La scorsa settimana s’è chiusa con il ricordo dell’abbattimento delle celebri due Torri gemelle di New York, con lo schianto di due aerei di linea dirottati da terroristi islamisti, l’11 settembre 2001. Discorso, in quella città, di Donald Trump, 47° presidente degli Stati Uniti d’America, per commemorare le vittime, celebrare i soccorritori e fare un poco di politica. Altri eventi in giro per il globo terraqueo. Tuttavia, il ricordo più significativo dell’evento, è un modesto monumentino a Roma: due fusti di colonne antiche, tratte dai molti presenti nei depositi capitolini, messi in parallelo, nei pressi del Circo Massimo, con una targa fra le due, a futura memoria.
Perché è da ritenersi il memento più indicativo? Perché quell’attentato intese vulnerare la fiducia nei principi della civiltà occidentale, ai quali i terroristi islamisti intesero opporsi. Volevano affermarne la caducità, secondo loro. Due fusti di colonne romane, analoghi a quelli di tante colonne greche e di moltissime innalzate, a loro imitazione, per millenni, sono simbolo della civiltà che le produsse, così come forgiò quei principi della nostra attuale e vivente civiltà. L’archeologo Andrea Carandini, a cui l’Urbe tanto deve per le indagini sulle sue prime origini, liberale quanto lo fu suo padre, chiama quelli ideali ispiratori “sindrome democratica”. Quelli avversari, che attaccarono le due torri, i quali persistono a volerci abbattere, lo fanno dalle guerre persiane a cui resistettero gli antichi greci. Facciano, noi resisteremo, modesti, come quei due fusti di colonne.
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 10:14
