Dal palco del Meeting di Rimini, il cardinale Matteo Zuppi rilancia con forza il tema dell’immigrazione e attacca quella che definisce una “stupida e volgare polarizzazione” che, a suo giudizio, ha finito per impoverire il dibattito pubblico italiano. Il presidente della Conferenza episcopale italiana invita a non confondere piani diversi e a non trasformare il tema dei migranti in una contrapposizione ideologica permanente.
Il punto di partenza del ragionamento di Zuppi è netto: salvare una persona che rischia di morire in mare non significa automaticamente consentire a chiunque di entrare in un Paese. Sono due questioni diverse, che devono essere affrontate con strumenti diversi. Da una parte c’è il dovere di soccorrere chi è in pericolo; dall’altra ci sono la gestione dei flussi, le procedure di ingresso, il diritto d’asilo, i rimpatri e il rispetto della legalità.
È proprio questa distinzione, secondo il cardinale, che viene spesso cancellata dal dibattito politico e mediatico. Il salvataggio in mare viene presentato come sinonimo di apertura indiscriminata delle frontiere, mentre per Zuppi si tratta di un collegamento che non ha fondamento. “Salvare tutti non significa che entrino tutti”, ha chiarito, sostenendo che la lotta all’immigrazione irregolare dovrebbe essere affrontata attraverso “regolarizzazione” e “legalizzazione”, cioè aumentando e rendendo più efficaci i percorsi legali.
Nel suo discorso torna così un concetto centrale: l’illegalità, secondo Zuppi, non si combatte semplicemente con la chiusura. Il problema è anche offrire alternative concrete ai percorsi clandestini gestiti dai trafficanti. Una politica capace di governare i flussi, sostiene il presidente della Cei, dovrebbe riuscire a coniugare accoglienza e regole, umanità e controllo, solidarietà e responsabilità.
Il ragionamento si collega direttamente alle parole pronunciate pochi giorni prima da Papa Leone XIV, secondo cui “prima dei confini vengono le persone”. Per Zuppi è un principio che non può essere messo in discussione. La tutela delle frontiere resta una prerogativa degli Stati, ma non può diventare il criterio attraverso cui valutare il valore della vita umana.
Il cardinale mette quindi in guardia dal rischio che l’Europa si trasformi in una serie di “enclave” difensive, costruite soprattutto sulla paura. E cita le tragedie che continuano a verificarsi ai confini europei, dal Mediterraneo a Ceuta, come il segno concreto di una crisi che non può essere affrontata soltanto attraverso la deterrenza.
Il Mediterraneo, del resto, continua a essere il luogo in cui la contraddizione delle politiche migratorie europee appare in tutta la sua evidenza. Da una parte gli Stati cercano di impedire partenze e ingressi irregolari; dall’altra, lungo le rotte gestite dai trafficanti, continuano a verificarsi naufragi e morti. È dentro questa realtà che Zuppi inserisce il richiamo al dovere di salvare le persone.
L’obiettivo, per la Chiesa italiana, dovrebbe essere quello di costruire un’Europa più “coesa e solidale”, capace di affrontare il fenomeno migratorio come una questione comune e non come un problema da scaricare sui Paesi maggiormente esposti alle frontiere esterne.
Ma il discorso di Rimini va oltre la dimensione umanitaria. Zuppi lega l’accoglienza anche al futuro dell’Europa. In un continente segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crisi demografica, sostiene il cardinale, l’immigrazione non può essere considerata soltanto come un’emergenza da contenere. Può diventare anche una risorsa, a condizione che venga governata, accompagnata e trasformata in integrazione.
Da qui l’affermazione secondo cui “più accoglienza è più futuro”. Non un invito ad abbattere le regole, ma l’idea che una società possa crescere anche attraverso la propria capacità di accogliere e integrare persone provenienti da altri Paesi.
È un passaggio importante perché sposta il tema migratorio dalla sola dimensione della sicurezza a quella più ampia dello sviluppo sociale ed economico. Accogliere, in questa prospettiva, non significa soltanto offrire protezione a chi arriva, ma costruire percorsi di lavoro, formazione, inserimento e convivenza.
Zuppi porta poi lo sguardo oltre il Mediterraneo e oltre il tema delle migrazioni. Il cardinale interviene sulla situazione in Cisgiordania, definendola “inaccettabile” per il modo in cui, a suo giudizio, vengono calpestati e umiliati i diritti umani, in particolare quelli della popolazione araba.
Anche qui il suo richiamo è alla tutela della persona e alla necessità di impedire che la violenza renda impossibile qualsiasi prospettiva di convivenza. La posizione della Chiesa italiana, sottolinea Zuppi, resta quella di sostenere la popolazione civile e continuare a garantire aiuti alle comunità colpite dal conflitto, in collaborazione con il Patriarcato latino di Gerusalemme.
Il filo che unisce i due temi, quello migratorio e quello mediorientale, è per Zuppi sempre lo stesso: la dignità della persona non può essere subordinata alla logica dei confini, delle emergenze o degli schieramenti politici.
Il cardinale sembra così voler sottrarre il dibattito a una contrapposizione diventata ormai strutturale. Da una parte chi interpreta ogni apertura come un rischio per la sicurezza; dall’altra chi vede in ogni misura di controllo un cedimento sul piano dei diritti. Zuppi invita invece a tenere insieme le due esigenze.
Salvare le persone, dunque, senza rinunciare alle regole. Difendere i confini, senza trasformarli in luoghi in cui la dignità umana può essere sospesa. Contrastare l’immigrazione irregolare, ma attraverso percorsi legali più efficaci. E soprattutto evitare che il fenomeno migratorio venga utilizzato come strumento permanente di contrapposizione politica.
Il messaggio lanciato dal Meeting di Rimini è in fondo tutto qui. Per Zuppi, l’Europa non può limitarsi a scegliere fra apertura e chiusura. Deve dimostrare di essere capace di governare i flussi, garantire la sicurezza e allo stesso tempo difendere la vita e i diritti delle persone.
Perché, nella sua prospettiva, il problema non è decidere se le frontiere debbano esistere. Il problema è decidere che cosa deve venire prima quando una frontiera incontra una persona.
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 13:47
