Colmare il Water Divide: una strategia europea per l’Italia che ha sete

Il divario idrico tra Nord e Sud Italia non è più soltanto una questione infrastrutturale: è diventato un indicatore strutturale della qualità dello sviluppo nazionale. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla crescente competizione per le risorse, l’acqua assume una centralità strategica paragonabile a quella dell’energia. Eppure, l’Italia continua a presentarsi come un sistema duale, nel quale l’efficienza del servizio idrico varia profondamente da territorio a territorio. Nel Mezzogiorno, le perdite di rete raggiungono livelli che oscillano tra il 45 per cento e il 55 per cento, contro una media europea compresa tra il 15 per cento e il 20 per cento. Questo significa che quasi metà dell’acqua immessa nel sistema si disperde prima di raggiungere utenti, imprese e agricoltura. Il confronto con realtà come la Germania o i Paesi Bassi è impietoso: qui le perdite scendono rispettivamente sotto il 10 per cento e addirittura sotto il 5 per cento, grazie a sistemi infrastrutturali moderni, gestione industriale integrata e uso intensivo di tecnologie digitali. Anche la Spagna, pur caratterizzata da condizioni climatiche più difficili, ha saputo costruire un modello avanzato fondato su riuso delle acque e desalinizzazione.

Il problema italiano, dunque, non è la scarsità assoluta di risorsa, ma la sua cattiva gestione. E proprio per questo il momento attuale rappresenta un passaggio decisivo. Con il Pnrr, i fondi strutturali europei e le risorse nazionali, il settore idrico dispone oggi di una dotazione finanziaria senza precedenti. Mai, nella storia recente, l’Italia ha avuto a disposizione una tale massa critica di investimenti concentrati in un arco temporale così ristretto. Tuttavia, come spesso accaduto in passato, il rischio non è la mancanza di fondi, ma la loro dispersione in interventi frammentari, privi di una visione sistemica. Per evitare questo esito, è necessario adottare un approccio che potremmo definire di “politica industriale dell’acqua”, fondato su obiettivi misurabili, indicatori di performance e allineamento ai benchmark europei. In questa prospettiva, la prima priorità non può che essere la riduzione drastica delle perdite idriche. Senza un intervento massiccio sulle reti, ogni altra misura risulta inefficace. Ciò implica la sostituzione delle condotte obsolete, la distrettualizzazione dei sistemi e l’introduzione diffusa di tecnologie di monitoraggio intelligente. L’obiettivo realistico è ridurre le perdite al 25 per cento entro il 2030 e avvicinarsi alla soglia del 20 per cento entro il 2035, in linea con gli standard europei.

Accanto alla rete, il secondo pilastro è rappresentato dalle infrastrutture di accumulo. L’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, soffre di un paradosso: piogge intense ma incapacità di trattenerne gli effetti. Senza invasi, bacini e sistemi di stoccaggio, ogni evento meteorico si trasforma in un’occasione mancata. In questo ambito, l’obiettivo deve essere un incremento significativo della capacità di accumulo, accompagnato da una migliore integrazione tra i diversi bacini idrici. Tuttavia, le infrastrutture da sole non bastano. Il nodo centrale resta quello della governance. L’esperienza europea dimostra che i sistemi più efficienti sono quelli caratterizzati da una gestione industriale integrata, con operatori solidi, dimensioni adeguate e capacità di investimento. In Italia, e soprattutto nel Sud, la frammentazione gestionale continua a rappresentare un ostacolo decisivo. Il completamento degli Ambiti territoriali ottimali e la riduzione del numero dei gestori costituiscono passaggi imprescindibili per garantire efficienza e sostenibilità.

A questa criticità si aggiunge un problema spesso sottovalutato: la capacità amministrativa. Il divario tra Nord e Sud non si manifesta soltanto nei risultati, ma anche nei processi. Molti enti locali meridionali non dispongono delle competenze tecniche necessarie per progettare e gestire interventi complessi. Di conseguenza, le risorse disponibili restano inutilizzate o vengono impiegate con ritardo. Per colmare questo gap è necessario un intervento straordinario di supporto tecnico, attraverso task force nazionali, modelli di progettazione centralizzata e procedure semplificate. Infine, vi è il tema dell’innovazione. In un contesto segnato dalla scarsità crescente di risorsa, il futuro del settore idrico passa attraverso il riuso delle acque reflue, la desalinizzazione e l’introduzione di tecnologie avanzate nell’agricoltura. In Paesi come la Spagna, queste soluzioni rappresentano già una componente strutturale del sistema. In Italia, invece, restano ancora marginali. Portare il riuso delle acque a livelli compresi tra il 15 per cento e il 20 per cento nelle aree più esposte alla siccità costituirebbe un salto qualitativo decisivo.

Nel loro insieme, queste linee di intervento delineano una strategia che si sviluppa su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo. Nel breve termine, occorre accelerare l’attuazione dei progetti già finanziati, rafforzando la capacità di spesa e avviando i cantieri prioritari. Entro il 2030, l’obiettivo deve essere una riduzione significativa delle perdite e un aumento degli investimenti pro capite. Nel lungo periodo, tra il 2030 e il 2035, il sistema idrico italiano dovrà convergere verso gli standard europei, garantendo continuità del servizio, efficienza gestionale e resilienza climatica. Naturalmente, i rischi non mancano. Ritardi amministrativi, resistenze politiche, frammentazione istituzionale e inefficienze nella spesa rappresentano minacce concrete. Per questo è fondamentale introdurre meccanismi di condizionalità: i finanziamenti devono essere vincolati al raggiungimento di obiettivi precisi, misurati attraverso indicatori chiari e verificabili. Solo così sarà possibile evitare che le risorse si disperdano senza produrre effetti duraturi.

Ridurre il Water Divide non significa semplicemente colmare un ritardo storico del Mezzogiorno. Significa ripensare l’intero sistema idrico nazionale come infrastruttura strategica, capace di sostenere lo sviluppo economico, garantire coesione sociale e affrontare le sfide climatiche del futuro. In questa prospettiva, il Sud non deve essere visto come un problema, ma come il luogo in cui sperimentare nuove soluzioni, nuovi modelli di governance e nuove tecnologie. L’Italia si trova oggi davanti a un bivio. Può continuare a gestire l’acqua come un’emergenza, inseguendo crisi sempre più frequenti. Oppure può trasformarla in un asse portante della propria politica industriale e territoriale. La differenza, ancora una volta, non la farà la disponibilità di risorse. La farà la capacità di tradurle in una visione coerente, misurabile e orientata al futuro.

Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 11:24