“Prima ti fanno paura, poi ti vendono la soluzione” in questa frase, tanto semplice quanto inquietante, è racchiusa una delle questioni più delicate della medicina contemporanea: dove finisce la cura e dove comincia il mercato?
A porre il problema sono alcuni medici che, con parole durissime, denunciano quello che considerano un progressivo snaturamento della professione sanitaria.
Un’accusa che non può essere generalizzata all’intero sistema sanitario, né trasformata automaticamente in un fatto provato, ma proprio per la sua radicalità merita di essere analizzata.
Perché dietro lo sfogo esiste una questione reale, studiata da oltre trent’anni: il cosiddetto disease mongering, espressione con la quale si descrive la tendenza ad ampliare il perimetro della malattia fino a comprendere condizioni sempre più lievi, fattori di rischio, stati fisiologici o esperienze della vita quotidiana.
Ciò non significa necessariamente “inventare” una malattia dal nulla, in quanto il meccanismo può essere molto più sofisticato, ossia quello di modificare la percezione sociale di una condizione, enfatizzarne i possibili rischi, abbassare progressivamente la soglia diagnostica e, contemporaneamente, rendere disponibile una risposta terapeutica.
Questo è il tema affrontato già nel 1992 da Lynn Payer in Disease-Mongers: How Doctors, Drug Companies, and Insurers Are Making You Feel Sick e nel 2005 da Ray Moynihan e Alan Cassels, con Selling Sickness: How Drug Companies Are Turning Us All Into Patients, i quali hanno descritto il fenomeno come una trasformazione delle persone in potenziali “pazienti” attraverso l’espansione dei confini della malattia.
Il meccanismo è particolarmente potente quando entra in gioco la paura con diagnosi come le seguenti: “Aumenta il rischio cardiovascolare” o “Potresti sviluppare questa patologia” o “Devi intervenire prima che sia troppo tardi”.
Le suddette espressioni sono formule che possono avere una piena legittimità scientifica se inserite nel corretto contesto clinico, ma il problema nasce quando il linguaggio del rischio viene separato dalla sua dimensione statistica e trasformato in una minaccia individuale percepita come imminente.
Infatti, le persone comuni difficilmente sono in grado di distingue tra rischio relativo e rischio assoluto e un aumento percentuale può apparire enorme se non viene spiegato quale sia il rischio effettivo di partenza e così la prevenzione rischia di trasformarsi in un sentimento permanente di vulnerabilità ed è proprio qui che la comunicazione sanitaria può diventare terreno di mercato.
La menopausa costituisce uno degli esempi più evidenti, perché la menopausa fisiologica non è una malattia, ma consiste in una fase biologica della vita della donna.
Questo, però, non significa affatto che i suoi sintomi debbano essere ignorati, i disturbi importanti del sonno, vampate severe, sintomi genito-urinari o altre manifestazioni possono compromettere significativamente la qualità della vita e meritare un’appropriata valutazione medica.
La distinzione è fondamentale e consiste nel fatto di avere contezza che non è la menopausa in quanto tale a dover essere “curata”, ma la persona che, in quella fase della vita, presenta condizioni o sintomi che possono beneficiare di un intervento clinico.
Il problema emerge quando questa distinzione viene cancellata dal linguaggio commerciale, perché una donna che entra nella menopausa non è automaticamente una paziente e un aumento fisiologico del rischio associato all'età non equivale automaticamente a una malattia.
Un fattore di rischio non è necessariamente una patologia e una possibilità futura non coincide con una diagnosi presente e lo stesso interrogativo riguarda l’infanzia.
Un bambino vivace non è necessariamente affetto da Adhd, un adolescente oppositivo non è automaticamente portatore di una sindrome psichiatrica un anziano che dimentica occasionalmente un appuntamento non è per questo affetto da una malattia neuro-cognitiva.
Naturalmente esistono disturbi autentici che richiedono diagnosi, trattamento e assistenza, negare questo dato sarebbe altrettanto pericoloso della medicalizzazione indiscriminata, ma il punto è stabilire la soglia corretta tra comportamento, variabilità individuale e patologia ed è proprio questa soglia che può diventare economicamente rilevante.
Più ampio è il perimetro della malattia, maggiore può essere il numero delle persone sottoposte a screening, diagnosi, monitoraggio e trattamento, non occorre immaginare una gigantesca cospirazione. Pertanto, è sufficiente osservare gli incentivi economici che possono operare all’interno di un sistema complesso nel quale ricerca, industria, comunicazione, professionisti e pazienti interagiscono continuamente ed è qui emerge la questione dei conflitti di interesse.
