La vera storia del disastro di Chernobyl

Quarant’anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, iniziava la rapida serie di eventi che portò all’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Chernobyl. A tutt’oggi è di gran lunga il più grave incidente nucleare della storia: come spiega Rainer Zitelmann in un articolo pubblicato in versione integrale sul sito dell’Ibl, la tragedia non fu semplicemente un errore umano, ma il segno del fallimento di un intero sistema, quello sovietico. Allo stesso tema è dedicata una puntata speciale dei Leoni Files - Dossier, con la partecipazione del giornalista scientifico, divulgatore e autore di Superquark, Lorenzo Pinna. L’intervista, condotta da Carlo Stagnaro, sarà online dalle ore 12 di domani al seguente link 

Domani, 26 aprile 2026, ricorre il 40° anniversario della catastrofe nota come “Chernobyl”. Quello che probabilmente la maggior parte delle persone non sa è che questa centrale nucleare portava con orgoglio il nome ufficiale di Vladimir Lenin, in onore della figura simbolo del comunismo e fondatore dello Stato sovietico.

Nel suo lavoro Midnight in Chernobyl, il giornalista britannico Adam Higginbotham ha dimostrato che il più grande disastro nucleare mai avvenuto al mondo fu il risultato diretto di problemi endemici presenti a quasi ogni livello del sistema economico sovietico. Il tetto della sala turbine della centrale era ricoperto di bitume altamente infiammabile, sebbene ciò fosse contrario ai regolamenti. Il motivo: il materiale ignifugo che avrebbe dovuto essere impiegato non veniva nemmeno prodotto nell’Urss. Il calcestruzzo era difettoso e gli operai non disponevano di utensili elettrici: un gruppo di agenti e informatori del KGB presso la centrale segnalò una serie continua di difetti di costruzione. Inoltre, quando il quarto reattore era ormai vicino al completamento, un importante test di sicurezza sulle turbine non era ancora stato ultimato entro la scadenza imposta da Mosca per il 31 dicembre 1983.

Le indagini condotte in Unione Sovietica dopo l’incidente confermarono che il tipo di reattore Rbmk non era conforme agli standard di sicurezza moderni e che, già prima dell’incidente, non sarebbe mai stato autorizzato al di fuori dei confini dell’Urss. “L’incidente era inevitabile. Se non fosse accaduto qui e ora, sarebbe accaduto in qualche altro punto”, ammise il Primo Ministro dell’Urss Nikolaj Ryzhkov.

Le autorità sovietiche inizialmente cercarono di insabbiare la reale portata, proprio come avevano nascosto una lunga catena di incidenti precedenti nelle centrali nucleari. Ma Valerij Legasov, vicedirettore dell’Istituto sovietico per l’energia atomica, giunse infine alla conclusione che fosse il “profondo fallimento dell’esperimento sociale sovietico, e non semplicemente una manciata di imprudenti operatori del reattore, a essere responsabile della catastrofe”. In un’intervista alla rivista letteraria Novy Mir, avvertì che un’altra tragedia come Chernobyl avrebbe potuto verificarsi in qualsiasi momento in una qualsiasi delle altre centrali nucleari Rbmk dell’Urss

Le cause erano radicate così profondamente nella struttura dell’economia pianificata che i tentativi dei politici e degli scienziati sovietici di cambiare le cose dopo il disastro non ebbero successo. Nei dodici mesi successivi al disastro si verificarono 320 guasti alle apparecchiature nelle centrali nucleari sovietiche, e 160 di essi avevano portato all’arresto di emergenza dei reattori.

(*) Tratto da Ibl

Aggiornato il 27 aprile 2026 alle ore 10:52