Il “difesismo” è una nuova dottrina?
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En Passant

In un lungo e dotto articolo su “La Lettura” del 12 luglio 2026 il professor Maurizio Ferrera ha dato voce alla corrente di pensiero del “defensivism” “ormai influente nella filosofia politica e negli studi strategici, che potremmo tradurre con il termine “difesismo”. È davvero il “difesismo” una terza via nei rapporti fra Stati: né pacifismo né bellicismo? Non si tratta di una dottrina compiuta e organica, viene riconosciuto, bensì di “una famiglia di contributi sviluppati tra filosofia morale, diritto internazionale e relazioni internazionali”.

L’articolo ripercorre le teorie antiche e moderne sulla guerra giusta, l’offesa e la difesa, la minaccia e la forza, la legittima difesa individuale e collettiva, che l’articolo 51 della Carta dell’Onu formalizza come diritto personale e statale, le alleanze e gli aiuti, la deterrenza, la forza e la diplomazia. Insomma, al “se vuoi la pace, prepara la guerra” è contrapponibile un “se vuoi la pace, prepara la pace?” Pure se fosse una contrapposizione logica e praticabile resterebbero le due domande: come preparare la guerra, come preparare la pace? A tacere che il punto cruciale involge la percezione che l’altro avrebbe dei preparativi.

Il contributo personale di ciascuno e le teorie generali sulla guerra sembrano purtroppo trascurare il fatto che l’uno e le altre consistono in tassonomie, sono cioè “ordinate” mentre insistono su un oggetto, la guerra, che è “disordinato”, irriducibile ad un ordine purchessia. Kant (citato nell’articolo) ha provato a mettere ordine con il progetto filosofico “Per la pace perpetua”, mentre Gandhi (non citato nell’articolo) ha scritto che “il pacifismo non è un’etica della sottomissione”. Eraclito conferma che la guerra e la pace non possono essere catalogati o classificati secondo un “ordine sistematico” perché fenomeni umani governati da Polemos che “di tutte le cose è padre, di tutto poi è re; e gli uni manifesta come dei, gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri invece come liberi” (Giorgio Colli, La sapienza greca, III, 35).

La proterva ferocia con la quale Putin ha intrapreso l’aggressione immotivata e ingiusta dell’Ucraina; le distruzioni con le quali devasta quella nazione da oltre quattro anni; il martirio quotidiano a cui sottopone l’infelice popolazione civile, in quale catalogo d’infamie dovremmo classificare tali ignobili crimini perpetrati dal dittatore russo? Nessuna delle sottigliezze individuate dagli autori del “difesismo” si attaglia alle intenzioni e alla condotta di Putin. Egli non ha aggredito ma si è difeso, dice. Egli disdegna le trattative di pace che pretende come resa senza condizioni, afferma. Dopo anni di attacchi di Putin all’Ucraina, la ricerca della “pace giusta e duratura” è divenuta lo slogan dell’impotenza. E il “difesismo” non aiuta.

Solo piccoli passi in avanti sulla via del diritto l’umanità ha compiuto da quando, 2500 anni fa, i Meli implorarono la salvezza dagli Ateniesi assicurando la neutralità in guerra con Sparta e appellandosi alla giustizia. Secondo Tucidide, la risposta degli Ateniesi fu pressappoco questa: “Gli uni e gli altri la pensiamo veramente allo stesso modo. Voi Meli sapete bene, come lo sappiamo bene noi, che la giustizia, trattandosi di uomini, permea il giudizio se le due parti sono soggette a eguale forza; se no, il potente fa quello che può e il debole cede e sottostà”.

La lezione di Tucidide è inequivoca quanto attuale: solo aiutando l’Ucraina a equiparare la forza della Russia, Putin siederà al tavolo della pace con la retta intenzione di concluderla.

Aggiornato il 05 ottobre 2026 alle ore 10:31