Ci sono storie che nascono dal dolore ma scelgono di trasformarsi in speranza. Catia Acquesta, presidente dell’associazione “Alleati con Te”, ha trasformato la propria esperienza di violenza in un impegno concreto a sostegno delle vittime. In questa intervista racconta il valore della prevenzione, dell’ascolto e della responsabilità collettiva nella costruzione di una società libera dalla violenza.
Qual è stato il momento in cui ha deciso che la sua storia poteva diventare uno strumento per aiutare altre donne?
Il momento decisivo è arrivato quando ho capito che il silenzio non protegge, ma isola. Dopo aver vissuto sulla mia pelle il peso della violenza, mi sono trovata a un bivio: lasciare che quel dolore mi consumasse o trasformarlo in un'energia capace di fare la differenza. Ho scelto la seconda strada.
Come giornalista e scrittrice, ho sempre creduto nella forza della parola e delle storie. I miei libri nascono proprio da questo: dal desiderio di dare voce e visibilità a tutte quelle donne che non hanno avuto la forza, il coraggio o la possibilità di far sentire la propria. Ho capito che rendere pubblica la mia esperienza e raccontare queste storie non significa soltanto fare memoria, ma abbattere un muro di solitudine per tantissime altre persone. Volevo dimostrare che uscire dall’incubo è possibile e che la sofferenza, se condivisa e trasformata, può diventare bellezza, riscatto e una guida sicura per chi deve ancora ritrovare la propria voce.
“Alleati con Te” nasce con l’obiettivo di contrastare la violenza sulle donne, ma anche di costruire una rete di sostegno concreta. Quali sono oggi le principali attività dell’associazione e quali risultati vi rendono più orgogliosi?
“Alleati con Te” lavora ogni giorno per portare aiuto dove c’è più bisogno, abbattendo la barriera dell’esitazione. La nostra missione è intercettare la richiesta d’aiuto prima che sia troppo tardi, incontrando le persone nei luoghi della loro quotidianità.
Tra le nostre iniziative di cui vado più orgogliosa c’è l’apertura dei centri di ascolto nelle parrocchie delle periferie d’Italia e nei saloni di bellezza e parrucchieri. La parrocchia rappresenta un punto di riferimento fondamentale e sicuro nei contesti urbani più complessi; il salone di bellezza, d’altro canto, è uno spazio protetto, informale e intimo, dove la donna si prende cura di sé e può trovare il coraggio di confidarsi. Creare presidi di ascolto in questi luoghi significa portare la rete di protezione direttamente all'interno del tessuto sociale reale.
Ogni giorno la cronaca racconta nuovi episodi di femminicidio e di violenza domestica. Secondo lei, cosa manca ancora nel nostro Paese per trasformare la prevenzione in una vera priorità culturale e sociale?
Nel nostro Paese mancano ancora la continuità strutturale e un vero cambio di passo culturale. Spesso si interviene sull’emergenza, rincorrendo la cronaca con leggi o misure repressive, che sono fondamentali ma arrivano quando il danno è purtroppo già stato compiuto.
Per fare vera prevenzione occorre sradicare la cultura del possesso e del controllo che ancora scorre sotterranea in molti contesti. Serve una formazione capillare e obbligatoria per tutti gli operatori (forze dell’ordine, magistrati, personale sanitario) e, soprattutto, investimenti stabili e a lungo termine sulla cultura dell’uguaglianza. La prevenzione non deve essere un evento o una ricorrenza sul calendario, ma una politica sociale quotidiana.
Lei sostiene spesso che la lotta alla violenza non riguarda solo le donne, ma l’intera società. Quale ruolo devono avere gli uomini in questo cambiamento e perché è fondamentale che diventino davvero “alleati”?
La violenza sulle donne non è un “problema delle donne”: è un problema degli uomini e dell’intera società. Gli uomini devono smettere di considerarsi spettatori estranei o, nel migliore dei casi, difensori paternalisti. Devono diventare alleati attivi.
Essere alleati significa mettersi in discussione, denunciare il sessismo quotidiano, rifiutare le dinamiche di complicità tra colleghi o amici ed educare altri uomini al rispetto. Senza il coinvolgimento diretto del mondo maschile non ci potrà mai essere una reale rivoluzione culturale. È su questo ponte di alleanza reciproca che si costruisce una società veramente libera dalla violenza.
L’educazione al rispetto è uno dei temi più urgenti, soprattutto tra i giovani. Quanto è importante entrare nelle scuole per insegnare il valore delle relazioni sane, dell’empatia e del consenso?
È fondamentale, è la nostra vera assicurazione sul futuro. Io vado spesso nelle scuole portando i miei libri come strumento di confronto e, soprattutto, mettendomi in un atteggiamento di profondo ascolto dei giovani. I ragazzi hanno un bisogno immenso di essere ascoltati, di specchiarsi in storie reali e di trovare punti di riferimento credibili.
Attraverso le pagine dei miei libri e il dialogo diretto nelle aule scolastiche, insegniamo che l’amore non ha nulla a che fare con il possesso, con la gelosia tossica o con la pretesa di controllo. Dobbiamo parlare ai giovani di consenso, di gestione delle emozioni e del rispetto reciproco. Se insegniamo loro a riconoscere i primi segnali di una relazione malata e offriamo uno spazio dove esprimere le proprie fragilità, stiamo gettando le basi per adulti capaci di costruire affetti sani e liberi.
Se oggi potesse rivolgere un messaggio a una donna che vive una situazione di violenza e teme di chiedere aiuto, cosa le direbbe? E quale appello vuole lanciare alle istituzioni e ai cittadini affinché nessuna donna si senta più sola?
A una donna che sta soffrendo in silenzio dico: non sei sola e non hai alcuna colpa. La paura che provi è naturale, ma la violenza non è il tuo destino. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, è il primo atto di libertà e di amore verso te stessa. Noi ci siamo, ci sono reti pronte ad accoglierti senza giudicarti e a proteggerti. Fai quel primo passo: dall'altra parte troverai mani tese pronte a sostenerti.
Alle istituzioni e ai cittadini lancio un appello chiaro: Non lasciamo sole le donne e le associazioni che lottano in prima linea. Le istituzioni garantiscano tempi di risposta rapidi, risorse certe e protezione reale a chi denuncia. E ai cittadini dico: facciamo attenzione a chi ci sta accanto. La tutela delle vittime passa dal rifiuto dell’indifferenza: ognuno di noi può e deve essere un presidio di protezione e di ascolto.
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 13:33