Un’industria farmaceutica ha, legittimamente, l’obiettivo di sviluppare e commercializzare prodotti, il medico ha invece un dovere primario nei confronti del paziente, come il giornalista deve informare e il ricercatore deve produrre conoscenza affidabile, a sua volta il paziente deve poter decidere sulla base di informazioni comprensibili e non manipolative.
Quando questi ruoli si sovrappongono senza adeguata trasparenza, il rischio non è soltanto economico, ma diviene epistemologico, diventando, altresì, difficile distinguere ciò che nasce da un reale bisogno clinico da ciò che contribuisce (consapevolmente o inconsapevolmente) alla costruzione di un nuovo mercato e la questione è particolarmente delicata soprattutto nel campo della prevenzione.
Nello specifico, prevenire significa intervenire prima che una malattia produca le sue conseguenze, ciò rappresenta una delle più grandi conquiste della medicina moderna, ma la prevenzione e trattamento non sono sinonimi e soprattutto prevenzione non significa necessariamente farmacologizzazione della popolazione.
Ogni intervento preventivo dovrebbe essere valutato alla luce del rapporto tra benefici attesi, rischi, costi e caratteristiche individuali del paziente.
In altre parole, la domanda corretta non è “questo farmaco funziona?”, ma dovrebbe essere “per questa persona, in queste condizioni, il beneficio atteso giustifica i rischi e gli effetti indesiderati?”, pur sembrando una domanda banale, essa in realtà è dirimente.
La medicina basata sull’evidenza e quindi secondo una modalità epistemologica, non può limitarsi alla pubblicazione di uno studio favorevole a una determinata terapia, ma deve considerare la qualità complessiva delle prove, la dimensione dell’effetto, gli esiti clinicamente rilevanti, gli effetti avversi e la trasferibilità dei risultati alla singola persona, essa deve soprattutto evitare che il dato statistico diventi una sentenza individuale.
Il rischio cardiometabolico esiste, l’obesità è una condizione clinica rilevante, le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di morte, i disturbi neuro-cognitivi esistono, l’Adhd esiste, i disturbi del sonno esistono, ma proprio perché queste condizioni sono reali, non hanno bisogno di essere gonfiate artificialmente.
Una medicina autorevole non ha bisogno di terrorizzare il paziente, ma deve essere esplicativa nei suoi confronti, spiegargli cosa accade e spiegare significa dire anche quando una terapia non è necessaria. Invero, significa riconoscere l’incertezza quando l’evidenza non è conclusiva, significa distinguere un beneficio assoluto da uno relativo, significa comunicare i possibili effetti avversi con la stessa enfasi con cui si comunicano i benefici e significa soprattutto restituire al paziente la possibilità di scegliere.
Il rischio più grave della medicalizzazione non è soltanto quello di spendere denaro inutilmente, ma anche e soprattutto quello di cambiare la percezione che l’individuo ha di sé stesso.
Se una donna viene continuamente descritta come “a rischio” perché sta attraversando una fase fisiologica della vita, potrebbe iniziare a percepirsi come malata.
Se ogni normale variazione del comportamento infantile viene interpretata come un sintomo, il bambino può essere identificato con la propria diagnosi.
Se ogni dimenticanza dell’anziano viene patologizzata, l’invecchiamento stesso può diventare una malattia.
Proprio in questo atteggiamento risiede il paradosso, perché una società ossessionata dalla salute può finire per produrre una popolazione che si percepisce permanentemente malata.
Il problema, dunque, non è scegliere tra medicina e antimedicalismo, ma è difendere la medicina dalla sua possibile trasformazione in semplice mercato.
Il medico deve poter prescrivere senza pressioni indebite, i conflitti di interesse devono essere dichiarati, la pubblicità sanitaria deve essere sottoposta a controlli rigorosi e il linguaggio del rischio deve essere comprensibile, proporzionato e verificabile.
Perché il confine tra cura e commercio non passa necessariamente attraverso la prescrizione di un farmaco.
La sfida della medicina contemporanea è allora quella di recuperare una distinzione essenziale: non tutto ciò che è diverso dalla norma è una malattia; non tutto ciò che comporta un rischio richiede un farmaco; non tutto ciò che può essere trattato deve necessariamente essere trattato.
Pertanto, è questa la vera frontiera di una medicina libera, ossia quella medicina capace di guardare il paziente non come un consumatore di prestazioni sanitarie, ma come una persona da tutelare anche dall'eccesso di medicalizzazione.
Curare quando occorre. Prevenire quando serve. Informare sempre.
Aggiornato il 01 settembre 2026 alle ore 11:10
