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti l’acquisizione della documentazione relativa ai contatti italiani e, soprattutto, degli atti che non sono ancora stati resi pubblici.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Arcuri, nasce dall’esposto presentato il 26 marzo dall’associazione Differenza Donna, che ha segnalato possibili profili transnazionali di tratta, violenza e sfruttamento sessuale di donne, ragazze e minori.
Nei documenti esaminati compaiono riferimenti ricorrenti a Capri, alla Costiera Amalfitana, alla Costa Smeralda, a Milano e a Roma, oltre a rapporti con ambienti economici e sociali di rilievo internazionale. La circostanza è di straordinaria importanza, perché per la prima volta anche la magistratura italiana entra direttamente nel capitolo più controverso degli Epstein Files, quello relativo alla possibile presenza di una rete, o di singoli segmenti di una rete, operante anche attraverso il territorio italiano.
Proprio perché esiste ora un procedimento penale, l’opinione pubblica non dovrebbe perdere alcun interesse e dovrebbe esigere maggiori inchieste di approfondimento sull’orribile tema, anche e soprattutto da parte dei media.
L’obiettivo delle inchieste dovrebbe essere proprio quello di palesare se dalle relazioni e frequentazioni indagate possano emergere delle eventuali condotte penalmente rilevanti e di verificare, documento dopo documento, se dietro i nomi, gli spostamenti e contatti emergano dei reati.
L’opinione pubblica non dovrebbe pretendere una nuova caccia al nome eccellente, ma la ricostruzione rigorosa di eventuali responsabilità.
Il caso Epstein è diventato così enorme da produrre persino un effetto paradossale: l’eccesso di informazioni rischia di diventare una forma di censura.
Milioni di pagine possono essere pubblicate e contemporaneamente nessuno può materialmente leggerle tutte.
Dunque, l’archivio diventa pubblico, ma la conoscenza rimane selettiva e il potere dell’informazione si trasferisce a chi decide quali documenti mostrare, quali nomi rilanciare e quali pagine lasciare nell’ombra.
Pertanto, è qui che la responsabilità passa anche alla stampa, perché non servono nuove “liste” costruite arbitrariamente sui social, ma servono cronisti, magistrati, investigatori, studiosi e fact-checker capaci di lavorare sui documenti originali.
In particolare, serve soprattutto una regola, ossia che ogni accusa deve avere un riscontro e ogni riscontro deve essere verificato.
Perché la vera domanda è se siamo disposti a esaminare tutto ciò che merita di essere esaminato ed è proprio questo il punto più decisivo.
Non la presunta esistenza di una misteriosa “lista dei potenti”, formula giornalisticamente seducente ma giuridicamente ambigua, non la fotografia di un personaggio famoso accanto a Epstein, non il nome di un politico o di un artista in una rubrica telefonica, la questione davvero dirimente è un’altra: se nei documenti esistono elementi potenzialmente rilevanti per accertare la loro responsabilità e per far emergere una rete criminale.
Pertanto, nessuna fama, nessuna posizione istituzionale dovrebbe trasformarsi in uno scudo contro l’accertamento.
Se la giustizia non deve essere applicata per insinuazione, tanto meno deve essere esercitata per omissione, perché le vittime di Epstein hanno diritto alla verità e la società ha diritto di sapere quali fatti siano realmente avvenuti.
Il vero scandalo, dunque, non sarebbe soltanto ciò che eventualmente ancora non conosciamo, ma sarebbe soprattutto la nostra crescente incapacità di distinguere tra ciò che è provato, ciò che è documentato, ciò che è riferito e ciò che è soltanto raccontato.
Per questo le carte Epstein dovrebbero essere meticolosamente approfondite e poste sotto la lente d’ingrandimento non solo della Giustizia, ma anche dei media e di tutta la cittadinanza, in modo serio e senza alcuna remora.
Esse dovrebbero essere studiate, una pagina alla volta, un’e-mail alla volta, un nome alla volta, in particolare quando nelle comunicazioni compaiono riferimenti a bambini, violenze o presunti rituali.
Perché davanti a un sospetto che riguarda l’infanzia o i minori la risposta di una società civile non può essere l’indifferenza, ma deve essere l’indagine e un’indagine seria deve arrivare fino in fondo, qualunque sia il nome scritto che possa essere trovato.
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 11:03
