La piovra si rifà il look e avanza

La relazione della Direzione nazionale antimafia descrive un quadro della criminalità organizzata di stampo mafioso con qualche conferma, ma anche con alcune significative novità. Viene, in primo luogo, confermato il ruolo di leader della ‘Ndrangheta nel panorama criminale nazionale ed internazionale “da ritenersi l’organizzazione criminale più pericolosa e più potente tra le mafie”. Al contempo, vengono messe in rilievo le linee di sviluppo della consorteria di origine calabrese – descritta come “una dinamica e spregiudicata holding economico-finanziaria”, tali da farne una realtà interessante sia sul versante della fenomenologia mafiosa che sul piano delle strategie di prevenzione e contrasto.

“L’apertura a nuove frontiere affaristico-criminali impone di prestare la massima attenzione investigativa non solo alla componente militare della consorteria, ma, e, oggi, soprattutto, a quella economico-imprenditoriale, composta da imprenditori collusi e professionisti che hanno affiancato all’azione di supporto ed agevolazione una più pervasiva sinergia con gli stessi sodalizi mafiosi, diventati attori di riferimento in numerosi settori dell’economia legale. In tal senso, la ‘Ndrangheta si presenta come mafia innovatrice, capace di modificare le regole basilari della tradizione criminale per affrontare le sfide del futuro dotandosi finanche di una sovrastruttura occulta e riservata formata da una componente elitaria che assicura alla organizzazione l’attuazione dei programmi criminosi anche negli ambiti strategici della politica, dell’economia e delle istituzioni”.

La qualificazione della ‘Ndrangheta come mafia innovatrice, al di là del riconoscimento del ruolo di avanguardia criminale da tempo svolto dalla mafia calabrese, è di notevole interesse per gli aspetti strutturali ed operativi, di oggettiva novità, che vengono posti a fondamento di tale giudizio. Vi è, in primo luogo, una strutturazione multilivello dell’organizzazione, tale da associare componenti verticistiche segrete, occupate verosimilmente dai capi del sodalizio, legati da vincoli di sangue, a componenti destinate ad avere interlocuzioni nei più diversi ambiti imprenditoriali e professionali, operando secondo meccanismi e logiche proprie dei diversi settori interessati.

Tale strutturazione consente, da un lato, di mantenere l’unitarietà dell’intera organizzazione, e, dall’altro lato, di fare in modo che i livelli operativi inferiori non siano immediatamente percepiti come espressivi di contesti criminali. Accanto a tali peculiarità strutturali, vi è, poi, da registrare un ulteriore dato di novità, rappresentato dalla tendenziale universalità degli ambiti di interesse della ‘Ndrangheta, non più circoscritti solo ai settori tradizionalmente oggetto di attenzione. A tali significativi mutamenti che hanno interessato l’universo ‘ndranghetista, ha fatto riscontro un altrettanto significativo mutamento di atteggiamento in coloro che hanno rapporti con ambienti riconducibili alla piramide mafiosa.

Sul punto la relazione della Dna osserva che “tra le condizioni di contesto che hanno consentito il radicamento della ‘Ndrangheta (...) un aspetto rilevante è rappresentato dalla disponibilità del mondo imprenditoriale, politico e delle professioni, il cosiddetto “capitale sociale”, ad entrare in rapporti di reciproca convenienza con il sodalizio mafioso”. Qualche anno fa destò scandalo l’affermazione di un ministro della Repubblica secondo cui con la mafia bisognava oramai convivere. Quel che emerge, dall’analisi della Dna, è molto di più: c’è una buona fetta di società che oramai, più che convivere, considera conveniente fare affari con la mafia, senza farsi tante domande. 

La mafia istituzionalizzata

Spesso si è osservato – e giustamente – che la criminalità mafiosa occupa i vuoti lasciati dalle altre istituzioni, sia quelle statali che quelle espressione del naturale articolarsi del corpo sociale. Da qualche tempo il panorama sembra cambiato. I sodalizi mafiosi e la ‘Ndrangheta in particolare non occupano più precariamente quei vuoti, ma ne sono i titolari stabili e, soprattutto, riconosciuti. Si può dire che, oltre ad essere innovatrice, la mafia calabrese sta avviando una nuova stagione, quella della mafia istituzionalizzata, cioè riconosciuta, di fatto, come istituzione sociale. 

Vuoti strategici

Se la ‘Ndrangheta si adegua, con rapidità, al mutato contesto sociale, economico e culturale, approfittando, oltre che della crisi pandemica (e bellica), anche della diffusione massiva di un relativismo pratico, che genera una mentalità indifferente ad ogni limite etico, non altrettanto sta avvenendo sul versante della prevenzione e del contrasto. Abbiamo assistito, nel recente passato, alla realizzazione di strategie diverse a seconda del diverso atteggiarsi dell’attacco mafioso: ad una fase militare, propria di una mafia anti-Stato, si è risposto con interventi normativi e repressivi di notevole impatto ed efficacia; ad una mafia che andava inabissandosi dedicandosi all’investimento dei capitali illeciti, si è definito un programma ampio di contrasto a tale penetrazione nell’economia legale.

Oggi pare dominare il vuoto strategico. Quel che è peggio è che, preoccupato di come dare risposte immediate a Bruxelles sull’impiego dei fondi stanziati per il Pnrr, il Governo sembra aver deliberatamente messo da parte ogni interesse per la predisposizione di misure che impedissero di consegnare l’economia nelle mani del controllo mafioso. Il contrasto “culturale” alla penetrazione mafiosa è stato lasciato ai salotti dei gomorrologi nichilisti; quello sociale unicamente nelle mani della magistratura che finisce, anche in questo ambito, per svolgere un ruolo di supplenza, assai pernicioso per la sua stessa identità, che è quella di un organo giurisdizionale e non di polizia. 

Legalismo amorale

In definitiva, se tutto si gioca sul piano della convenienza, non stupiscono, allora, le posizioni a favore della legalizzazione di droga e prostituzione. Se la cornice di riferimento è quello di un, per legalismo amorale lo Stato, allora, le organizzazioni mafiose altro non sono che soggetti concorrenziali. Il guaio è che il terreno di contesa è l’uomo e non il denaro. 

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino