Attraverso il dna ambientale, per la prima volta viene documentata la presenza di questa specie nell’area
Uno studio del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche (Deb) dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, condotto nell’ambito di un progetto promosso dal National Biodiversity Future Center e realizzato in collaborazione con il Gruppo Foca Monaca, ha documentato la presenza dell’animale in diversi siti del Tirreno Centrale, nell’area ricompresa tra l’Arcipelago Toscano a nord e l’Arcipelago Pontino a sud, grazie alla presenza di Dna nell’acqua.
Per l’esattezza, la ricerca coordinata dal professor Daniele Canestrelli, prorettore dell’Università della Tuscia e professore ordinario di ecologia al Dipartimento di scienze ecologiche e biologiche, è stata basata sull’analisi del Dna ambientale (eDna): la tecnica consente di individuare una specie attraverso le tracce genetiche rilasciate nell’acqua, senza bisogno di osservarla direttamente.
Con quasi 300 campioni raccolti tra il 2023 e il 2025 tra Arcipelago Toscano, costa continentale toscana e laziale e Arcipelago Pontino, i ricercatori sono riusciti a tracciare il Dna della foca monaca soprattutto in aree insulari, caratterizzate da coste rocciose e grotte marine: l’habitat ideale per l’attività riproduttiva di questa specie.
Il dato più rilevante riguarda l’Arcipelago Pontino: per la prima volta, infatti, viene documentato in modo certo il ritorno della specie in quest’area, dove finora gli avvistamenti non erano stati mai verificati.
La foca monaca (Monachus monachus) è uno dei pinnipedi più minacciati al mondo e l’unica specie di foca endemica del Mediterraneo. Nel corso del secolo scorso, la sua presenza ha subito un drammatico declino, ma i recenti avvistamenti avvenuti in Italia hanno ribaltato il suo status: da “probabilmente estinta” a “dati insufficienti”. Ragione per la quale sono necessari monitoraggi continui e studi sistematici per valutare meglio la sua presenza e lo stato di conservazione delle sue popolazioni.
Il professor Canestrelli ha dichiarato: “I risultati di questo studio rafforzano l’ipotesi di un progressivo ritorno della specie nel Mediterraneo occidentale e confermano il valore del Dna ambientale come strumento efficace per monitorare specie rare ed elusive senza che queste vengano disturbate. Soprattutto, questi risultati forniscono una base scientifica solida fondamentale per sviluppare strategie di conservazione mirate e per promuovere la tutela degli habitat costieri più idonei alla riproduzione della specie”.
Canestrelli ha inoltre spiegato: “La sfida che abbiamo davanti è chiara: sviluppare e promuovere strategie di conservazione e tutela della foca monaca che consentano di coniugare le esigenze ecologiche di questa specie iconica, rara e gravemente minacciata, con le esigenze socioeconomiche delle comunità delle piccole isole del Mediterraneo occidentale, zone che la foca sembra prediligere marcatamente”.
Aggiornato il 21 aprile 2026 alle ore 14:39
