Da Weimar a Garlasco

L’ossessione per la cronaca nera tra cinema e propaganda

Siegmund Ginzberg tempo fa descriveva alcuni aspetti della Repubblica di Weimar e dei successivi anni hitleriani (su Il Foglio). In quegli anni non si discuteva di politica o arte in decadenza o di cibi coreani. La Germania era ossessionata dalla cronaca nera e quasi non si parlava d’altro. Certo, il materiale non mancava: il serial killer Haarmann detto “Lupo mannaro” mangiava le sue vittime. Ernst Jünger, che predicava una rivoluzione conservatrice, prima di diventare nemico di Hitler, sostenne che i processi criminali erano diventati “una tribuna in cui gli individui fanno causa alla comunità”. Altri se le prendevano col cinema e i suoi eroi cupi e atroci. La realtà della cronaca nera influenzava anche la letteratura e l'arte espressionista.

Quanto al cinema, ricordiamo M- Il Mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931). Il protagonista Peter Lorre era un figlio della Repubblica di Weimar tedesca, nazione in cui convivevano i sogni di un socialismo dal volto umano e messianico portatore di pace e ricchezze, e i germi del totalitarismo nazista e di quello comunista sovietico. Peter Lorre è il perfetto simbolo di una nazione allo sbando, in cui ‒ come negli Stati Uniti della crisi del 1929 ‒ la massa vagabondava, fisicamente e culturalmente, in caccia di qualcosa di cui niente sapeva, ma che non era il “futuro migliore” di cui predicavano il governo e Rosa Luxemburg. 

Lorre scappò di casa a 15 anni. Diede un calcio alla famiglia e corse via verso un ignoto rivestito di nulla. Finì a lavorare nei teatrini che transumavano su un carro di paese in paese. Poi cominciò a recitare in teatri di second’ordine a Vienna e Zurigo. Ma il vero business della nuova cultura popolare era il cinema. Dopo aver recitato in un film di stampo espressionista, in cui il volto di Lorre era perfetto, grazie a occhi sporgenti come i respingenti di una vecchia locomotiva, Lorre fu notato da Fritz Lang, che lo volle protagonista di M, horror più che noir in cui l’attore adescava, stuprava e uccideva bambine. Il film ebbe un successo così strepitoso che Joseph Goebbels, responsabile della propaganda nazista, convocò Lang, proponendogli di diventare autore di film che fungessero da collante pro-nazista. Gli garantì immunità, anche se Lang era ebreo. A quel punto il regista preferì prima nicchiare e poi fuggire in America.

Negli anni hitleriani in Germania si girarono 1500 film. Alcuni riguardavano la cronaca nera così in voga anche nell’Italia di oggi, ma tutto finiva nel tritacarne politico. Ieri come oggi la propaganda era comunicazione e la comunicazione era propaganda ‒ esplicita o implicita ‒ cioè velata dall’arte e dalla trama hard boiled.

Ecco il perché dei 1500 film, una cifra iperbolica anche per Hollywood. Va detto che lo stesso succedeva anche nell’Italia dove Mussolini disse: “Il cinema è l’arte più forte”. In effetti nel Novecento fascista quasi tutti coloro che si intrigavano di arte ‒ a torto o a ragione ‒ furono catturati dalla voglia di fare film, da Gabriele D’Annunzio a Guido Gozzano.

Il testo di Ginzberg sulla passione tedesca per la cronaca giudiziaria, mi fa pensare alla grande eco dei processi di cronaca nera in questi anni vacui, da quelli ancora politici contro Enzo Tortora e a Silvio Berlusconi, a quello di Garlasco, e a una silloge di fatti e misfatti giudiziari di cui si ciba il vampirismo del lettore di giornali e del telespettatore dei nuovi ‒ e non gloriosi ‒ come i roaring twenties, ovvero i nuovi Anni Venti.

La passione per la cronaca nera mi ricorda il genio di Albert Camus, che meglio di tutti ha saputo indagare nell’anima dell’uomo-massa del Novecento.
Aggiungerei alle opere di Camus anche il fondamentale saggio La ribellione delle Masse (1929) di Ortega y Gasset, un testo profetico che metteva a nudo la macchina infernale dei media totalitaristi, e già spiegava il mondo caciaro e babbione di oggi, coi social e le altre cupole della Mala Comunicaçion e della Mala Politica, coi movimenti qualunquisti e trascina-popoli di questi anni.

