Il liberismo buono non esiste
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En Passant

Quando c’erano i comunisti, quelli veri, temprati tanto dalle galere fasciste quanto dalle galere comuniste, la polemica sull’anticomunismo era più facile e pure più divertente. Essendo io quello che ai bei tempi si sarebbe detto un liberale classico, fui apostrofato come “anticomunista viscerale” perché, per tutti quelli come me, esisteva ed esiste incompatibilità assoluta tra la libertà e il collettivismo. A noi mortali, contrariamente ai titani del socialismo scientifico, il signor Ludwig von Mises aveva dimostrato che senza il liberismo, cioè la concorrenza e i prezzi di mercato, il comunismo non può funzionare. E nessuna società progredire, per altro. A noi mortali il signor Mises l’aveva spiegato nel 1922, mentre i titani dovettero aspettare il 1989-1991 per capirlo definitivamente ed impartircene sfrontatamente tardive lezioni.

Finita l’epoca dell’anticomunismo viscerale, stomachevole accusa contro la quale inutilmente rivendicai la mia fede di “anticomunista cerebrale”, iniziò, dopo qualche anno di assopimento ideologico, il periodo pseudo liberale, caratterizzato da una certa adesione ad un liberalismo di maniera, mal studiato e mal digerito, che sembrava aver preso piede persino in Paesi rossi, ma non di vergogna. Le cose, per quelli come me, non cambiarono granché. Avevamo avuto il torto di aver ragione al momento sbagliato. Sarebbe stato troppo che avessimo ragione pure al momento giusto. Fu così che da “anticomunista viscerale” passai ad essere qualificato direttamente “liberista selvaggio”. Ma se codesti accusatori consideravano i termini “anticomunista” e “liberista” già di per sé sufficienti a squalificare moralmente e politicamente un essere umano, che motivo, se non l’ottusità preconcetta, avevano per colorarli con le interiora animali e le pulsioni ferine?

Ed infine fu la globalizzazione! Alla quale adesso vengono imputati tutti i mali del mondo. Perché? Ma perché è stata “liberistica”, ovviamente! In che senso? Nel senso del libero scambio. Alla fin fine si tratta di “globalizzazione selvaggia”. Il mio fatterello personale può servire a chiarire in che senso. Ma resta di valore universale, cioè per ieri, oggi, domani, la considerazione di John Elster, riportata da Raymond Aron nelle Memorie: “A quale condizione si può essere allo stesso tempo marxista-leninista, intelligente ed onesto? Si può essere marxista-leninista e intelligente, ma in questo caso non si è onesti (intellettualmente). Certo non mancano marxisti-leninisti sinceri, ma allora è l’intelligenza che non è gran che.” Attualizzate e sostituite l’espressione “marxista-leninista” e vedrete rispuntare budella e brutalità.

Aggiornato il 16 settembre 2026 alle ore 10:28