Noi viviamo sotto il brutale imperio delle masse”, scriveva Ortega y Gasset. Masse che si esprimono col culto dell’atto eroico che, invece del mito romantico del Liberatore alla Garibaldi, adesso propone come eroi serial killer, ladri, dittatori, truffatori. Del resto, il primo atto comunicativo dell’essere umano è il pianto del neonato, che è una negazione (un No). Il riso, che invece indica approvazione (il Sì), viene dopo alcuni mesi. Ogni dialettica, ogni algoritmo, ha come primo passo la negazione. Ed è più facile dire No, sfanculare alla Beppe Grillo o come il movimento dei Forconi, piuttosto che costruire idee e atti cui sia possibile dire Sì.
Edgar Morin, in La testa ben fatta (1999) sosteneva che il primo obiettivo della didattica non dovrebbe essere quello di riempire il cranio del discente di nozioni e numeri, ma piuttosto quello di aiutarlo a costruirsi una ‒ appunto ‒ testa ben fatta, in grado di giudicare e agire in autonomia.

Tornando a Camus, autore della migliore analisi del nichilismo terrorista con L'Uomo in Rivolta del 1951 (L’homme revolté, in francese, significa anche “Rivoltato, messo a nudo”). Il romanzo Lo Straniero assume l’Indifferente di Democrito e dell’Oblomov di Ivan Gončarov come tipo dell’homo novus. Lo fa però in senso negativo e opposto a quello di chi non si fa trascinare dalle proprie emozioni o da ciò che suggerisce il potere mediatico-politico e giudiziario. Il protagonista de Lo Straniero è un “pied noir”, un colono francese in Algeria, che su una spiaggia ha sparato un intero caricatore contro un arabo. Dato che sia il giudice come l’avvocato sono francesi, Camus insinua che la condanna a morte non venga decretata per l’assassinio dell’arabo, o per il razzismo, ma per la sua incapacità di provare emozioni.
Penso a quei ragazzi “latinos” che in una stazione ferroviaria hanno ammazzato un altro ragazzo che (così sembra) aveva il torto di somigliare a colui che volevano punire. Il problema del Male nasce da ciò che Cristo e Nikolaj Gogol (per non parlare di Michail Bulgakov) definirebbero Morte dell’Anima, e Sigmund Freud Assenza o aborto della coscienza. In effetti una prova decisiva a carico dello Straniero è che non ha pianto al funerale di sua madre.

Nel successivo romanzo La Caduta (1956), Camus analizza la figura processuale dell’avvocato, che mette sotto accusa se stesso. Il filosofo e teologo René Girard sostiene che l’avvocato de La Caduta si è reso conto che la sua compassione per le vittime da lui difese, non era “cristiana”, cioè il disinteressato frutto di un amore per l’umanità. “La superiorità morale di cui si era ammantato era solo una forma più complessa di ipocrisia”. Insomma, lui screditava gli altri, inclusi giudici e pubblici ministeri, per dire a se stesso quant’era buono, quasi come un semideo greco “kagazòs” (buono perché bello e bello perché buono).

Ortega y Gasset descrisse una vicenda politica che tocca tutte le democrazie attuali. Quando una società si divide in gruppi contrapposti (pensiamo all’Italia dei partiti, in cui manca sempre la sintesi dialettica), la forza delle opinioni si “annulla reciprocamente”. Le persone si disinteressano di tutto, come lo Straniero di Camus. “Il vuoto lasciato dall’assenza di un’opinione pubblica lascia il posto alla forza bruta, che alla fine prende il potere come un surrogato”. Successe a Weimar, succede adesso, succede anche di fronte a un nemico esterno che attui una propaganda efficace. In questo modo i filo putiniani possono diffondere a piene mani le posizioni russe su Ucraina ed Europa, proprio grazie all’assenza di un’opinione pubblica autonoma in Italia.

Scrive Ginzberg “Dio ci salvi dall’ipocrisia di chi si ritiene moralmente superiore. In tutta la storia umana i peggiori delitti sono sempre stati quelli perpetrati fanaticamente a fin di bene”.
Questa è il vero tema del Giudizio Universale, in chiave non più michelangiolesca. Vladimir Putin è (forse) convinto di fare il bene dei russi quando ne manda un milione a morire in Ucraina. Ma anche le persone-massa, coloro che giudicano tutto e tutti dal loro palco digitale, non sono forse simili all’avvocato de La Caduta?

Stiamo sbagliando quando, come i tedeschi di Weimar, ci presupponiamo santi, e ‒rigorosamente spaccati in due fazioni ‒ ci preoccupiamo in primo luogo di accusare Tizio o Caio?
A Garlasco come altrove.

Aggiornato il 03 giugno 2026 alle ore 11:01